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Redazione
ANNO XIVdomenica 25 Ottobre 2026
corsagna

Il tempo dei metati fumanti e il Giori, mugnaio di Corsagna

Ottobre e novembre, il tempo dei metati fumanti. Ci sono immagini che bastano da sole a far riaffiorare una stagione della vita: i castagneti coperti di foglie, le castagne raccolte una ad una, il fumo che sale dai piccoli edifici in pietra. Per tante famiglie di Corsagna, l’autunno aveva questi colori e questi ritmi. Era il periodo in cui il lavoro nei boschi continuava nei metati e si concludeva al mulino, dove il raccolto diventava farina.

Dietro quel risultato c’erano settimane di fatica. Bisognava raccogliere, trasportare, essiccare, ripulire e infine macinare. Ogni passaggio richiedeva attenzione, perché le castagne erano una risorsa importante per l’alimentazione e per l’economia domestica. Il bosco offriva i suoi frutti, ma spettava alle persone conservarli e farne buon uso.

La raccolta impegnava le famiglie nei castagneti. Si procedeva a schiena piegata, tra foglie e ricci, riempiendo i contenitori da portare al metato. Gesti ripetuti, appresi fin da giovani, che raccontano la laboriosità dei nostri contadini e il rapporto quotidiano con una terra dalla quale dipendeva una parte del sostentamento.

Poi cominciava l’essiccazione. Le castagne venivano distese sul graticcio del metato, mentre sotto si manteneva un fuoco lento. Il calore saliva e le asciugava gradualmente: occorrevano pazienza e sorveglianza, bisognava alimentare il fuoco con cura e seguire l’andamento del lavoro. Quel fumo che usciva dal tetto e dalle aperture, confondendosi con l’aria autunnale, era il segno di un’attività che continuava anche quando la giornata nei boschi era finita.

Il metato diventava così un luogo da accudire. Al suo interno era custodito il risultato della raccolta, e una disattenzione poteva compromettere tanta fatica. L’esperienza contava: si imparava osservando chi aveva cominciato prima, ascoltandone i consigli e ripetendone i gesti. Quando le castagne uscivano dal metato, ormai secche, dovevano essere liberate dalla pecchia, il loro involucro esterno. Si passava alla battitura: apposite macchine rompevano e separavano i gusci, lasciando il prodotto da ripulire e preparare per la macinatura.

Anche ciò che rimaneva trovava un impiego. La pecchi veniva conservata nel metato per alimentare il fuoco durante l’essiccazione della stagione successiva. Era un modo concreto di risparmiare e utilizzare quanto si aveva a disposizione, secondo un’esperienza maturata nel tempo.

Il passaggio successivo portava al mulino. A Corsagna, il mulino del Giori appartiene alla memoria di questo percorso: un luogo nel quale la forza dell’acqua incontrava l’ingegno dell’uomo e il mestiere del mugnaio. Il Giori, al secolo Giovanni Papera, ne era il proprietario.

A restituircene una descrizione preziosa è il carissimo amico Giampiero Papera, suo nipote. A Giampiero va il mio ringraziamento affettuoso per aver messo per iscritto i suoi ricordi, conservando particolari che ci consentono di ricostruire gli ambienti e comprendere il lavoro che vi si svolgeva.

Il mulino era disposto su tre livelli. Entrando dal piano della strada, sulla sinistra si trovavano le stadere, utilizzate per pesare castagne, grano e granturco prima e dopo la molitura. Poco più avanti c’era una “cataratta”, una botola dalla quale si accedeva al piano inferiore attraverso una scala in pietra.

Sempre sulla sinistra, una porta conduceva alla cucina con il caminetto, dove si nettavano le castagne. Accanto c’era una camera da letto. Nei periodi di attività più intensa, soprattutto durante la molitura delle castagne, il nonno di Giampiero dormiva lì: un particolare che racconta quanto il mugnaio fosse legato al suo lavoro e ai tempi del raccolto.

Sulla destra si raggiungeva il bottaccio, il deposito d’acqua alimentato dalla Gora, il piccolo canale che portava l’acqua del torrente Pizzorna. Ancora a destra, in fondo alla stanza, era sistemato il “suppidiano”, un grande contenitore simile a una cassapanca di legno, nel quale venivano conservati i prodotti da macinare.

Dal fondo dell’ingresso si passava nel locale della molitura. Qui erano presenti tre postazioni distinte: una per le castagne, una per il grano e una per il granturco. Il piano superiore dell’edificio era invece destinato a magazzino.

La fotografia dell’interno ci aiuta a comprendere questo ambiente: si vedono le grandi pietre circolari, le strutture di legno e, sopra la macina in primo piano, la tramoggia, il contenitore a forma di imbuto che convogliava il prodotto verso le pietre.

Ogni postazione aveva due macine sovrapposte. Quella inferiore rimaneva ferma; quella superiore ruotava, riducendo in farina il prodotto che passava tra le loro superfici. A mettere in movimento il meccanismo era l’acqua della Pizzorna: condotta dalla Gora al bottaccio, veniva poi indirizzata alle pale poste al piano inferiore, che trasmettevano il movimento alle macine.

Si completava così il cammino delle castagne. Raccolte nei boschi, asciugate lentamente nei metati, liberate dalla pecchia e ripulite, arrivavano fra quelle pietre per diventare farina. Ogni sacco racchiudeva il lavoro di molte giornate e la cura di mani diverse.

Ma nella memoria del paese il Giori ha lasciato anche il ricordo della sua generosità. A raccontarmelo è stato Bartolo Papera, che abitava vicino al mulino e che ha conservato le parole di suo padre: gli raccontava spesso di come il mugnaio aiutasse le persone bisognose.

Secondo questo ricordo, tramandato dal padre al figlio, chi arrivava al mulino a chiedere l’elemosina non se ne andava mai a mani vuote. Per chi aveva bisogno c’erano sempre un po’ di farina, un po’ di granturco o qualche castagna. In quei tempi difficili, un sacchettino di farina poteva rappresentare un aiuto prezioso per una famiglia.

È un’immagine che merita di restare accanto a quella delle macine: il Giori che condivide una parte di ciò che ha, offrendo un sostegno concreto a chi si trova in difficoltà. Il racconto custodito da Bartolo ci restituisce così, insieme al mugnaio, la figura di un uomo generoso.

L’immagine del metato fumante e quella del vecchio mulino accompagnano due momenti della stessa storia. Tra questi luoghi si muovevano le famiglie, con i loro raccolti e le loro necessità. I ricordi di Giampiero e Bartolo ci permettono oggi di ritrovare sia il lavoro che vi si svolgeva sia l’umanità delle persone che li abitavano.

Ottobre e novembre riportano alla mente quei fili di fumo e la cura con cui si preparava l’inverno. Una parte della storia di Corsagna è passata proprio da lì: dai boschi al fuoco dei metati, dall’acqua della Pizzorna alle macine, fino alla farina portata nelle case. Qualche volta, grazie alla generosità del Giori, anche nelle case di chi non aveva nulla da macinare.

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