Forse i nostri lettori non ci avranno fatto caso, ma nel nuovo logo de La Gazzetta del Serchio c’è già riassunto il senso più profondo di questo avventuroso viaggio editoriale: una banda orizzontale blu che indica il corso del fiume Serchio.
La banda si può leggere nelle due direzioni indistintamente: da destra a sinistra, o da sinistra a destra. Come a dire: dalla sorgente alla foce, e viceversa. O, in senso ancora più figurato: dal passato al futuro, oppure a ritroso nel tempo.
Ieri, oggi, domani. Un fiume che è molto più che un corso d’acqua. È ciò che identifica – più che ogni altro elemento – questa valle e la sua storia: recente, passata e – ci auguriamo – futura.
Per noi che portiamo – non per nostro merito – questo nome, La Gazzetta del Serchio, questo fiume rappresenta una sorta di bussola: le sponde che il suo letto bagna, sono anche le terre che vogliamo raccontare. Sono, innanzitutto, quelle dell’alta Garfagnana. Dell’Appennino tosco-emiliano e delle Alpi Apuane. E poi giù giù fino al fondovalle. Quelle della Garfagnana bassa, della cosiddetta Media Valle del Serchio, della Piana di Lucca. Quindi quelle del pisano. Ma anche quelle bagnate dai suoi tanti – e importanti – affluenti. Le valli limitrofe che prendono il nome, appunto, da questi tributari: la Val di Lima, la Val di Turrite, la Val Fegana e così via.
Da quando La Gazzetta del Serchio si è staccata dal precedente network, si è come emancipata. E lo ha fatto senza forzature. Ha semplicemente seguito il suo naturale… corso. Un giornale con la testa ed il cuore nella Valle del Serchio, ovvero nella Garfagnana e Media Valle, ma proiettato ben oltre i confini amministrativi di Borgo a Mozzano ai quali, prima, era ancorata.
Perché il fiume prosegue la sua corsa oltre il Ponte del Diavolo.
Dal Serchio vogliamo trarre linfa per il futuro della nostra testata. Facendo nostre anche delle suggestioni che il fiume, per sua natura, sembra ispirarci. Una sorta di linea guida. Anche editoriale.
In primis, l’accoglienza e l’inclusione. Il fiume che, idealmente, unisce due sponde. Che si “naviga”, da parte a parte. Che si attraversa alzando ponti. La sua capacità di abbattere barriere e confini. Di trovare sempre una strada per superare gli ostacoli lungo il suo corso. Anche a costo di cambiare direzione.
Quindi il suo coraggio. La sua lungimiranza. Il guardare oltre. Oltre i campanili. Oltre l’immanente. La sfrontatezza di unire due province, quelle di Lucca e Pisa, laddove nessuno oserebbe. Ma lui, mellifluo, sì. E senza fare rumore o clamore. Semplicemente andando avanti per la sua strada. Fino a sfociare nel mare e confondersi con l’infinito.
Ma del Serchio ammiriamo anche la sua gente. Quella che, ogni giorno, lo vede scorrere. E quella che, ogni tanto, ci si imbatte. E ne rimane rapito, folgorato. Quella gente che sa cos’è la fatica. Che narra di leggende e di storie. Che è saggia fino al midollo. Perché tutto ha visto e tutto ha sentito.
E amiamo anche le dighe. Sì, le dighe. Perché, al contrario dei muri, regolano e con contengono. Trattengono l’acqua necessaria e la tramutano in ricchezza per il territorio. Ma lasciano lo sbocco affinché continui a scorrere. Come sta nell’ordine delle cose.
Un fiume che dà il senso della continuità. Ecco. Non della frattura.
Per questo amiamo il Serchio e lo vogliamo raccontare. Come Gazzetta abbiamo dato inizio ad uno “speciale” sulle nostre pagine – la prima uscita la potete leggere qui – che ha lo scopo di documentare ciò che c’è, c’è stato e, forse, ci sarà lungo questo serpentone blu che da millenni genera la vita nelle nostre valli e che ci sopravvivrà continuando a portare con sé, imperterrito, il mistero del tempo.
Seguiteci.
P.s. Chiunque voglia contribuire al racconto – mandandoci scritti, foto, testimonianze e segnalazioni di ogni tipo – è ben accetto. La mail è redazione@lagazzettadelserchio.net. Potete inviarci il vostro materiale, noi lo pubblicheremo.
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