Quando entro in una charity shop a Londra, non penso mai a chi ci sia stato prima o a quanto sia pulito. Penso a curiosità. È una curiosità istintiva, quella di scoprire cose che hanno già vissuto altre vite, vestiti e oggetti che raccontano storie diverse, magari persino divertenti. E poi c’è sempre la possibilità di trovare qualcosa di unico, di speciale, magari a un prezzo che fa sorridere.
Io vengo da una cultura dove contrattare è naturale. Mia madre, poi, è un portento: entra in un mercato e riesce a ridurre il prezzo con una leggerezza che sembra un gioco. Io invece osservo, tra ammirazione e pigrizia, e ogni tanto ci provo anch’io, ma senza lo sbatti di cercare per ore. Preferisco concentrarmi sulle cose vintage, quelle che hanno una storia e un carattere.
Le charity shop come le conosciamo oggi nascono soprattutto nel secondo dopoguerra, tra gli anni ’40 e ’50. L’idea di beneficenza esisteva da secoli — chiese, ospedali, fondazioni — ma dopo la Seconda Guerra Mondiale c’era bisogno di raccogliere fondi, riutilizzare tutto e ricostruire una società ferita. Vendere oggetti donati diventava un modo pratico e dignitoso per fare beneficenza.
Alcuni punti chiave: Oxfam nasce nel 1942 a Oxford per sostenere la carestia in Grecia; la Salvation Army, dal 1865, è tra i primi a vendere oggetti usati per finanziare opere sociali. Negli anni ’60 e ’70 le charity shop diventano parte normale del paesaggio urbano britannico, e oggi ce ne sono migliaia, ognuna legata a cause diverse: hospice, ricerca, senzatetto, animali, comunità locali. Ecco perché a Londra non sono “strane”, ma quotidiane.
Ogni charity ha il suo carattere: alcune sono più librerie e cartolerie ecosolidali, altre sono veri e propri scrigni di abiti e accessori. Alcune offrono pezzi di nicchia, come scarpe Dior usate pochissimo, altre puntano su abbigliamento quotidiano o su materiali da riutilizzare in modi creativi. E tutti i soldi raccolti vanno in beneficenza: un gesto semplice, ma potente.
Questo concetto del riuso e del rispetto per le risorse mi ha riportata alla mostra Dirty Looks, che ho visto recentemente. Lì, la moda viene reinterpretata attraverso lo sporco — quello vero, quello simbolico, quello poetico, politico, sovversivo. Dai materiali riciclati a quelli organici, ogni pezzo racconta una storia di recupero e rigenerazione. Una cosa che mi ha colpita moltissimo è il lavoro dello stilista portoghese Ivan Hunga Garcia, che ha realizzato un capo usando il kombucha, il SCOBY, come alternativa alla pelle e ai tessuti sintetici. Un’idea folle, romantica e incredibilmente concreta.
Ma il momento che più mi ha emozionata è stata la sezione dedicata a IAMISIGO, il brand del designer nigeriano Bubu Ogisi, fondato su tre forze sacre della tradizione spirituale Ifá: gli antenati, la terra e l’energia suprema. Ogisi trasforma materiali naturali come corteccia, rafia, sisal e persino plastica riciclata in abiti che raccontano la storia culturale e spirituale dell’Africa occidentale, dal passato precoloniale fino a oggi. Ogni collezione è un dialogo tra resistenza, memoria e contemporaneità: dai veli di corteccia usati per proteggersi dal male, agli abiti ispirati ai Sapeur congolesi, fino alla plastica riciclata che diventa arte e moda. È un lavoro che emoziona, fa riflettere e, allo stesso tempo, affascina per la sua poesia materiale.
E così, tra charity shop e mostre, tra Londra e la Toscana — dove di charity ce ne sono poche, e i mercatini sono spesso piccole iniziative locali, a volte legate a ordini cavallereschi che organizzano eventi pro-benefico — emerge un filo comune: l’attenzione a ciò che possediamo, il rispetto per le risorse e la bellezza del riutilizzo. Io lo vedo con simpatia anche in mia madre, che resta un modello di abilità nel trovare tesori e contrattare: un piccolo spettacolo quotidiano che rende la scoperta ancora più divertente.
Tra storie di riuso, moda che racconta culture e spiritualità e oggetti che hanno già vissuto altre vite, quello che resta chiaro è che ogni scelta, ogni acquisto, ogni gesto di recupero ha un valore. Non è solo moda, non è solo shopping: è un modo di guardare il mondo, con ironia, rispetto e curiosità.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R




