Quando leggo che l’Africa non è entrata nella storia, spesso mi chiedo di che storia si parla. L’Africa è la storia stessa. Non esiste la storia senza l’Africa. Tutto è iniziato qui.
Poi chi la conosce, sa che l’immigrazione è il fondamento della storia umana. Come dico spesso: siamo degli esseri parlanti, degli esseri pensanti; ma anche – e soprattutto – degli esseri moventi, cioè dei nomadi per definizione.
In queste righe, vorrei ripassare un po’ di storia antica per mettere in risalto i vantaggi (o le necessità, se volete) dell’immigrazione, nonché le sue radici che vengono da lontano.
Le ragioni dei primi spostamenti dell’essere umano
Per molto tempo, si è pensato che le ragioni principali del nomadismo degli umani fossero legate alla competizione e alla minaccia d’estinzione; se questi due fenomeni non sono da scartare, tanti altri – anche molto più importanti – si aggiungono.
Secondo Reader, nonostante la disponibilità di cibo, i nostri antenati si spostavano lo stesso e mantenevano lo stile di vita nomade “non solo per seguire le mandrie di erbivori, ma anche per approfittare dei cicli vegetativi”. Le risorse alimentari erano ben distribuite sul territorio e sia la foresta che la savana, durante la stagione secca come in quella umida, garantivano “sicurezza, stabilità e indipendenza, fattori che avrebbero potuto risultare determinanti per l’evoluzione del gruppo, purché questo non cessasse di spostarsi”.
D’altra parte, non conveniva rimanere fermi a lungo in un posto preciso per non attirare i predatori – che non mancavano all’epoca: “perfino i rifugi per la notte non erano al riparo da agguati e imboscate”.
La ricerca delle risorse alimentari e la garanzia della sicurezza e dell’incolumità fisica, dimostrati dal ritrovamento dei fossili sparsi sul vasto territorio africano, furono le ragioni del bipedismo e del nomadismo umano. Sempre secondo Reader, la posizione eretta e il nomadismo degli ominidi testimoniano che erano “ben integrati nell’ecosistema, con due caratteristiche distintive: una generalizzata attitudine a trarre profitto dalle opportunità più svariate, e un modo di spostarsi davvero unico, l’andatura bipede” che favorisce questa loro caratteristica nomade. Man mano che passava il tempo, gli ominidi bipedi videro le loro caratteristiche fisiche cambiare e adattarsi non solo alla postura eretta ma anche alle condizioni climatiche ed ecologiche “in cui si vennero a trovare, per più di tre milioni di anni”.
Le prime scoperte che preparano l’emigrazione fuori dall’Africa.
Con la scoperta dei resti della famosa Lucy nella valle dell’Afar, in Etiopia, e dall’osservazione dei ritrovamenti fossili appartenenti all’Australopithecus Afarensis, si arrivò alla convinzione che i nostri antenati si rifugiassero sugli alberi o sui rialzi di roccia per la notte. Non solo di notte, però, esisteva il pericolo. Per sopravvivere, formavano una nicchia anche di giorno.
La possibilità di poter dormire al sicuro la notte, permise agli ominidi sempre di recuperare le forze per il giorno successivo. Mentre i carnivori cercavano il cibo anche nelle ore più scure, loro – che erano onnivori – evitavano le competizioni per la carne di notte. Cominciò così ciò che Reader chiama “specializzazione”, cioè una caratterizzazione tipica degli ominidi. Si tratta dell’invenzione di strumenti per accrescere “i vantaggi della generalizzazione: gli utensili e l’intelligenza”, che segnarono l’inizio della tecnologia, la quale raggiungerà il suo apice con l’industrializzazione moderna.
Le rocce cominciarono ad essere usate per formare delle schegge da usare come taglienti intorno a due, quattro milioni di anni fa e divennero comuni in tutta l’Africa a partire da circa due milioni di anni fa. Gli strumenti di pietra più antichi furono rinvenuti in Etiopia e in tutta l’Africa orientale, secondo i paleontologi; l’inizio della tecnologia rudimentale deve essere stato spinto da un evento particolare. Si pensa a uno sbalzo climatico che “determinò un aumento della competizione sfociato nello sviluppo di nuove specie e nell’estinzione di altre.”
