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Redazione
ANNO XIVlunedì 12 Ottobre 2026
intervista

San Francesco e l’economia: una conversazione tra amici con il professor Francesco Poggi

Ci sono persone che incontri lungo il cammino della vita e con le quali, anno dopo anno, si costruisce un rapporto che va ben oltre la semplice conoscenza. Una di queste, per me, è Francesco Poggi.

Lo conosco da sempre, fin dai tempi in cui era sindaco di Borgo a Mozzano. Da allora la nostra amicizia è cresciuta e si è consolidata, fino a diventare quel legame sincero che ancora oggi ci unisce, fatto di stima, affetto e piacere di confrontarci.

Francesco è un economista, uno studioso, un uomo che ha dedicato una parte importante della propria attività alla riflessione sul rapporto tra economia, società e valori umani. È anche tra i promotori del Festival Economia e Spiritualità, un’iniziativa che invita a guardare al mondo economico con occhi diversi.

In questo 2026, anno in cui ricorrono gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, ho pensato di rivolgergli alcune domande su un argomento che, a prima vista, potrebbe sembrare quasi una contraddizione: San Francesco e l’economia.

Ne è nata questa conversazione tra amici, con la curiosità di capire quanto il messaggio del Santo di Assisi possa ancora insegnarci qualcosa sul denaro, sul lavoro e sulla dignità delle persone.

Francesco, cominciamo da una curiosità. Quando si parla di San Francesco pensiamo subito alla povertà, alla rinuncia ai beni materiali. Ma allora che cosa c’entra San Francesco con l’economia?

«C’entra molto più di quanto si possa immaginare. Francesco non era contrario all’economia in quanto tale, ma a un modo di vivere nel quale la ricchezza diventa il fine ultimo dell’esistenza. La sua scelta di povertà rappresentava una straordinaria affermazione di libertà. Ci ricorda che il denaro deve essere uno strumento al servizio dell’uomo e non il contrario. È un messaggio che conserva una sorprendente attualità».

C’è una cosa che mi incuriosisce particolarmente. San Francesco rinunciò alla ricchezza, eppure nei secoli successivi i francescani contribuirono alla nascita dei Monti di Pietà. Come si spiega questa apparente contraddizione?

«Non è una contraddizione, ma una delle conseguenze più interessanti del pensiero francescano. I Monti di Pietà nacquero nel Quattrocento, soprattutto grazie all’impegno di alcuni predicatori francescani, per offrire piccoli prestiti a condizioni più sostenibili rispetto a quelle praticate dagli usurai. L’obiettivo era aiutare le persone in difficoltà, evitando che la povertà diventasse una condanna senza possibilità di riscatto. È un esempio concreto di come una riflessione spirituale possa contribuire a trasformare le istituzioni economiche».

Tu conosci bene la storia economica e sociale del nostro territorio. Anche Lucca ha una lunga tradizione bancaria. Esiste un legame tra quella storia e il pensiero francescano?

«La storia economica lucchese è molto ricca e affonda le proprie radici nel commercio, nell’artigianato e nella finanza medievale. La tradizione dei Monti di Pietà si inserisce in questo contesto, introducendo una particolare attenzione al credito come strumento di sostegno sociale. Naturalmente ogni esperienza ha avuto una propria evoluzione storica, ma il principio che possiamo ritrovare è quello di un’economia capace di rispondere anche ai bisogni delle persone più fragili».

Francesco, tu sei tra gli ideatori del Festival Economia e Spiritualità. Come ti è venuta l’idea di mettere insieme due parole che sembrano così lontane?

«Proprio dalla convinzione che non siano affatto lontane. Ogni scelta economica ha conseguenze sulla vita delle persone, sulle relazioni sociali e sull’ambiente. Parlare di spiritualità non significa allontanarsi dalla realtà, ma interrogarsi sul significato delle nostre azioni. Il Festival vuole offrire occasioni di confronto tra economisti, studiosi, rappresentanti delle istituzioni e cittadini, nella convinzione che lo sviluppo non possa essere misurato soltanto attraverso la crescita della ricchezza».

Oggi vediamo persone che accumulano immense ricchezze e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. Secondo te, che cosa direbbe San Francesco davanti a queste disuguaglianze?

