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Redazione
ANNO XIVsabato 24 Ottobre 2026
radici e orizzonti

Da Calomini alla corsa all’oro in Nuova Zelanda: l’incredibile avventura del pioniere Giuseppe Vangioni

Ci sono storie che sfidano le distanze e il tempo, racconti custoditi in vecchi archivi parrocchiali e in casse d’oltreoceano che tornano a parlare quando meno ce lo aspettiamo. È la storia di Giuseppe Vangioni, nato a Calomini nel 1835, e di un viaggio iniziato lungo le mulattiere e le pareti di roccia delle Alpi Apuane e arrivato fino al cuore selvaggio dell’Emisfero Australe.

Tutto ha inizio nel luglio del 1857. Giuseppe ha ventidue anni e lavora come manovale tra i borghi attorno a Calomini. La Valle del Serchio di quegli anni guarda lontano, compressa da difficoltà economiche ed attratta dal richiamo dell’America. Giuseppe salpa dal porto di Livorno a bordo del veliero Baltic, diretto a New York. Sul passaporto – rilasciato dal governo del Duca di Modena prima dell’Unità d’Italia – c’è il timbro di partenza. Con lui viaggiano quarantadue uomini della lucchesia e, in particolare, due compaesani e fabbri di Calomini, i fratelli Bertoni.

Arrivato negli Stati Uniti, Giuseppe lavora per quattro anni nella costruzione di strade. Ma il vento dell’avventura soffia verso sud. Nel maggio del 1861 si imbarca per l’Australia, dove giunge a Melbourne: è la stagione della corsa all’oro nello stato di Victoria. La vita del digger, il cercatore d’oro, è un’esistenza dura, fatta di tende piantate nel nulla, freddo e fango, con poche pepite e la costante speranza di una svolta.

La svolta non arriva in Australia, ma nel 1862, quando Giuseppe segue la nuova febbre dell’oro verso l’Isola del Sud della Nuova Zelanda. Sbarcato a Dunedin, si addentra nelle regioni interne dell’Otago, lavorando nei campi auriferi di Tuapeka e Dunstan. In un territorio allora quasi esclusivamente britannico, Giuseppe è tra i primissimi immigrati italiani in assoluto ad approdare in Nuova Zelanda. Ma i rigidi e morsi inverni della regione mettono a dura prova anche la tempra di un uomo di montagna.

Nel maggio del 1864, esaurita la spinta della corsa all’oro, Giuseppe decide che è tempo di fermarsi. Si stabilisce ad Akaroa, un incantevole borgo costiero della penisola di Banks, fondato originariamente da una colonia francese nel 1840. Qui, unico italiano della cittadina, ritrova un’atmosfera continentale e rimette a frutto le competenze apprese in America: diventa un importante costruttore di infrastrutture locali, realizzando strade, moli e muri di sostegno lungo la costa.

Ad Akaroa la sua vita prende una nuova piega: nel 1870 sposa Julia Brocklebank e insieme aprono un emporio che diventa in breve tempo un punto di riferimento per tutta la comunità. Dalla loro unione nasceranno nove figli – sette femmine e due maschi – dando origine a un folto ramo familiare che oggi si estende tra la Nuova Zelanda e l’Australia.

Giuseppe si spegnerà ad Akaroa nel 1921, quattro anni dopo la scomparsa di Julia. Non farà mai più ritorno a Calomini, né rivedrà i genitori Luigi e i suoi nove fratelli, tra cui Paolo, rimasto in valle. Nell’Ottocento, un viaggio per mare di oltre tre mesi per rientrare in Europa era un’impresa quasi insormontabile.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, il filo spezzato dell’emigrazione si è ricucito. Peter Vangioni, trisnipote di Giuseppe, qualche mese ha di nuovo attraversato mezzo mondo per tornare ad abbracciare i parenti rimasti a Gallicano e Vergemoli, dopo aver ritrovato, anni prima, tra i registri della chiesa di San Tommaso a Calomini, i nomi dei propri avi.

«Kia ora, Manuele» – mi ha scritto Peter dalla Nuova Zelanda, usando il tradizionale saluto Maori – «I Vangioni di Gallicano ci hanno accolto con un calore immenso. La Valle del Serchio e le Alpi Apuane sono d’una bellezza mozzafiato: ho sentito un legame profondo con questa terra e so che dovrò tornarci spesso».

Le immagini d’epoca e i documenti d’archivio custoditi presso l’Akaroa Museum ci mostrano un bellissimo passaporto estense di Giuseppe e il nostro pioniere, a cavallo, in posa davanti al suo emporio. Una storia che ci ricorda come le radici della nostra valle non abbiano mai smesso di germogliare, neppure dall’altra parte del pianeta.

(Crediti fotografici e immagini d’epoca: Akaroa Museum Collection)

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