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Redazione
ANNO XIVmercoledì 5 Agosto 2026
Volti e storie di Corsagna negli ultimi settant’anni

Danilo Citti, l’uomo che amava le api

In questa rubrica, per scelta, non vengono indicate le date di nascita e di morte. Non vuole essere una ricostruzione anagrafica, ma un modo per ricordare ciò che queste persone hanno rappresentato per Corsagna e per la sua comunità, affinché il loro esempio e la loro memoria continuino a vivere.

Quando, alla fine del 1978, entrai per la prima volta nella casa di Danilo Citti, che sarebbe poi diventato mio suocero, mi trovai davanti a un personaggio che non passava certamente inosservato. Era un uomo alto, magro, con un modo di parlare chiaro, preciso e misurato, di quelli che sanno farsi ascoltare. Aveva una straordinaria capacità di raccontare e sembrava sapere sempre qualcosa in più degli altri.Con il tempo compresi che dietro quel modo di parlare c’erano una grande curiosità per la vita e una profonda conoscenza della storia del paese.

Sapeva tantissime cose di Corsagna, delle sue famiglie, delle tradizioni e dei lavori di una volta. Aveva una memoria sorprendente e, quando cominciava a raccontare, riusciva a far rivivere fatti, luoghi e persone di un tempo ormai lontano.

A volte penso che, se oggi mi piace scrivere e raccontare le storie del nostro paese, lo devo anche un po’ a lui. Da Danilo ho imparato ad ascoltare, a osservare e soprattutto a custodire la memoria delle persone e di Corsagna.

Tra i suoi racconti che maggiormente mi colpivano c’erano quelli della guerra. Danilo raccontava di essere stato arrestato dai soldati dell’esercito tedesco e di essere poi riuscito a scappare. Dopo la fuga intraprese il difficile viaggio di ritorno verso Corsagna insieme ai suoi due fratelli, Marino e Bruno e a due amici del paese, Pacino Pellegrini e Angelo Lucchesi. Furono giorni durissimi, trascorsi camminando in un’Italia sconvolta dalla guerra, tra paura, fame, pericoli e il grande desiderio di poter finalmente tornare a casa e riabbracciare le proprie famiglie.

Durante quel lungo viaggio non mancarono, tuttavia, episodi che Danilo ricordava anche con un sorriso. Quando il gruppo passò vicino al lago Bolsena, Pacino Pellegrini, che fino a quel momento non aveva mai visto né un lago né il mare, rimase meravigliato davanti a quella grande distesa d’acqua ed esclamò, con la spontaneità del nostro dialetto: «Che bozzo grosso! Che bozzo grande!» Per chi viveva nei nostri paesi, il “bozzo” era una piccola raccolta d’acqua. Proprio per questo quell’esclamazione così genuina rimase impressa nella memoria di Danilo, che continuò a raccontarla negli anni con grande simpatia.

C’era poi un altro momento di quel viaggio che ricordava sempre con particolare commozione. Il giorno di Natale, durante il cammino verso Corsagna, Danilo e i suoi compagni dovettero attraversare un fiume sul dorso di un asino. Oggi non riesco con certezza a ricordarne il nome, né se si trovasse nel Lazio oppure in Toscana, forse nella zona di Siena, ma quel passaggio, compiuto proprio nel giorno di Natale, era rimasto profondamente impresso nella sua memoria.

Ogni anno, quando tornavano le festività natalizie, quel ricordo riaffiorava. Mentre lo raccontava, la sua voce cambiava e i suoi occhi si riempivano di commozione. Per lui il Natale non era soltanto una festa, ma anche il ricordo di quella fuga, del fiume attraversato con i fratelli e gli amici e della speranza di poter finalmente rivedere Corsagna.

Erano racconti che ascoltavo con grande attenzione, perché sembravano usciti da un libro di storia, ma erano la sua vita.

Accanto a quei ricordi difficili, Danilo aveva anche una grande passione per l’opera lirica. Bastavano poche note perché riuscisse a riconoscere un’aria. Ascoltava con attenzione e sapeva spesso indicare l’opera dalla quale proveniva. Era un piacere sentirlo parlare di musica, perché lo faceva con semplicità, ma anche con una conoscenza e una sensibilità che mi hanno sempre sorpreso.

Ma ciò che mi colpì fin dai primi tempi fu anche il suo entusiasmo per l’apicoltura. Fare l’apicoltore, in quegli anni, non era certo un grande mestiere. Danilo lo praticava però con una passione autentica e in maniera ancora molto artigianale. Inizialmente produceva il miele nei bugni, antichi alveari ricavati da tronchi di castagno svuotati all’interno, con piccoli fori attraverso i quali entravano e uscivano le api.

Ogni sera mi raccontava qualcosa di quel mondo affascinante. Mi spiegava il ruolo dell’ape regina, il lavoro delle api operaie e tutto ciò che avveniva all’interno dell’alveare. Mi parlava dell’organizzazione perfetta di quelle piccole creature e del loro lavoro continuo e instancabile. Ricordo anche il procedimento che seguiva per estrarre il miele dai bugni, attraverso gesti antichi che richiedevano esperienza, pazienza e una grande attenzione.

Con il passare del tempo si perfezionò e cominciò a utilizzare le arnie moderne, le caratteristiche casine costruite appositamente per le api. Al loro interno si trovavano i telaini sui quali le api costruivano i favi e depositavano il miele. Quando i favi erano pronti, Danilo estraeva delicatamente i telaini e utilizzava lo smielatore, che permetteva di far uscire il miele dalle celle senza distruggere la struttura di cera.

Ricordo ancora con stupore quando lo osservavo lavorare. Era spesso circondato da tantissime api, che gli volavano intorno e gli si posavano addosso. Eppure lui rimaneva tranquillo e continuava a compiere i suoi gesti con assoluta naturalezza. Le api sembravano conoscere la sua calma e fidarsi di lui. Io rimanevo affascinato da quell’armonia tra l’uomo e quelle piccole creature che, in altre situazioni, avrebbero anche potuto pungere. Danilo le amava veramente e ogni suo gesto era compiuto con rispetto, attenzione e delicatezza, come se si stesse prendendo cura di amiche preziose.

L’apicoltura rappresentava anche un piccolo aiuto per il reddito della famiglia. Molte persone del paese andavano da lui a cercare il miele, apprezzato perché genuino e prodotto con passione. Era un alimento prezioso, sempre utile nelle case e considerato fonte di benessere.

Quando oggi ripenso a Danilo Citti, non mi vengono in mente soltanto il miele, i bugni e le arnie. Rivedo un uomo che aveva attraversato la guerra senza perdere la speranza, che amava la musica e l’opera lirica, che custodiva la memoria del proprio paese e sapeva trasmettere il valore delle cose semplici. È stato uno di quei maestri di vita che insegnavano senza salire in cattedra, semplicemente parlando, raccontando e dando l’esempio.

E se oggi provo a far rivivere i volti e le storie di Corsagna, una parte di questa mia passione la devo certamente anche a lui.

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