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Redazione
ANNO XIVvenerdì 30 Ottobre 2026
intervista

Giuseppe Berni, memoria storica delle Apuane: “La montagna è scuola di vita”

Giuseppe Berni è un uomo di montagna. Un camminatore. Una “scatola nera” vivente delle nostre Alpi Apuane, che conosce a menadito. Una memoria storica.

Garfagnino doc, noto a tutti gli appassionati di montagna, è un frequentatore assiduo delle vette alpine nostrane. È salito sulla cima della Pania della Croce ben 406 volte (!). La prima, fu nel 1956. Sul palco de “L’Adunata – Monologhi tra Terra e Spirito” a Ghivizzano, ospite dello spettacolo ideato da Salvatore Liggeri e diretto da Fabrizio Baroni, ha fatto trasparire tutta la sua esperienza maturata negli 89 anni di vita.

Date, numeri. E riconoscimenti. Come la targa che il sindaco di Molazzana, Andrea Talani, ha voluto conferirgli e che, con emozione e orgoglio, ha accolto. Tra salite e pendii, in tutti questi anni, Berni ha dichiarato di aver percorso circa 80 mila chilometri in montagna: quasi due volte il giro del mondo.

La Gazzetta del Serchio lo ha voluto intervistare perché la sua testimonianza è una di quelle che meritano di essere conservate e tramandate alle future generazioni.

A quale età ha cominciato a camminare per sentieri?

“Diventai socio del Club Alpino Italiano, sezione di Lucca, prima degli anni ‘60, ma avevo già percorso sentieri e scalato montagne. Il Palodina è stato il primo monte in assoluto; seguito dalla Pania, che è la montagna, da me, preferita e che rimane al primo posto nel mio cuore. In seguito, come socio CAI, ho scalato il Pizzo d’Uccello e tantissime altre vette. In tutti questi anni, in cui l’alpinismo è stata la mia attività sportiva preferita e sempre praticata, ho percorso complessivamente 80 mila chilometri”.

Ricorda le sensazioni provate quando ha raggiunto, per la prima volta, la vetta del Palodina?

“Mi sembrava di aver scalato una montagna di 3 mila metri. Per la prima volta, in basso, sotto ai miei piedi, potevo perdermi nel panorama della vallata. Ero entusiasta ed incuriosito, cercavo di scoprire i luoghi da me conosciuti: il fiume, le chiese, le case. Vicino alla vetta, cresceva un faggio secolare ed io non potei fare a meno di incidere il mio nome e la data. Quel faggio, abbarbicato lassù, ha ispirato un poeta che ha scritto una bellissima poesia”.

Si sente “a casa” anche quando si trova in luoghi montani, ma lontani dalle Apuane e dai nostri Appennini?

“La montagna non è locale… Per me, la sensazione dei monti vicini a casa o dei monti lontani in altre regioni è sempre uguale, sia che cammini lungo il sentiero che porta in Pania o che cammini verso le Cime di Lavaredo. E sono sensazioni di libertà, di leggerezza fisica e mentale. I problemi li lascio a valle e l’ascensione verso la vetta mi ricarica, mi dà forza per affrontare, una volta tornato a casa, quei problemi che sembravano irrisolvibili”.

Se pensa alla montagna che frequentava da giovane e quella che frequenta oggi, quali cambiamenti le fanno rimpiangere i tempi andati?

“Le montagne sono rimaste uguali e le sensazioni che percepiamo, trasmesse dalla natura di quei luoghi, sono, in genere, sempre le solite. Una volta, la montagna non era molto frequentata; pochi erano gli appassionati di quegli ambienti. Ed è proprio questa la differenza tra ieri e oggi: specialmente dopo il Covid, c’è stato un aumento dei frequentatori. Tanti sono ben equipaggiati, indossano tute alla moda; ma, spesso, molti si avventurano su sentieri ghiacciati con indosso scarpe da tennis, abbigliamento leggero. Noi, al contrario, conoscevamo i pericoli ed eravamo più coscienti e responsabili”.

Un viaggio inizia con un semplice passo. Lei, dopo tutti questi passi, cosa ha capito?

“La vita dovrebbe insegnarci ad andare avanti, ma io penso che è necessario girarsi anche indietro per vedere tutto quello che abbiamo fatto. A questo punto della mia esistenza, ho capito e sento il dovere di frequentare quei pochi amici rimasti non più in salute, costretti ad una vita sedentaria, con mille problematiche. Vado spesso a trovarli, perché so che mi aspettano e desiderano vedermi ed ascoltarmi; ma non racconto loro delle mie gite in montagna, o dei tanti chilometri che percorro ogni giorno. Parlo dei tanti ricordi che possiamo condividere. Sì, perché la vecchiaia è la stagione dei ricordi”.

Durante questo percorso di vita, come è cambiata la sua persona?

“Non sono molto cambiato, il carattere non si può cambiare, ma solo modificare leggermente. Ho vissuto tanti anni e mi sento fortunato se guardo indietro agli anni della mia gioventù e della maturità”.

Quali eventi l’hanno turbato in questi anni?

“Oggi sono scioccato per le guerre che non hanno fine e che causano ogni giorno migliaia di morti, di sofferenze alle popolazioni; muoiono giovani, bambini anziani, le popolazioni sono decimate, le città distrutte. Il pensiero di quell’immane dolore mi porta ad essere più disponibile verso chi ha bisogno e mi sento in dovere di dare una mano agli amici non più autonomi. Sono scioccato anche per i cambiamenti ambientali e i cambiamenti umani. In 30 anni è cambiato tutto, i giovani che si isolano concentrati sul cellulare, sono più violenti ed in genere poco interessati a prendere iniziative per il bene del paese in cui vivono”.

Quali eventi vorrebbe rivivere?

“Vorrei rivivere gli anni della mia infanzia, quando venivo portato incontro a mia madre che usciva dal lavoro. Lei mi prendeva in braccio e a volte mi addormentavo. Per arrivare a casa c’era da fare una scala con 40 scalini e se mi svegliavo dopo che mia madre aveva salito la scala, io volevo a tutti i costi ritornare giù e salire di nuovo. Nel mio DNA c’era la passione del cammino. Il primo trekking l’ho fatto a 7 anni, il 26 dicembre del 1944. Il giorno dopo Natale si riunirono a casa mia tanti capofamiglia del paese. I tedeschi avevano avuto la meglio sugli americani ed, essendo arrivati a Barga, era necessario fuggire verso San Romano. Non ero spaventato, per me era un divertimento dormire tutti in chiesa stesi in terra o vedere quelli che io pensavo fossero fuochi d’artificio”.

Che testimonianza può lasciare a chi verrà dopo di lei?

“Ho fatto una vita semplice in mezzo alla natura, alle montagne, all’aria aperta, sempre in movimento, perché il movimento è salutare. Inoltre, la montagna è scuola di vita. Insegna a soffrire, a rinunciare. E’ grazie alla montagna se ho raggiunto questa età”.

Foto di Roberto Rocchiccioli

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