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Redazione
ANNO XIVgiovedì 18 Giugno 2026
kibaya

I muri crollano

Il consiglio e il parlamento europeo hanno trovato un accordo sul regolamento rimpatri lunedì 8, pochi giorni prima dell’attuazione del patto europeo su migrazione e asilo, previsto il 12 giugno. Il patto – che introduceva un nuovo sistema per migrazione, asilo, gestione delle frontiere e integrazione – è entrato in vigore già nel 2024, come fase transitoria di due anni, ma ora i governi nazionali sono tenuti a metterlo in pratica.

Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (EUAA), il patto “introduce maggiore efficienza nel sistema”. Le misure riguardano le frontiere esterne, le procedure comuni di asilo, la ripartizione degli oneri tra gli stati membri e i partenariati internazionali per contrastare la migrazione irregolare.

Che l’UE cerchi soluzioni per l’immigrazione non deve sorprendere; semmai ci sorprende sempre di più come la ricerca di queste soluzioni sia sempre votata a peggiore la situazione. Vediamo un po’ di numeri. Ogni anno arrivano 4,2 milioni di immigrati regolari da paesi non UE, mentre 1,6 milioni di europei emigrano secondo Eurostat. Nel 2025 sono state registrate oltre 669 mila 400 domande di asilo per la prima volta nell’intera Unione. Frontex ha inoltre segnalato più di 178 mila ingressi irregolari.

Si parla sempre di rimpatri, ma il punto debole strutturale riguarda appunto il tasso di rimpatrio. In un trimestre, ad esempio, gli Stati dell’UE emettono circa 117 mila 500 ordini formali di lasciare il territorio, ma solo 33 mila 860 persone rientrano effettivamente. Quasi tre migranti irregolari su quattro, destinatari di un ordine di allontanamento, restano nell’UE.

Spesso nessuna legge inquadra il loro status giuridico. E questo è solo uno dei problemi. Se poi i paesi di frontiera non riescono a gestire gli arrivi, si creano tensioni interne. I centri pensati per una permanenza di breve durata si sovraffollano. L’isola di Lampedusa, in Italia, e il campo di Moria, in Grecia, hanno ospitato migliaia di persone in strutture progettate per centinaia. Ogni nuovo arrivato ha il diritto di presentare una domanda di asilo, ma l’esame richiede controlli sui precedenti, traduzione, assistenza legale e colloqui.

In un contesto del genere, quando arrivano decine di migliaia di persone in poco tempo, è chiaro che il sistema rallenta. I tribunali vengono sovraccaricati e le pratiche durano anni. Ovviamente, l’immigrazione gestita male crea problemi concreti e nessuno lo può negare. Per esempio, le città in prima linea devono dirottare servizi di emergenza, sanità e forze di polizia sulla gestione degli arrivi, mettendo sotto pressione le capacità locali. In più, molti paesi devono far fronte alla carenza di alloggi e faticano a ospitare numeri elevati di richiedenti asilo. Anche i sistemi di istruzione e welfare sono sotto pressione.

È, senza dubbio, per tutto questo che l’UE prova a reagire riformando il proprio sistema migratorio. Anche perché, in base al regolamento di Dublino del 1990, il primo paese in cui entra un richiedente asilo è responsabile dell’esame della domanda. Ciò ha scaricato un onere sproporzionato sugli stati mediterranei – come Italia, Spagna, Grecia e Malta – per cui si tratta di una situazione che non poteva continuare. L’UE prova quindi, in modo sbagliato, a ridurre gli arrivi e così, nel 2016, ha versato miliardi di euro alla Turchia per frenare le traversate verso la Grecia. L’Italia ha fatto una cosa simile con la Libia. Però gli immigrati continuavano ad arrivare.

Con il regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione di questi giorni, il patto sposta il rigido sistema del primo ingresso verso un meccanismo di solidarietà obbligatoria.

Nel 2015, il programma europeo di ricollocazione d’emergenza ha trasferito 34 mila 700 persone da Italia e Grecia verso altri paesi europei. Gli stati membri hanno offerto assistenza volontaria alla ricollocazione verso Italia e Malta nel 2018 e verso la Grecia nel 2020. Nel giugno 2022, 16 stati membri hanno aderito al meccanismo di solidarietà volontaria.

Il nuovo meccanismo di solidarietà è un sistema permanente di redistribuzione delle responsabilità di accoglienza e protezione. Chiarisce quale governo nazionale è competente per l’esame delle domande di asilo e garantisce l’accesso gratuito alla consulenza legale e al ricongiungimento familiare.

Il principio di fondo è che nessuno stato membro debba gestire da solo numeri elevati di migranti irregolari. I governi nazionali devono contribuire a un “bacino di solidarietà” attraverso ricollocazioni, contributi finanziari o misure come il rafforzamento delle capacità. Possono scegliere il tipo di sostegno che intendono ricevere, ma è la commissione a decidere chi può beneficiarne in base al livello di pressione migratoria.

