A Londra l’autunno può cominciare da una cosa molto semplice: un rumore. Quello secco di qualcosa che cade sull’asfalto mentre attraversi un parco.
Ti giri, guardi per terra e lo vedi. Marrone, lucido, perfettamente rotondo. Una castagna. O almeno così pensi, se vieni dalla Toscana. Poi scopri che è un conker. E che quella che hai appena raccolto non è una castagna da mettere sul fuoco, ma il seme dell’ippocastano, l’horse chestnut.
È una delle immagini più familiari dell’autunno britannico: i conkers cadono soprattutto tra settembre e ottobre, escono da quei gusci verdi ricoperti di aculei e finiscono nelle tasche dei bambini. Il 25 settembre, proprio all’inizio della stagione, il Woodland Trust ha dedicato loro un approfondimento per ricordare anche una cosa importante: i conkers non si mangiano. Contengono infatti sostanze tossiche per l’uomo.
Da queste parti, però, non è il pranzo il loro destino. È il gioco. Si prende un conker, gli si fa un buco, si infila uno spago e comincia la sfida: due bambini, due conkers appesi a una corda e un tentativo dopo l’altro per riuscire a rompere quello dell’avversario. Una piccola guerra d’autunno, tramandata da generazioni.
E allora viene spontaneo sorridere pensando alla Toscana. Perché se un bambino inglese raccoglie un conker per giocare, per secoli un bambino delle nostre montagne ha raccolto una castagna per tutt’altro motivo. Per mangiare. Perché in Garfagnana, in Lunigiana, sulle montagne lucchesi, il castagno non era semplicemente un albero. Era una risorsa. Era una dispensa. Era, in qualche modo, una garanzia contro l’inverno. Non per niente la farina di castagne veniva considerata il “pane dei poveri”, soprattutto nelle comunità montane dove rappresentava uno degli alimenti fondamentali per il sostentamento delle famiglie fino agli anni Trenta e Quaranta del Novecento.
E qui la parola “castagna” comincia a raccontare un mondo intero. C’erano i castagneti da raccogliere, le gerle, i sacchi da riempire e poi il viaggio verso il metato. Il metato. Una parola che oggi rischia di sembrare quasi misteriosa a chi non è cresciuto in quei territori. Era la costruzione nella quale le castagne venivano essiccate lentamente attraverso il calore e il fumo di un fuoco di legna di castagno. Sopra il fuoco, sui cannicci, venivano sistemate le castagne fresche. Il fumo saliva piano e le asciugava.
E per capire quanto fosse importante tutto questo basta un numero. Nella sola Garfagnana, fino agli anni Cinquanta, c’erano più di 7.000 metati e circa 250 mulini destinati alla macinazione delle castagne secche. Settemila. È un numero che cambia la prospettiva. Perché significa che la castagna non era una cosa che arrivava a ottobre e poi finiva. Era un sistema. Era lavoro. Era economia. Era cibo. Era inverno.
E c’erano persino dei piccoli trucchi per capire quando il lavoro poteva considerarsi finito. Il mugnaio, racconta la tradizione di Villa Basilica, conosceva bene le sue castagne e ne metteva alcune sotto i denti: erano le “sentinelle”. Se erano ancora mordibili, significava che non erano abbastanza secche.
Ma c’era anche un altro metodo, ancora più curioso. Si diceva: “La castagna è secca quando scrive.” Si prendeva una castagna e la si strofinava contro una pietra. Se lasciava un segno biancastro, allora era pronta. Se non “scriveva”, bisognava aspettare ancora.
Mi piace pensare a quel mugnaio davanti alle sue castagne. Da una parte un bambino inglese con il suo conker appeso allo spago. Dall’altra un uomo che prende una castagna, la porta alla bocca o la strofina su una pietra per decidere se è arrivato il momento di trasformarla in farina. Stesso autunno. Stesso colore. Due mondi completamente diversi.
E poi c’è il profumo. Quello del fuoco, della farina dolce, del castagnaccio. Anche qui, però, c’è una piccola storia che porta direttamente a Lucca. Secondo una testimonianza del Cinquecento, contenuta nel Commentario delle più notabili et mostruose cose d’Italia e di altri luoghi di Ortensio Landi, l’inventore del castagnaccio sarebbe stato un certo Pilade da Lucca, indicato come il primo ad aver fatto i “castagnazzi”. La stessa Regione Toscana riporta questa curiosità nella scheda dedicata al castagnaccio tradizionale.
Che sia davvero lui l’inventore o che la storia sia diventata nel tempo una di quelle belle attribuzioni che la tradizione ama conservare, poco importa. Perché il castagnaccio, quello delle nostre montagne, racconta comunque un’epoca nella quale non c’era bisogno di inventare ingredienti complicati. La farina di castagne, l’acqua, un po’ d’olio, il sale. Poi, secondo le zone e secondo quello che ci si poteva permettere, noci, pinoli, uvetta, rosmarino.
Nella campagna lucchese, ancora oggi, il rosmarino sulla superficie è una presenza caratteristica. E quello che oggi ordiniamo in una pasticceria come un dolce autunnale, un tempo serviva soprattutto a riempire lo stomaco. Il castagnaccio di una volta era più alto, più semplice, meno ricco. Non era un dessert da accompagnare al vino novello. Era qualcosa che doveva sfamare.
Ed è forse questa la differenza più grande tra le due castagne. Il conker racconta un’infanzia. La castagna racconta una sopravvivenza. Una si infila in tasca per giocare. L’altra si portava a casa per trasformarla in farina. Una si appende a uno spago. L’altra passava attraverso il fuoco, il fumo, il mulino e diventava neccio, polenta, manafregoli, castagnaccio.
Eppure, quando oggi cammino in un parco londinese e vedo quei piccoli frutti marroni sparsi sul terreno, la prima cosa che penso è sempre la stessa. Castagne. È un riflesso. Una parola che appartiene a casa. Poi guardo meglio. E mi ricordo che no, qui sono conkers. Qui ci giocano.
E per qualche secondo mi sembra quasi che dentro quella differenza ci sia tutto quello che significa vivere lontano. Riconoscere qualcosa che sembra familiare. Scoprire che non lo è. E, proprio per questo, tornare con la memoria a qualcosa che lo è davvero. Una montagna toscana. Un metato. Il fumo che sale. Una castagna che, strofinata sulla pietra, finalmente scrive.
E l’autunno che, a migliaia di chilometri di distanza, per un attimo profuma ancora di casa.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R