Giorno 2 – Fene-Betanzos
Trenta chilometri. È questa la distanza che ci separa da Betanzos quando, la mattina del secondo giorno, lasciamo Fene e rimettiamo lo zaino sulle spalle. E se il primo giorno era stato quello dell’entusiasmo, delle prime emozioni e della scoperta, il secondo ci presenta subito un altro volto del Cammino: quello della fatica.
Passiamo da Pontedeume, attraversiamo il fiume Baxoi, Miño e Ponte do Porco. Intorno a noi il paesaggio continua a cambiare, ma c’è una costante che sembra accompagnarci per buona parte della giornata: le salite. Tante. Lunghe. E, quando pensi che quella che stai affrontando sia finalmente l’ultima, dietro una curva ne compare un’altra.
Le gambe iniziano a protestare, i piedi pure. Trenta chilometri sono tanti, soprattutto quando il dislivello continua a metterti alla prova. Con lo zaino, invece, succede qualcosa di strano: dopo un po’ smetti quasi di sentirlo. Diventa una parte di te. Lo sistemi sulle spalle al mattino e poi è lì, come se fosse sempre stato al suo posto.
Anche la compagnia è la stessa del giorno precedente: io, Tommaso, Alessia e Davide. E a questo punto c’è una cosa che non vi avevo ancora raccontato su di loro. Alessia e Davide si sono conosciuti soltanto due mesi fa, ad agosto, sul Cammino portoghese. Sono partiti entrambi da soli e, tappa dopo tappa, hanno incontrato altri pellegrini fino a formare un piccolo gruppo. Loro due si erano conosciuti una sera. È nata subito una sintonia e, una volta tornati alle rispettive vite, evidentemente il Cammino non aveva ancora finito di chiamarli. Così, a distanza di poco tempo, hanno deciso di ripartire: ottobre, Cammino Inglese.
E ora eccoci qui, noi quattro, a macinare chilometri insieme. Dopo tanti chilometri, però, arriva il momento di pensare a una questione decisamente concreta: dove dormiamo stanotte? Ed è così che siamo finiti in una foresteria gestita dalle suore. Sull’app Buen Camino, che utilizziamo anche per cercare le strutture dedicate ai pellegrini, troviamo un posto disponibile: l’Hospedería de las Agustinas Recoletas. L’unico libero. Chiamiamo il numero indicato e dall’altra parte risponde una signora: “C’è posto. Quando arrivate dite che vi ho mandato io”. Va bene. Ma una volta chiusa la telefonata ci guardiamo. Io chi? Chi fosse quella signora non lo abbiamo mai scoperto.
Arrivati all’indirizzo indicato, davanti a noi troviamo un convento. Entriamo. Silenzio. Non c’è nessuno. “Hola!”, diciamo ad alta voce. Dopo qualche secondo arriva una vocina. Ma non riusciamo a capire da dove. Poi lo vediamo: una sorta di piccolo sportello nel muro, qualcosa che assomiglia a un montavivande. La voce proviene da lì. Spieghiamo che siamo i quattro ragazzi che hanno chiamato e che abbiamo bisogno di un posto per dormire. La voce ci risponde che quello è un convento. A quel punto, un po’ perplessi, facciamo la domanda più semplice possibile: “Possiamo dormire qui?” “Andate nel palazzo accanto”, ci risponde.
Obbediamo. Ci dirigiamo verso l’edificio indicato e ad aprirci troviamo due suorine, entrambe piccoline, che prima controllano che siamo effettivamente pellegrini, poi prendono le nostre credenziali e appongono il timbro.
A quel punto ci accompagnano alla stanza. Ed è qui che la situazione assume definitivamente i contorni di un’avventura. L’edificio è interessato da alcuni lavori. La porta di legno ha aperture tutt’intorno, alcuni vetri sono assenti e al loro posto ci sono dei teli. Fa freddo. Entriamo nella nostra camera: una quindicina di letti e un gruppo di ragazzi cecoslovacchi, anche loro pellegrini, che hanno già preso possesso di buona parte della stanza.
Io, Tommaso, Alessia e Davide ci guardiamo un po’ esterrefatti, un po’ divertiti. Dopo trenta chilometri, però, non rimane molta energia per protestare contro il destino. Raggiungiamo i nostri letti assegnati e decidiamo di prenderla con filosofia. E, soprattutto, di riderci sopra.
Doccia veloce e poi di nuovo fuori, questa volta alla scoperta delle stradine di Betanzos. Troviamo un piccolo ristorante e ordiniamo ormai quasi inevitabilmente le capesante, che sembrano essere diventate il piatto ufficiale di questi primi giorni. Ma soprattutto assaggiamo lei: la tortilla di Betanzos. La più buona mangiata fino a quel momento. Saporitissima, dorata fuori e morbidissima all’interno, quasi cremosa. Talmente morbida che viene spontaneo raccoglierla con il pane.
Poi torniamo alla nostra insolita sistemazione per la notte. Sacco lenzuolo, letto e freddo. All’inizio mi ero ripromessa che non avrei utilizzato quelle vecchie coperte appoggiate sul materasso. Ho resistito per un po’. Poi la temperatura ha avuto la meglio su qualsiasi principio igienico. Mi sono coperta. E ho dormito.
Il secondo giorno finisce così: trenta chilometri nelle gambe, una tortilla memorabile nello stomaco e quattro pellegrini infreddoliti in una camerata dentro una foresteria di suore.
Il Cammino comincia già a insegnarci qualcosa: non sempre puoi scegliere dove arriverai, né cosa troverai una volta lì. Puoi però scegliere come viverlo. E qualche volta, davanti a ciò che non puoi cambiare, una risata condivisa è il miglior modo per arrivare alla tappa successiva.




