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Redazione
ANNO XIVlunedì 5 Ottobre 2026
kibaya

Da “esploratori” a “invasori”: il Burkina Faso riscrive la storia coloniale

Il Burkina Faso ha deciso di riscrivere i propri manuali scolastici per ridefinire la storia coloniale.

Tra le recenti modifiche ufficiali apportate ai programmi educativi, figura la sostituzione del termine “esploratori” con quello di “invasori”, a testimonianza di una ferma volontà di decolonizzare la narrazione storica trasmessa alle giovani generazioni. Questa profonda trasformazione dei manuali mira a offrire una prospettiva nazionale più marcata sul passato del Paese.

Potrebbe sembrare un cambiamento di poco conto, ma in realtà la questione ha risvolti politici significativi: tale riforma dell’istruzione è infatti strettamente legata alla sovranità culturale della nazione. Analizzando i discorsi ufficiali e i nuovi materiali didattici, emerge la volontà del Paese di restituire la verità storica sul colonialismo, spesso insegnato secondo la prospettiva degli stessi colonizzatori; in tal modo, coloro che hanno arrecato danno all’Africa vengono dipinti come benefattori.

È noto a tutti che nessuna decisione riguardante la spartizione dell’Africa o la sua dominazione è stata presa consultando gli africani o chiedendo la loro opinione.

Le uniche informazioni che implicano gli africani sono le firme conquistate dagli esploratori che hanno girato l’Africa alla ricerca di posti belli e ricchi da far sfruttare ai loro rispettivi paesi. Questi accordi fra capi di villaggi africani e esploratori conferisce tuttavia una colpa grave ad una parte degli africani nella storia della colonizzazione. Come scrive Reader: “I capi africani, senza dubbio, non erano da meno degli europei quanto a nullità o cialtroneria, e nei loro rapporti con gli europei pochi di loro furono in grado di stipulare accordi che dessero all’Africa più di un beneficio irrisorio: gli europei ottennero (o arraffarono) tutto quello che vollero ”. 

C’è però da sottolineare un dato importante che forse un non africano non può capire: gli africani credono facilmente all’amicizia, alla buona volontà, alla parola data e sono molto ospitali. In più non potevano immaginare minimamente quello che sarebbe successo dopo. Gli africani all’epoca non avevano bisogno di granché per i loro villaggi: vivevano con la natura e le loro piccole tecnologie legate alla necessità di sopravvivere. Non avevano praticamente nulla da chiedere in cambio a qualche servizio che chiedeva un bianco venuto a trovarli come un amico.

La cosa più importante è stato il ruolo della cultura orale africana. I capi non sapevano cosa rappresentasse una firma, un dito immerso in un liquido blu e apposto su una carta non poteva significare nulla per loro. Non capivano neanche il linguaggio dei bianchi che provavano con diplomazia a fargli capire il loro scopo. Di solito i bianchi usavano il termine di accordo di protettorato che per i capi significava solo proteggerli e difenderli come amici in caso fossero attaccati da qualche nemico che, all’epoca, non mancava. Non avevano fatto nulla al bianco, il loro nuovo amico, e non potevano sospettare che i bianchi potevano avercela con loro senza motivo. 

Lo sottolinea anche Reader quando dice: “I capi africani, però, ci appaiono straordinariamente creduli di fronte a questi uomini bianchi con i loro fucili e il loro atteggiamento di superiorità. In tutto il continente i capi furono persuasi ad apporre un segno in calce ai documenti che venivano loro presentati. Forse credevano che, se le promesse non fossero state mantenute, sarebbero riusciti a unire le forze e a cacciare gli intrusi. Ma si sbagliavano”.

Ci sono stati addirittura dei capi che hanno chiesto personalmente a certe potenze straniere di stabilirsi nei loro villaggi in cambio di qualche favore: “E’ il caso di Lewanika, sovrano dei lozi (chiamati anche barotse)” che “cedette 518 000 chilometri quadrati di diritti fondiari e minerari nel Barotseland  in cambio di un pezzo di carta che prometteva istruzione, civilizzazione e imprese industriali. Nessuna di queste promesse venne mantenuta, nemmeno il pagamento annuo di 2000 sterline con cui Lewanika e i suoi induna (consiglieri) pensavano di armarsi contro i loro bellicosi vicini, gli ndebele”.

