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Redazione
ANNO XIVmercoledì 28 Ottobre 2026
reportage

In Cammino verso Santiago. Giorno quattro: quando ogni passo fa male

Giorno 4 – Hospital de Bruma-Sigüeiro

Sulla carta, la quarta tappa avrebbe dovuto essere una delle più semplici: da Hospital de Bruma a Sigüeiro, una giornata lunga ma quasi totalmente pianeggiante.

Sarebbe stata semplice, appunto, se non fosse stato per loro: le vesciche. Quelle famose vesciche che, sul Cammino, riescono a trasformare ogni singolo passo in un piccolo dolore.

Mi sveglio con i piedi che fanno male, cammino con il dolore e so già che arriverò con il dolore. Poco alla volta cambio perfino il modo di camminare: i passi diventano più corti, cerco di appoggiare il piede il meno possibile e finisco per caricare molto di più sulle ginocchia nel tentativo, forse un po’ disperato, di salvare i piedi.

Negli ultimi chilometri mi stacco dal gruppo. Tommaso, Alessia e Davide hanno inevitabilmente un passo diverso dal mio e io capisco che devo trovare il mio, anche se lentissimo. È l’unico che può permettermi di arrivare fino alla casa che abbiamo prenotato per la notte. Anche questa volta, infatti, gli ostelli di Sigüeiro sono pieni e abbiamo trovato su Booking un appartamento un po’ fuori dal percorso.

Continuo così, lentamente, finché lungo la strada incontro tre signore anziane. Vedendomi lontana dalle frecce del Cammino, mi fermano subito: “Peregrina? El Camino es por otra calle!”. Sorrido e provo a spiegare che sì, lo so, ma devo raggiungere una casa che si trova da un’altra parte. Capiscono, mi salutano e arriva puntuale quello che ormai è diventato quasi un rito: “Buen Camino!”

Prima di abbandonare definitivamente il tracciato per raggiungere l’appartamento, incontro però l’ultimo totem della giornata: il quadrato blu, la conchiglia gialla, la freccia che mi indica una direzione diversa da quella che devo prendere e, soprattutto, il numero dei chilometri che mancano a Santiago. Venti. Soltanto venti chilometri. Rimango a guardarli per qualche secondo perché quel numero significa anche un’altra cosa: in quattro giorni abbiamo percorso cento chilometri.

Io, che comunque cerco di mantenermi attiva tra Pilates, cyclette e qualche camminata, non ero minimamente abituata a una cosa del genere. E la cosa che più mi sorprende è dove sento davvero la fatica. Non nelle gambe, non sulla schiena, non per il peso dello zaino, che ormai sembra quasi essere diventato parte del corpo. Sono i piedi a presentare il conto. Sempre loro.

E lo hanno fatto a modo loro, nonostante le scarpe già rodate prima della partenza e i calzini antivescica. Probabilmente tutto l’asfalto che caratterizza diversi tratti del Cammino Inglese non ha aiutato: le mie Merrell da trekking, perfette su altri terreni, sull’asfalto iniziano a sembrarmi troppo rigide nell’appoggio.

Una lezione che mi porterò dietro per il prossimo Cammino – che, per il momento, non ho intenzione di spoilerare – per il quale credo che opterò per una scarpa da trail running.

Intanto, però, bisogna finire questo. Quando finalmente raggiungo la casa sono davvero provata. Fuori mi aspetta Tommaso, mentre Alessia e Davide si sono fermati a bere qualcosa in un bar poco distante.

Facciamo il check-in online, entriamo e la prima cosa che faccio è sedermi. A quel punto so soltanto che devo trovare un modo per dare sollievo ai piedi e penso già a una farmacia a Sigüeiro. Poi, dall’altra stanza, sento Tommaso: “Incredibile, abbiamo ago e filo!”. A quanto pare, la casa aveva deciso di venirci incontro.

Dopo la doccia arrivano anche Alessia e Davide e affrontiamo finalmente quelle vesciche che ormai mi accompagnano da chilometri. Tommaso si mette all’opera e, una volta drenate, poco alla volta sento arrivare un sollievo che, in quel momento, mi sembra quasi paradisiaco. Per la prima volta dopo ore i piedi smettono di pulsare continuamente.

Rimane però un problema: siamo fuori Sigüeiro e dobbiamo pur cenare. Chiamiamo un taxi e anche questo breve tragitto riesce a regalarci una delle scene più surreali della giornata. Diciamo al tassista che vogliamo andare al ristorante O Carballo e io, sentendo il nome, comincio immediatamente a canticchiare: “Oh oh cavallo, oh oh cavallo…”. Lui mi corregge. “No cavallo. Carballo! Carballo!” Io continuo. Lui insiste: “Carballo! Es un árbol! Carballo!” A quel punto ho capito che la mia esibizione musicale stava creando un misunderstanding. Il signore insisteva dicendo che il Carballo era un albero (una quercia), non un cavallo. Quindi anche se ero troppo divertita, ho proprio smesso di cantare.

Ceniamo tutti insieme, richiamiamo il taxi e torniamo verso casa. Quella sera il letto arriva presto, perché la giornata successiva non sarà una tappa qualsiasi. Sarà l’ultima. Davanti a noi sono rimasti soltanto quei venti chilometri letti poche ore prima sul totem.

Santiago è ormai vicinissima. E proprio quando la meta comincia finalmente a sembrare reale, ti accorgi di tutto quello che il tuo corpo ha fatto per portarti fin lì. Il giorno dopo gli avrei chiesto un ultimo sforzo. Solo venti chilometri ancora. Poi, finalmente, Santiago.

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