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Redazione
ANNO XIVvenerdì 6 Novembre 2026
media valle del serchio

“Ai mammalucchi”: quando le statuine davano lavoro alla Valle del Serchio

«Dove lavori?». «Ai mammalucchi». Nella Valle del Serchio, un tempo, bastava questa risposta e tutti capivano. I “mammalucchi” erano le statuine: pastori, Madonne, angeli, animali e altre figure che davano occupazione e sostegno a numerose famiglie.

Secondo un racconto tramandato da anni, il nome richiamerebbe le parole «Madam, look!», “Signora, guardi!”, con cui i figurinai emigrati negli Stati Uniti attiravano l’attenzione delle clienti. Da quel richiamo sarebbe nato “mammalucchi”: una spiegazione popolare, non documentata, che lega questo mestiere alla memoria dell’emigrazione.

Per generazioni i figurinai lucchesi partirono portando con sé stampi, gesso e un’abilità imparata spesso in famiglia. Attraversarono l’Europa e raggiunsero paesi lontani, cercando fortuna con le proprie creazioni. Poi quella produzione mise radici anche nella nostra valle, attraverso laboratori e fabbriche.

A Bagni di Lucca, nel 1900, Carmelo Barsanti avviò la lavorazione delle statue in gesso alabastrino. Nel 1908 Emanuele Fontanini aprì una bottega artigiana, dedicandosi alla cartapesta. Con i figli Mario e Aldo l’attività crebbe, arrivando a esportare anche negli Stati Uniti.

Un posto importante spetta anche alla ditta Marchi. Giovacchino Marchi la fondò nel 1930, dopo aver viaggiato per il mondo vendendo figure di gesso. Nel 1946 i suoi quattro figli costituirono la Cav. Giovacchino Marchi & Figli, specializzata nelle statuine del presepe in cartapesta. Seguirono le esportazioni oltreoceano e, negli anni Sessanta, la produzione in plastica. Una storia che prosegue oggi con Euromarchi, a Bagni di Lucca.

Accanto alle imprese maggiori c’erano realtà familiari come quella di Giuseppe Citti. Imparato il mestiere in Belgio, dove era emigrato nel 1936, tornò in Italia e nei primi anni Cinquanta cominciò a produrre statuine e i caratteristici cani con la testa a molla. Successivamente l’attività si orientò anche verso gli stampi per manufatti artistici.

Le vecchie fotografie raccontano soprattutto il lavoro delle donne: lunghe tavolate, scaffali pieni di pezzi, pennelli e colori. Rifinire una figura, dipingerne il volto, curarne gli occhi richiedeva pazienza, precisione e mani esperte. Quel salario aiutava a mandare avanti la casa e a crescere i figli; per molte lavoratrici significava anche maggiore autonomia.

Cambiarono i materiali, le tecniche e l’organizzazione delle fabbriche. Dal gesso alla cartapesta e poi alla plastica, il settore seppe trasformarsi, conservando lavorazioni manuali e competenze artigiane.

Fontanini, Marchi, Barsanti e Citti rappresentano percorsi diversi di una storia comune, fatta di emigrazione, inventiva e lavoro.

«Lavoro ai mammalucchi». Dietro quella frase c’erano un mestiere, un salario e la dignità di tante persone. Anche questo raccontano le piccole statuine: una valle che, con le proprie mani, costruiva il suo futuro.

Foto: archivio fotografico di Gabriele Brunini.

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