Secondo Blumenschine, per esempio, in quel periodo, diminuirono le specie di iena esistenti; probabilmente aumentò “il numero di carcasse disponibili per gli ominidi, tanto da incoraggiare l’uso di utensili per rompere le ossa contenenti il midollo e fare a pezzi la carne”. Tutto lascia pensare che gli ominidi non fossero principalmente cacciatori, come si potrebbe pensare. Gli utensili di pietra, quindi, non furono usati per uccidere, ma piuttosto per “spolpare le carcasse […], produrre altri strumenti, come i bastoni da scavo, oppure per rendere commestibili alimenti vegetali, come noci e tuberi”.
Riuscirono, così, ad usare meno i denti e a masticare in modo meno lungo e faticoso. La resistenza degli utensili di pietra e il loro uso generalizzato in tutta l’Africa, dimostrano quanto la nascita di questo strumento contribuì all’evoluzione della storia umana.
L’uso di utensili di pietra, benché ne siano poi nati altri nel corso della storia dell’evoluzione, è rimasto attuale in alcuni società africane. L’archeologo Isaac racconta di un fatto avvenuto davanti agli suoi occhi intorno agli anni ’70: mentre stava camminando insieme ad altri ricercatori nei pressi di Koobi Fora, alla ricerca di nuovi siti da scavare, incontrò un piccolo pastore di etnia Shangilla con un gregge di capre; quando questo ragazzo si trovò davanti a una carcassa di un’antilope abbandonata dai leoni, “fece saltare una piccola scheggia da un ciottolo di lava e si mise a staccare la pelle che ricopriva uno stinco, che poi spolpò e spezzò per estrarne il midollo”. Il pastorello si servì di quest’antico strumento perché non aveva un coltello. Lo fece davanti agli occhi degli scienziati di varie discipline che erano presenti quel giorno.
L’episodio dimostra che, nonostante il profondo cambiamento dell’aspetto geologico sul lago Turkana durante gli ultimi due milioni di anni, per procurarsi il cibo, l’umano di queste terre non aveva cambiato la sua tecnologia. Il pastorello dimostra anche un’altra cosa: contrariamente a quello che si potrebbe pensare, i nostri antenati non vivevano principalmente di caccia, nè mangiavano soprattutto carne. La caccia doveva rappresentare un rischio per l’incolumità fisica. C’era il rischio di trovare dei predatori più forti e rischiare la vita; ma, forse, non c’era tanto bisogno vista la disponibilità delle carcasse e, soprattutto, la raccolta di frutti diversi a ogni ora della giornata. La caccia sembra essere arrivata dopo, con lo sviluppo delle tecnologie. E, a tale proposito, Reader scrive: “La caccia infatti è un attività recente e molto sofisticata”. Non avendo avuto tanto bisogno di ammazzare gli animali per il cibo, ma soltanto approfittare dei resti lasciati da altri predatori, l’uso dell’industria “olduvaiana” – come Mary Leakey chiamò la produzione di questi utensili arcaici – rimase invariato per milioni di anni.
L’uso sistematico e diffuso di utensili di pietra, fu notato alla scomparsa dell’Australopethecus afarensis, che si era evoluto e aveva dato alla luce una nuova specie più simile all’uomo moderno. Questa fu chiamata Homo Habilis, proprio per la sua abilità a produrre utensili. Secondo Reader, l’Homo Habilis aveva un cervello “notevolmente più grande di quello degli ominidi preesistenti, gracili e robusti […], l’accresciuta dimensione dell’encefalo e la capacità di produrre utensili sono le prerogative dell’essere umano nella sua prima e vera espressione”.
La posizione eretta fu una fase molto importante dell’evoluzione degli umani. L’uomo si mise in piedi e si distaccò così dalla linea degli ominidi. L’accrescimento del cervello e la capacità di fabbricare utensili, lo caratterizzò come un essere in piena evoluzione e segnò la strada verso il modernismo in modo definitivo e irrevocabile.
Intorno a 1,6 milioni di anni fa, compare un altro ominide, che i ricercatori chiamarono “Homo Erectus”; mentre l’Homo Habilis scompariva fino ad estinguersi poco dopo. Secondo Reader, il nuovo arrivato sarebbe diventato “il più diffuso e longevo antenato della specie a noi noto”. Poi aggiunge che l’Homo Erectus era di “corporatura massiccia e ben costruita […], aveva le gambe lunghe, tipiche degli uomini che vivono ai tropici, e braccia di dimensione simili a quelle dell’uomo moderno.” Anche le dimensioni del cervello erano più importanti della specie precedente. La “massa cranica era di circa 900 centimetri cubi”. Questo fattore era sicuramente un vantaggio per la capacità cognitiva e la sua intelligenza fu un fattore che l’aiutò a entrare in competizione con altre specie e portarle all’estinzione.
