Le nostre chiese si stanno svuotando. È un dato evidente, sotto gli occhi di tutti. I banchi, una volta pieni, oggi sono più radi. Le presenze diminuiscono, le abitudini cambiano. E la spiegazione più immediata è sempre la stessa: mancano i preti.
È vero. I sacerdoti sono sempre meno. Le parrocchie si uniscono, i parroci devono seguire più comunità, spesso distanti tra loro. È un cambiamento reale, che ha trasformato profondamente anche il nostro territorio.
Ma fermarsi a questa spiegazione rischia di essere riduttivo. Perché quello che sta accadendo è qualcosa di più profondo. Io stesso, nel mio piccolo, ne sono un esempio. Per anni ho frequentato la chiesa ogni domenica: con mia moglie, con i miei figli, accompagnando anche mia madre. Era un appuntamento naturale, parte della vita. E, diciamolo, se non si andava a messa, non era domenica.
Oggi non è più così. E allora la domanda diventa inevitabile: è solo la mancanza dei sacerdoti a tenere lontane le persone? Oppure è cambiato il modo di vivere la fede?
Negli ultimi anni, accanto ai sacerdoti, sono cresciuti il ruolo dei laici e la presenza dei diaconi permanenti. Una scelta necessaria, che ha permesso alle comunità di continuare a esistere. Ma è anche un passaggio delicato. Perché non sempre queste figure vengono percepite come un punto di riferimento pieno. Non per mancanza di impegno o di disponibilità, ma perché spesso i fedeli cercano qualcosa di più: una guida riconosciuta, una preparazione teologica solida, una presenza che rappresenti pienamente il ministero.
È una questione che va affrontata con onestà. Il rischio, altrimenti, è duplice: da una parte comunità che si sentono meno accompagnate, dall’altra laici chiamati a svolgere un ruolo importante senza essere sempre messi nelle condizioni di farlo al meglio.
Eppure, nonostante tutto, ridurre il problema a “mancano i preti” sarebbe un errore. Perché c’è un altro elemento, forse ancora più decisivo: la fede era più un’abitudine. Un tempo si andava a messa perché lo facevano tutti. Era parte della vita del paese. Oggi non è più così. Oggi partecipare è una scelta. E le scelte richiedono motivazione, consapevolezza, convinzione.
Forse è proprio qui il punto. Le nostre comunità non stanno solo cambiando organizzazione. Stanno cambiando identità. E allora la domanda vera non è quanti siamo in chiesa. La domanda è: quanto siamo disposti a crederci davvero. Perché meno preti non significa automaticamente meno fede. Ma senza partecipazione, senza responsabilità condivisa, senza un impegno reale – da parte di tutti – il rischio è che le nostre comunità diventino sempre più fragili.
E allora forse il problema non è solo chi manca. Ma anche ciò che, lentamente, stiamo smettendo di essere. “Le chiese non si riempiono con le strutture. Si riempiono con le persone. E oggi, quelle, devono scegliere di esserci.”
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