I migranti devono comunque chiedere protezione nel primo stato membro in cui entrano e restare lì finché non viene attribuita la responsabilità del caso. Quindi questo continua a scaricare l’onere di gestire gli arrivi quotidiani sui paesi dell’Europa mediterranea.

Regole di asilo accelerate e semplificate sicuramente aiutano i governi nazionali a gestire in modo più uniforme la protezione internazionale. Se prendiamo l’esempio della direttiva sulle condizioni di accoglienza e il regolamento sulle qualifiche, si vede che fissano standard minimi comuni in tutta l’UE per accoglienza e assistenza, garantendo ai migranti le stesse possibilità di ottenere protezione in tutta l’Unione, che sarà un dato positivo per i vari stati dell’Unione.

Da una parte però, anche se il patto prevede l’accesso gratuito alla consulenza legale, introduce allo stesso tempo norme più severe contro le domande qualificate abusive e nei confronti dei migranti che si spostano dal paese di primo arrivo.

“Quando il nuovo meccanismo di screening individua persone in situazione di vulnerabilità, come le vittime di tortura, stupro o altre gravi forme di violenza psicologica, fisica, sessuale o di genere, gli Stati membri non dovrebbero applicare l’esame accelerato o le procedure di asilo alla frontiera, se non sono in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze di questi richiedenti” ha affermato l’Agenzia dell’Unione Europea per l’asilo (EUAA). Il punto sta proprio qua. Come fare a sapere chi ha sofferto psicologicamente, sessualmente o ha subito violenze de genere? Da quello che sappiamo, tutti gli immigrati irregolari sono vittime di torture, stupri e sofferenze varie.

A leggere bene i punti del patto si intravede la volontà di prevenire la migrazione irregolare già alla partenza, attraverso partenariati internazionali con i paesi terzi di origine o di transito. Però, come sempre, i maggiori paesi di provenenza e di tranisito non sono stati consultati, coinvolti o informati. Quindi, come al solito, non funzionerà; cioè si creeranno ancora situazioni per aumentare la sofferenza di persone singole o in gruppo, senza risolvere il problema.

Il nuovo patto stabilisce che le persone che non hanno bisogno di protezione debbano ora lasciare l’UE e possano essere trattenute fino a 24 mesi se non collaborano o se rappresentano un rischio per la sicurezza durante la procedura di rimpatrio. I richiedenti asilo respinti possono inoltre essere trasferiti in “return hubs” o “centri di rimpatrio” situati in paesi terzi considerati sicuri. Anche questo è un punto interrogativo. I paesi non possono essere sicuri per forza per tutti. Ogni singola persona può essere minacciata, rischiare la propria vita, o non vedere nessuna prospettiva per il proprio futuro a prescindere dalla situazione politica, sociale o economica di un paese. Anche se secondo L’EUAA “sebbene il nuovo elenco a livello dell’Unione dei Paesi di origine sicuri individui i Paesi terzi che tendenzialmente non generano esigenze di protezione, possono essere previste eccezioni per specifiche aree del loro territorio o per determinati profili. In questi casi, le necessità di protezione dei richiedenti verrebbero valutate nella più ‘classica’ procedura di asilo, per la quale la decisione deve essere adottata entro sei mesi”.

Il grosso problema risiede nel fatto che molti paesi non dispongono di spazi sufficienti per ospitare in sicurezza le persone durante i controlli di frontiera. Il patto impone verifiche rigorose alle frontiere esterne. Gli stati in prima linea faticano a costruire abbastanza rapidamente centri specializzati di frontiera. Un altro problema è che il sistema si basa sulla rapidità, ma manca personale qualificato: giudici specializzati in asilo, traduttori e tecnici delle impronte digitali – come ha fatto osservare Euro News.

Finché il sistema e le capacità di accoglienza non saranno armonizzati, tutto il sistema sarà esposto a rischi. I trafficanti di esseri umani potrebbero prendere di mira gli stati che non non ancora pronti a livello di controlli di frontiera; le persone potrebbero aggirare gli screening e dirigersi verso il nord Europa, che resterebbe sotto pressione. Allo stesso modo, se i paesi “pronti” si sentiranno gravati in modo sproporzionato, potrebbero chiudere le proprie frontiere, mettendo in discussione l’area Schengen.

Torniamo al punto di partenza: costruire “muri” non può essere una soluzione per un fenomeno così complesso e mondiale. I muri servono solo a isolare, ma spesso finiscono per costituire una trappola o a crollare. La creazione delle frontiere l’ha già ampiamente dimostrato.

Per fermare o ridurre l’immigrazione clandestina, bisogna prima di tutto lavorare nei paesi di partenza con i vari governi, fermare lo sfruttamento dei paesi detti poveri ma ricchi di materie prime, smetterla con il paternalismo e innescare una vera collaborazione e cooperazione allo sviluppo, fermare le guerre spesso create per vendere armi e soprattutto rendere l’immigrazione legale permettendo a chiunque sceglie di viaggiare, la possibilità di avere legalmente la documentazione necessaria.

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