Le caratteristiche del nuovo venuto furono determinanti per l’evoluzione dell’umanità, perché permise di reggere le lunghe distanze. Si moltiplicò per la sua longevità, nettamente superiore ai precedenti ominidi, e si sparse in tutta l’Africa e anche fuori. Fu ritrovato nei siti “in Sud-Africa, Tanzania, Kenya, Etiopia, Marocco, Algeria […], in Europa, a Giava e in Cina”. Secondo Swisher, il più antico esemplare di Homo Erectus trovato fuori dall’Africa risale a circa 1,8 milioni di anni fa, mentre il più recente, trovato in Cina, risale a circa 200 mila anni fa. Sembrerebbe che l’Homo Erectus sia stato “l’antenato […] dell’Homo Neandertalensis che popolò l’Europa intorno a 120 mila anni fa”.
Diventati numerosi e sparsi ai quattro venti, i nostri antenati cominciarono a calcolare il rapporto fra il vantaggio di sfruttamento di una data risorsa e il sacrificio richiesto. L’Erectus aveva il vantaggio di potersi muovere di più per raggiungere le risorse di cibo in diversi posti, anche lontani, ma doveva pur nutrirsi di più per mantenere la sua corporatura e la sua energia. In più, come ldicono Aiello e Wheeler (1959), “un encefalo più sviluppato richiede un periodo di maturazione più lungo e costringe i genitori a investire più tempo ed energie nella cura dei figli prima che questi siano in grado di cavarsela da soli”. Diventava allora necessario il ragionamento che dimostrasse la necessità di qualunque innovazione e, quindi, l’intelletto doveva spesso essere sollecitato. Progettare e pianificare diventò la regola per soddisfare il bisogno primario del corpo: il cibo. Questa situazione spinse l’Erectus, intorno a 1,4 milioni di anni fa, all’invenzione di nuovi utensili: una serie di asce chiamate “bifacciali”.
Mentre l’Habilis si limitava soltanto a usare sassi già disponibili e far saltare delle schegge per poi usarle in modo efficiente, l’Erectus progettava prima i suoi utensili nella mente, poi si spostava per cercare il materiale adatto alla sua realizzazione. Secondo Reader, “nulla era arbitrario nel processo di fabbricazione”. Le caratteristiche degli utensili rinvenuti insieme all’Erectus dimostrano che “solo confrontando di continuo l’oggetto in lavorazioni con un’immagine mentale del prodotto finito si poteva realizzarlo”. Questo dimostra quello che Gowlett (1992 b) chiama “immaginazione”, “marchio distintivo della cultura umana“, insieme ai “ricordi del passato e l’esperienza del presente, permette di formulare piani per il futuro, prossimo e lontano”. La tecnologia arcaica non era più usata soltanto per procurarsi il necessario per il mantenimento del corpo, ma anche per altre utilità che, anche se secondarie, erano comunque importanti: il vestirsi, per esempio, richiedeva l’uso del pelo degli animali e gli alberi non servivano soltanto per la frutta, ma la loro scorza poteva servire a creare fibre e corde per usi diversi.
L’Homo Erectus visse più a lungo ma, circa 400 mila anni fa, apparve una sua variante molto simile a lui, in quasi tutto, tranne nelle dimensioni del cervello – molto più grande quest’ultimo – che prese il nome di Homo Sapiens. Quando l’Erectus si estinse completamente, il Sapiens era già evoluto e, intorno a 130 mila anni fa, nasceva l’Homo Sapiens Sapiens. Secondo Reader questi era “questi era alto e longilineo, il mento sporge in avanti, il volto è arretrato al di sotto del cranio, la fronte è alta ma le arcate sopraciliari non sono molto sporgenti”; però, mentre il Sapiens aveva un encefalo delle dimensioni di circa 1.250 centimetri cubi, il Sapiens Sapiens ne aveva fra i 1.200 e i 1.700 centimetri cubi.
L’evoluzione è infine giunta agli uomini moderni, cioè noi, che abbiamo ereditato la capacità dell’immaginazione, del progetto e dell’invenzione dall’Erectus.
Alla luce di tutto questo, dobbiamo farci una ragione sull’immigrazione. L’umanp migrerà sempre, per vari motivi, nonostante i muri che si vogliono costruire. E che, purtroppo, già si costruiscono. Questi muri sono destinati a cadere. L’unica cosa sensata da fare è prendere atto di questa natura migratoria dell’uomo e agire in modo efficiente per la convivenza e per il bene di tutti.


