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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

Cricket, the gentleman’s game: lo sport che non ho ancora capito

Vivere a Londra significa anche questo: ritrovarsi, quasi senza volerlo, davanti a cose che fino a qualche anno fa sembravano lontanissime dalla propria quotidianità.

Nel mio caso, uno di questi esempi è il cricket. Cricket da non confondere con l’insetto. Vicino casa, nella zona di Pimlico, appena arriva il sole iniziano a comparire persone vestite completamente di bianco, con mazze di legno, palline rigidissime e partite che — almeno agli occhi di una toscana cresciuta tra calcio, sagre e urla dalla tribuna — sembrano non finire mai.

Eppure gli inglesi lo adorano. Anzi, più che uno sport, qui il cricket sembra quasi una religione tranquilla. La cosa buffa è che all’inizio pensavo — ignorante totale della categoria — fosse una specie di baseball inglese un po’ più lento. Poi ho scoperto che dirlo davanti a un appassionato di cricket equivale più o meno a dire a una nonna italiana che la carbonara con la panna “alla fine non è male”. Sacrilegio. Il cricket ha regole infinite, termini incomprensibili e partite che possono durare giorni interi. Giorni.

E da buona Generazione Y, la prima cosa che mi è venuta in mente sono state le puntate infinite di Dragon Ball o di Captain Tsubasa, dove una partita durava praticamente più dell’infanzia di chi la guardava. Una cosa che per una persona mediterranea è già difficile da elaborare mentalmente. Infatti, all’inizio, guardandoli giocare, la domanda era sempre la stessa: “Scusate… ma quando finisce?” La risposta, praticamente, è: dipende.

Perché il cricket funziona più o meno così: due squadre da undici giocatori, una mazza, una pallina e un obiettivo apparentemente semplice — colpire la palla e fare punti correndo tra due linee prima che l’altra squadra la recuperi. Fin qui sembra facile. Poi però iniziano le complicazioni inglesi. Esistono diversi formati di partita, alcune durano poche ore, altre giorni interi, e perfino le palline cambiano a seconda del tipo di gioco: rosse per le partite tradizionali, bianche per quelle più veloci giocate di sera e rosa per le versioni notturne più lunghe. Perché evidentemente una sola pallina normale sarebbe stata troppo semplice.

Poi arrivano termini tipo wicket, bowler, innings, over… e ogni volta che pensi di aver finalmente capito le regole, succede qualcosa che rimette tutto in discussione. Ci sono pause per il tè, momenti in cui apparentemente non succede nulla e altri in cui tutti improvvisamente applaudono senza che tu abbia minimamente capito il motivo. Ed è proprio lì che nasce il dramma di ogni straniero che vive in Inghilterra: fingere di capire il cricket. Perché prima o poi capita a tutti quella situazione in cui qualcuno indica il campo e dice con entusiasmo: “What a shot!” E tu annuisci serio, sperando con tutto il cuore che nessuno ti faccia una domanda in più.

La verità è che il cricket racconta perfettamente il carattere inglese: la pazienza, il rispetto delle regole, il silenzio, l’attesa. Non è uno sport costruito per chi vuole tutto e subito. È quasi l’opposto del calcio moderno. Nasce secoli fa nelle campagne inglesi e col tempo diventa uno dei simboli culturali del Regno Unito. Ancora oggi viene giocato ovunque: nelle scuole, nei parchi, nei club e nei grandi stadi. Appena esce un raggio di sole, basta attraversare un prato londinese per trovare qualcuno che sta giocando a cricket.

E c’è un’altra cosa molto inglese: il bianco. Tradizionalmente i giocatori vestono completamente di bianco, una scelta nata nell’Ottocento per sopportare meglio il caldo durante le interminabili partite estive. Anche se, diciamolo, vedere gente tutta vestita di bianco sotto un cielo grigio inglese ha qualcosa di poeticamente assurdo.

Poi ci sono le tradizioni che gli inglesi prendono serissime. Durante alcune partite importanti esiste ancora la pausa tè ufficiale. Sì. Nel mezzo dello sport. Perché evidentemente in questo Paese anche la competizione deve avere il tempo di respirare.

E forse è proprio questo il punto. Il cricket non è fatto per essere capito subito. Va osservato. Un po’ come certe abitudini inglesi che all’inizio sembrano strane e poi, lentamente, iniziano quasi ad avere senso.

Da italiana, certe volte guardando queste partite mi viene da ridere pensando a come sarebbe una scena simile in Toscana. Dopo venti minuti ci sarebbe già qualcuno che discute con l’arbitro, uno che propone una merenda e qualcun altro che decide che tanto “si stava meglio a giocare a biliardino”. Qui invece no. Qui stanno ore in silenzio, con una calma quasi irreale, come se il tempo avesse improvvisamente rallentato.

E forse il cricket, alla fine, è proprio come l’Inghilterra: all’inizio non la capisci. Poi, piano piano, inizi ad affezionartici.

Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R

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