C’erano una volta i falegnami. Quelli veri, cresciuti in un mestiere nel quale non bastava conoscere gli attrezzi: occorrevano occhio, esperienza, precisione e, soprattutto, mani capaci di capire il legno ancora prima di cominciare a lavorarlo.
Alessandro Lucchesi era uno di loro.
Quel mestiere lo aveva respirato fin da ragazzo, seguendo le orme del padre Francesco. Dopo la scuola di avviamento al lavoro aveva frequentato a Lucca anche una scuola di disegno, acquisendo nozioni che gli sarebbero state preziose per tutta la vita. Non era soltanto un bravo falegname: sapeva leggere e interpretare un disegno, comprenderne misure e proporzioni e trasformare ciò che era tracciato sulla carta in qualcosa di concreto.
Apparteneva a quella generazione di artigiani capaci di riconoscere quasi a colpo d’occhio un’essenza di legno. Bastavano una venatura, il colore o la consistenza per capire quale materiale avessero davanti e come dovesse essere lavorato. Ogni legno aveva il proprio carattere: scegliere, tagliare, piallare, sagomare e rifinire erano gesti affinati negli anni, attraverso l’esperienza e l’insegnamento di chi quel mestiere lo aveva praticato prima di lui.
Lo rivedo ancora nel suo laboratorio in Piazza: le pialle, le seghe, gli scalpelli, la pialla elettrica, la sega circolare e il banco da lavoro. Quella polvere sottile del legno che sembrava posarsi dappertutto, in mezzo a tutto questo c’era Alessandro. Indossava la sua tuta verde, segnata dalla polvere e dagli spruzzi di vernice. Aveva quei caratteristici capelli riccioluti e ricordo ancora i piccoli trucioli che finivano per infilarsi fra un ricciolo e l’altro. È una di quelle immagini che il tempo non è riuscito a portarmi via: Alessandro nella sua bottega, circondato dal profumo del legno e dai suoi attrezzi.
La falegnameria sarebbe rimasta la sua attività se le condizioni di salute glielo avessero consentito. Arrivò invece un momento in cui dovette rinunciare al lavoro artigiano e gli si presentò l’opportunità di entrare alle dipendenze del Comune di Borgo a Mozzano. Anche lì la sua esperienza non andò perduta. Venne impiegato come operaio specializzato e le competenze acquisite negli anni continuarono a essere preziose. Erano tempi nei quali molti interventi di manutenzione venivano ancora eseguiti direttamente dagli operai comunali. Era cambiato il luogo di lavoro, ma Alessandro continuava a portarsi dietro il sapere delle sue mani.
Raccontarlo soltanto attraverso il lavoro, però, sarebbe riduttivo. Aveva un carattere deciso e una personalità che non passava inosservata. A volte poteva essere anche un po’ spigoloso, pronto alla battuta, alla risposta e alla discussione, soprattutto quando era convinto delle proprie ragioni. Suo fratello Giuseppe, per tutti Peppino, era molto diverso da lui e ancora oggi sorrido ripensando alle loro discussioni. Confesso che qualche volta, anche quando ero ormai adulto, mi divertivo ad accenderle un poco. Bastava una battuta detta al momento giusto e Alessandro e Peppino ripartivano. Io li guardavo e ridevo, perché li conoscevo bene e dietro quelle schermaglie vedevo soprattutto due fratelli, diversi ma profondamente legati.
Sono questi piccoli ricordi, apparentemente insignificanti, che con il passare degli anni diventano preziosi. Alessandro seppe essere presente anche nella vita della sua comunità. Fu volontario attivo della Misericordia di Corsagna, partecipando per molti anni alla vita dell’associazione e facendo parte dei suoi consigli direttivi. Si dedicò con passione anche alla donazione del sangue e, come capogruppo dei donatori, fu un punto di riferimento sempre disponibile quando c’era bisogno di dare una mano. Il suo impegno gli valse un importante riconoscimento: la Croce al Merito della Carità, conferitagli dalla Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia. Un’onorificenza che racconta bene una parte della sua vita trascorsa al servizio degli altri.
Poi c’era la musica: per tanti anni Alessandro fece parte del Corpo Musicale Giuseppe Verdi di Corsagna. Una passione che non è finita con lui, perché è diventata un’eredità familiare, trasmessa ai figli e ai nipoti. Ancora oggi continua nelle nuove generazioni della famiglia Lucchesi: il nipote Alessandro è presidente del Corpo Musicale e anche Francesco, Joseph e Thomas ne sono componenti. Quando una passione attraversa le generazioni significa che qualcuno, prima degli altri, ha saputo piantare un seme. Al suo fianco c’era la moglie Matilde Poli, con la quale condivise la famiglia e un lungo percorso di vita.