Di solito i contratti contenevano dei buoni propositi; nell’esempio di Lewanika e del suo paese, il re chiese garanzia sia per sé sia per il suo regno quando firmò il contratto con la British South Africa Company. Questa Compagnia però “non rispettò i suoi impegni […] La compagnia non investì nulla e ridusse al minimo i costi amministrativi. La responsabilità per l’istruzione fu lasciata ai missionari”. Il re comunque non si arrese e dimostrò la sua indignazione quando scoprì che la compagnia non aveva nessun potere da parte della regina per proteggere il suo regno. Fece sapere al governo inglese tutto l’inganno che subì da parte di Frank Elliot Lochner, il mandante della British South Africa Compagny che nel 1890, convinse Lewanika a firmare il contratto di protettorato. Il re provò a far valere l’invalidità del contratto e farlo annullare perché anche il segretario coloniale inglese riconobbe l’inganno nel procedimento di Lochner.

Lochner fece capire al re che, insieme ai suoi capi, aveva dei dubbi sulla sua onestà, che la British South Africa Company apparteneva al governo inglese e che lui era stato mandato dalla regina Vittoria; dichiarò di essere “stato mandato per offrire al Barotseland la protezione della sovrana […]. Aveva il compito di dar vita a un’alleanza oltre che a una concessione, spiegò, e un rifiuto sarebbe stato interpretato come una dimostrazione di inimicizia che avrebbe potuto spingere la regina a imporre la sua protezione con la forza”. Tutto il miglioramento delle condizioni di vita promesso e scritto nel contratto, non ci fu. Però il governo inglese decise di modificare soltanto il contratto, invece di annullarlo, perché, come dice Reader: “ormai il Barotseland era diventato un serbatoio di forza lavoro, da cui venivano attinti a migliaia gli uomini necessari per le attività più redditizie della Compagnia inglese in Africa centrale e meridionale”.

Il re lottò fino alla vecchiaia senza risultato e, secondo Caplan, dimostrò tutta la sua delusione quando pronunciò queste parole: “Talvolta ci fanno come se fossimo una nazione conquistata, mentre noi abbiamo stretto un accordo fra il nostro paese e il governo imperiale”. A questo punto i bianchi cominciarono a far capire al re che doveva fermare le sue lamentele e che lui e i suoi sudditi dovevano dimostrare rispetto per i bianchi. Il rispetto che si usava per lui doveva essere usato anche per qualunque amministratore bianco e a tutti i funzionari stranieri.

Nell’ottobre del 1907 il re subì la più grande umiliazione da parte dei dominatori stranieri; secondo Caplan, l’amministratore generale ordinò a quella data “che il titolo di “re” applicato a Lewanika e quello di “principe” applicato a Letia, il figlio di Lewanika, devono essere aboliti e il loro uso scoraggiato”. Non bisognava confondere un africano con un sovrano inglese, usando gli stessi titoli e il re del Barotseland, secondo i bianchi, non era diverso degli altri piccoli capi di qualunque villaggio. Sempre secondo Caplan, nel 1911, il Barotseland diventò, per decisione dei bianchi, una provincia dello stato coloniale della Rhodesia del nord. Nel 1916, quando morì Lewanika, i lozi avevano perso tutto insieme a lui.

L’esempio del re Lewanika, e di molti altri ancora, è la prova che i capi africani sono stati raggirati, manipolati e poi messi da parte dagli europei per impossessarsi di tutto. Così l’Africa venne divisa fra gli europei, che stabilirono confini arbitrari fra i diversi paesi, senza che gli africani riuscissero a fare nulla. Viene quindi ovvio che di esplorazione che n’era ben poca. Sì, di invasione si deve parlare.

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