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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
ponte a moriano

Inferno, andata e ritorno: la Fallaci guida il viaggio dantesco di Terzani al Teatro Nieri

Se all’uomo togli la rabbia e l’orgoglio, cosa gli resta?

Il grande scrittore Carlo Castellaneta augurava una lunga rabbia all’italiano del dopoguerra che doveva trovare la forza di ripartire dalle macerie. Perché la rabbia, in fondo, è un sintomo dell’esistenza. Chi si arrabbia, è perché ci tiene. È un segno di presenza. A se stessi, prima di tutto. E anche una dose di orgoglio è sana, purché non sfoci nella patologia.

Certo, Oriana Fallaci, quell’articolo sul Corriere della Sera, lo scrisse più di pancia che di testa. C’era stato l’11 settembre. Ground zero. L’attentato terroristico alle Torri Gemelle. Il giorno che ha cambiato la storia. Quella con la “s” maiuscola.

Le lettere contro la guerra di Tiziano Terzani suonavano più come un campanello d’allarme. Come a dire: attenzione, restiamo umani. Più che una risposta personale alla Fallaci, dunque, erano un invito a non cedere alla tentazione dell’odio.

E ieri sera, sul palco del Teatro Idelfonso Nieri di Ponte a Moriano, i due fiorentini sono apparsi, in effetti, più sereni e distesi. Più in sintonia. Sarà che nell’etere, dei fatti della terra, più nulla interessa. O, forse, che le loro profezie si sono entrambe avverate.

La compagnia pugliese “L’Occhio del Ciclone Theater” ha provato, nel contesto del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano, a mettere in scena questi due grandi personaggi che, in comune, avevano giusto la lingua (il fiorentino) e la professione (il giornalista). Ha provato, ma l’impresa era audace. Tanto più se, a loro fianco, si è voluta inserire l’ingombrante aura del sommo poeta (fiorentino anch’esso) Dante Alighieri.

Tanta carne sul fuoco. Forse troppa. “Terzani – Anam, il senza nome” era uno spettacolo che poteva reggersi, tranquillamente, sulla storia di Tiziano senza scomodare (e sacrificare) gli altri due. Se l’obiettivo era infatti quello di ripercorrere le tappe salienti del lungo giro di giostra (e senza biglietto, per giunta) del protagonista, in una sorta di Bignami teatrale, Dante e la Fallaci potevano essere risparmiati. Per cortesia e rispetto.

Lino De Venuto (attore e regista – con Gianfranco Groccia, che ha curato anche le scene) è stato bravo. Un po’ macchiettistico, forse. Sopra le righe. Ma Terzani era davvero così: uno spirito libero, fuori dagli schemi. Basta vedere le sue interviste. Dario Diana ha vestito i panni – in tutti i sensi – di Dante, ma senza dare il giusto spessore all’autore della Vita Nova. Colpa sua? No, di certo. Era il personaggio ad essere stato scritto più in chiave fumettistica che reale. Cinzia Ventola ha, invece, contenuto troppo una personalità – per sua natura – incontenibile come Oriana Fallaci (e l’accento fiorentino, che la contraddistingueva, non è certo stato all’altezza).

Bello il set. Simmetrico, semplice, pulito. Minimale, ma efficace. I tre teli bianchi sono stati funzionali alla scena perché hanno fatto da sfondo alle proiezioni (bellissime, anche se ripetitive) ed hanno permesso al tecnico delle luci (Pietro Matarrese) di giocare con i colori. Anche l’audio è stato azzeccato. Le musiche sono state, tutto sommato, coerenti con le scene.

Cosa rimane, dunque, di questa serata? Purtroppo, due soli applausi: quello all’inizio, fatto ai giovanissimi della compagnia madrina “La cattiva compagnia”, e quello alla fine, al momento dell’inchino; il messaggio di vicinanza a un altro fiorentino, oggi al centro delle cronache per il declassamento della Pergola, Stefano Massini. Poi, che altro? Beh. L’annullamento dell’ego. La decostruzione dell’io. L’appello alla pace.

Forse, però, l’insegnamento più grande dello spettacolo è che l’unico viaggio che vale davvero la pena di intraprendere è quello dentro noi stessi.

Foto di Domenico Bertuccelli

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