Ma Alessandro era anche altro era cugino di mia madre e io, nella famiglia Lucchesi, sono cresciuto quasi come fossi uno dei suoi figli. Mi voleva bene, mi aiutava, mi portava con sé. Una parte della mia infanzia è rimasta per sempre dentro quella bottega. Negli anni delle scuole medie, durante le vacanze estive, diventavo quasi, permettetemi il termine, il suo “garzone”. Gli stavo accanto, gli passavo gli attrezzi e soprattutto guardavo: guardavo quelle mani.
Ricordo quando mi portava nei piccoli paesi della Valle del Serchio per i lavori che gli venivano affidati. Una finestra da sistemare, una persiana da riparare, una porta da aggiustare o una nuova da montare. Per me erano piccole avventure. Salivo con lui senza sapere che, mentre pensavo semplicemente di accompagnarlo, stavo imparando qualcosa che mi sarebbe rimasto per tutta la vita.
Lo osservavo prendere una misura, guardare un pezzo di legno, capire dove fosse il problema. Alessandro mi insegnò che prima delle mani viene la testa: bisogna osservare, ragionare e soltanto dopo intervenire. Allora ero un ragazzo e non potevo capire fino in fondo il valore di quelle giornate; oggi lo capisco. Ancora adesso, quando devo fare un piccolo lavoro e mi accorgo di saper usare un attrezzo o di riuscire a trovare una soluzione, qualche volta penso a lui. Sono gesti semplici, ma dentro quei gesti c’è qualcosa che Alessandro mi ha lasciato.
Poi arrivava Natale: insieme al fratello Peppino costruivano per me il presepe che erano vere opere d’arte. Nella semplice sala da pranzo di mia madre, in via Postabbio, nascevano case, montagne, strade e piccoli sentieri. Quella stanza, per qualche settimana, non era più una stanza, diventava il mio mondo. I presepi erano così belli che i miei amici venivano appositamente a casa per vederli. Io ne ero orgoglioso. Guardavo Alessandro e Peppino costruire, sistemare e inventare, mentre da materiali semplici prendeva vita qualcosa che ai miei occhi sembrava immenso. Forse allora non sapevo nemmeno quanto fossi fortunato.
Il legno non abbandonò Alessandro neppure dopo la pensione, continuò a cercarlo nei boschi, raccogliendo rami, radici e pezzi ai quali altri non avrebbero dato alcun valore. Lui, invece, riusciva già a vedere ciò che potevano diventare. Realizzava souvenir rigorosamente in legno, lavori artigianali che raccontavano la realtà, le tradizioni e il territorio della Garfagnana e della Versilia. Erano molto apprezzati, anche nelle località turistiche e in particolare all’Abetone. Era ancora il falegname di sempre: quello capace di vedere una forma dove gli altri vedevano soltanto un pezzo di legno.
Oggi, quando penso ad Alessandro, mi tornano davanti soprattutto le sue mani. Le mani che avevano imparato il mestiere dal padre Francesco. Le mani che conoscevano il legno, che avevano lavorato per una vita, costruito, riparato e aiutato. Le mani che mi avevano insegnato a tenere un attrezzo e, senza che me ne rendessi conto, anche ad affrontare un problema con pazienza.
Sono trascorsi tanti anni, la bottega non è più quella di allora e quei grandi presepi nella sala da pranzo di via Postabbio appartengono ormai al tempo dei ricordi. Eppure qualcosa è rimasto: è rimasto ogni volta che prendo in mano un attrezzo e mi accorgo che un gesto imparato tanti anni fa viene ancora naturale. È rimasto nei Natali in cui la memoria riaccende quella stanza e mi fa rivedere Alessandro e Peppino chini sul nostro presepe. È rimasto nella musica che continua attraverso i suoi figli e i suoi nipoti.
Forse le persone che ci hanno voluto bene non se ne vanno mai completamente. Continuano a vivere in ciò che ci hanno insegnato, nei gesti che ci hanno trasmesso e nei ricordi che, improvvisamente, tornano a bussare.
Nota dell’autore
Questo ritratto fa parte di “Volti e storie di Corsagna negli ultimi settant’anni”, una raccolta dedicata a uomini e donne che, attraverso il lavoro, l’impegno, le passioni e la loro umanità, hanno lasciato un segno nella vita del paese. Per scelta, in questi racconti non vengono indicate le date di nascita e di morte: non sono biografie anagrafiche, ma storie affidate ai ricordi, alle testimonianze e alla memoria di una comunità.