«Credo che ci inviterebbe innanzitutto a guardare negli occhi le persone che soffrono. Le disuguaglianze non sono soltanto numeri nelle statistiche, ma situazioni concrete che riguardano famiglie, anziani, lavoratori e giovani. La ricchezza non dovrebbe essere considerata esclusivamente come un possesso individuale, ma anche come una responsabilità verso la comunità. Un’economia che dimentica gli ultimi rischia di perdere il proprio significato umano».

Sai bene quanto il mondo del lavoro mi stia a cuore. Abbiamo giovani preparati che non riescono a trovare un’occupazione dignitosa, oppure sono costretti a lasciare il proprio territorio. Il messaggio francescano può insegnarci qualcosa anche su questo?

«Certamente. Il lavoro non è soltanto una fonte di reddito, ma una componente fondamentale della dignità della persona. Quando un giovane è costretto ad accettare condizioni precarie o a lasciare la propria terra per mancanza di opportunità, non abbiamo soltanto un problema economico, ma anche sociale. Il pensiero francescano ci richiama al valore della persona e delle relazioni. Un sistema economico dovrebbe creare le condizioni affinché ciascuno possa mettere a frutto le proprie capacità e costruire un futuro dignitoso».

Parliamo della nostra Valle del Serchio. Qui abbiamo piccole imprese, associazioni, Misericordie e tante persone che dedicano gratuitamente il proprio tempo agli altri. Non credi che ci sia già qualcosa dello spirito francescano in queste realtà?

«Penso proprio di sì. La nostra Valle conserva un patrimonio straordinario di solidarietà, spesso silenziosa. Le associazioni di volontariato, le Misericordie, le piccole imprese attente ai propri dipendenti e tante esperienze di collaborazione rappresentano una ricchezza che non compare nei bilanci economici. Naturalmente non dobbiamo idealizzare tutto, ma riconoscere che esistono forme di economia e di vita sociale nelle quali la relazione umana viene prima dell’interesse individuale. Sono esperienze da valorizzare e sostenere».

Francesco, permettimi una domanda un po’ provocatoria. È davvero possibile costruire un’economia che metta al centro le persone e non soltanto il profitto, oppure rischiamo di inseguire una bella utopia?

«Non credo sia un’utopia. Il profitto è necessario per la sopravvivenza delle imprese, ma non può essere l’unico criterio con cui giudichiamo il successo economico. Un’impresa che produce ricchezza rispettando i lavoratori, l’ambiente e la comunità crea un valore che va oltre il risultato finanziario. Anche le banche possono svolgere un ruolo importante, sostenendo investimenti produttivi, famiglie e iniziative sociali. La vera sfida è riuscire a conciliare efficienza economica e responsabilità».

Sono passati ottocento anni dalla morte di San Francesco. Il mondo è cambiato profondamente, ma continuiamo a parlare di lui. Perché il suo messaggio riesce ancora a parlare soprattutto ai giovani?

«Perché Francesco pone domande che attraversano i secoli. Che cosa rende davvero felice una persona? Quanto conta possedere? Quale responsabilità abbiamo verso gli altri e verso la natura? Sono interrogativi che anche i giovani di oggi si pongono, magari con parole diverse. San Francesco ci ricorda che una vita ricca di significato non coincide necessariamente con una vita ricca di beni materiali. E questo, in una società dominata dal consumo, è un messaggio profondamente moderno».

Voglio concludere con una domanda più personale. Francesco, ci conosciamo da tanti anni e la nostra amicizia mi permette anche questa curiosità. Al di là dei tuoi studi e del tuo impegno culturale, che cosa rappresenta San Francesco per te?

«Per me San Francesco rappresenta soprattutto la capacità di guardare alla vita con libertà e semplicità. Non è facile vivere secondo il suo esempio, ma credo che il suo insegnamento possa aiutare ciascuno di noi a interrogarsi sulle proprie scelte. Ci invita a non dimenticare mai che dietro ogni problema economico ci sono persone, storie, speranze e difficoltà. Forse è proprio questo il messaggio più importante che possiamo raccogliere: un’economia veramente buona è quella che non perde mai di vista l’uomo».


Al termine della nostra conversazione, resta una riflessione che va ben oltre i numeri, i bilanci e le teorie economiche. Ottocento anni dopo, San Francesco continua a ricordarci che la ricchezza più grande non è necessariamente quella che possediamo, ma quella che siamo capaci di condividere.

E forse, in un mondo che corre sempre più velocemente, fermarsi a riflettere su questo insegnamento è già un piccolo passo nella direzione giusta.

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