“Non si nasce donna: lo si diventa”.
(Simone de Beauvoir)
Nel mondo dell’hospitality, diventarlo davvero significa molto più che farsi spazio: vuol dire guidare, gestire, ascoltare, correggere il tiro. Vuol dire rigore, empatia, e una direzione chiara: sapere chi si è — e chi si vuole diventare.
Alice, classe ’94, marchigiana d’origine e londinese per scelta, lo sa bene. Dopo anni nei migliori indirizzi della capitale britannica, oggi guida un bar d’élite. Ma è anche una professionista appassionata, una viaggiatrice curiosa, una donna che ha fatto del dettaglio il suo stile.
Le abbiamo fatto qualche domanda per farci raccontare, con la sua voce, cosa significa stare dietro al bancone – e molto più in alto.
Cominciamo dalle Marche: che bambina eri ad Ascoli Piceno?
«Vengo da Ascoli Piceno, una città piccola – immagina 40.000 abitanti e tanti paesini intorno – non proprio giovane, nel senso che non offre molto spazio ai giovani per esprimersi. Però il mio giro di amici era quello, tutti della stessa età, e in questo sono stata fortunata: i miei genitori mi hanno sempre lasciata libera di scegliere cosa volessi fare. Non mi hanno mai imposto di studiare o andare all’università. La mia prima scelta è stata l’arte. Ho frequentato una scuola d’arte e mi sono specializzata in beni culturali – decisamente diverso da quello che faccio oggi!
Ascoli è una città molto storica, medievale, con forti radici nell’arte romana, e questo mi ha sempre appassionata. All’inizio pensavo che il mio futuro sarebbe stato lì, nell’arte, almeno volevo provarci. Ma poi ho finito la scuola, non sapevo bene cosa volessi fare, l’università non mi interessava. Mia sorella ci andava già, quindi uno in famiglia bastava… e io, beh, non ero proprio portata per lo studio. Lo facevo solo se proprio dovevo, diciamo, per il minimo indispensabile.»
Cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia così giovane?
«Ero in quel limbo post diploma, senza una direzione chiara. Un giorno mi sono detta: vediamo se c’è qualche opportunità di lavoro, anche per non dipendere sempre dai miei. Ma Ascoli è piccola, e il lavoro in Italia è gestito in modo… particolare. Mi sono stufata. A casa non ci volevo stare, non trovavo nulla, e allora mi sono chiesta: in cosa sono davvero negata? Giuro, era l’inglese.
Mio padre, nel frattempo che io e mia sorella studiavamo, aveva avuto delle esperienze lavorative a Londra. Una volta l’anno andavamo a trovarlo con mia madre, una settimana giusto per stare insieme. Poi lui era tornato in Italia, poco prima che mi diplomassi.
Così, senza pensarci troppo, ho deciso: parto per Londra. Ho preso un biglietto e via. I miei mi dissero che potevano darmi una mano, ma io risposi: no, provo da sola. Niente contatti, zero. Mio padre venne con me solo per la prima settimana, mi aiutò con l’ostello, la credit card, il trasloco… poi tornò in Italia. Ed è lì che è cominciato tutto.»
Raccontaci i tuoi primi passi nel mondo dell’hospitality a Londra: dove hai iniziato e cosa ti ha motivata a restare?
«Il mio primo lavoro a Londra è stato come housekeeper in un piccolo hotel 3 o 4 stelle a Earl’s Court. Facevo le stanze, servivo la colazione… non avevo alcuna esperienza, né tantomeno parlavo inglese: sapevo giusto dire “Ciao, mi chiamo Alice”. Letteralmente, era il mio unico bagaglio linguistico.
Per fortuna lì ho incontrato una ragazza italiana che mi ha aiutato tantissimo. Mi spiegava cosa fare, mi guidava… senza di lei sarebbe stato tutto molto più complicato. Io però sono una persona sveglia, riesco sempre a cavarmela. Anche se non capivo tutto, osservavo, capivo al volo come fare le cose. E quando serviva, parlavo a gesti.
Ovviamente parliamo di undici anni fa, ed era tutta un’altra Londra: bastava una carta d’identità per cominciare. Pensa che prendevo 890 sterline al mese, ne pagavo 600 di affitto e 150 solo per l’Oyster card. Alla fine mi rimanevano 50 sterline pulite, ma nonostante tutto lo vivevo come un momento di libertà. Era una fase, e anche se mi trovavo in un paese nuovo, senza conoscere la lingua e praticamente senza soldi, non ho mai chiesto un centesimo ai miei. L’ho sempre vista come un’opportunità per me, per conoscere gente e fare esperienza.
L’unica cosa che facevo, oltre a lavorare, era uscire e socializzare. Giravo tanto, anche grazie ai gruppi Facebook tipo “Italiani a Londra” dove ho conosciuto tantissime persone e allargato il mio giro, tanti amici. Ripensandoci, è stato uno dei periodi più divertenti della mia vita: uscivo ogni singola sera…anche se ero squattrinata, mi offrivano da bere. E devo dire, essere giovane e donna a Londra… ha i suoi vantaggi.»
Quali esperienze ti hanno aiutato a crescere professionalmente?
«All’inizio facevo anche la babysitter per una famiglia italiana: i figli erano nati a Londra, ma i genitori ci tenevano che parlassero italiano. Era un secondo lavoro per arrotondare, cercando di non far accavallare gli orari. Così andavo avanti, e intanto il mio inglese migliorava.
Più passava il tempo, più capivo che forse quello non era il mio lavoro dei sogni. Però Londra mi stava piacendo: adoro la frenesia, il ritmo veloce, l’essere sempre attiva. Mi piace fare cose nuove, avere nuovi stimoli, e a Londra questo non manca mai. Così, conoscendo persone e iniziando a sentirmi più sicura con la lingua, ho iniziato a cercare altro.
A un certo punto ho preso una serie di lavori diversi perché non avevo ancora capito dove volessi specializzarmi. Dopo aver lasciato l’hotel, ho provato a lavorare in un ristorante per capire com’era l’ambiente. Contemporaneamente ho iniziato anche in un nightclub, al BFB Side, dove facevo un po’ la bartender – diciamo “alla buona” – il mio livello all’epoca era Gin Tonic e Aperol Spritz, giusto le cose che piacevano a me.
A quel punto avevo tre lavori contemporaneamente: ristorante, bar e nanny. E nonostante tutto, riuscivo anche a uscire! È stato un periodo super intenso, ma mi è servito tanto. Ho capito che il ristorante era troppo statico per me, troppo formale. Con i bambini… purtroppo non sono il mio forte. Ma il bar mi piaceva: era divertente, c’era quell’energia che mi rispecchiava.
Non volevo un lavoro “serio” nel senso pesante del termine. Per me, anche in un contesto elegante e formale, deve esserci spazio per esprimere la propria personalità, per renderlo giovane, fresco, coinvolgente. E il bar mi dava proprio questa possibilità.
Poi, dopo quell’esperienza, ho iniziato a lavorare nel mio primo hotel vero e proprio: il Bulgari a Knightsbridge. Ho preso il lavoro come cameriera. È stato un colpo di fortuna in un certo senso, perché non avevo grandi esperienze pregresse, non avevo mai lavorato in un cinque stelle, quindi per me entrare lì è stato già un bel traguardo.
È stato facile entrare?
Sì, e ora ti spiego perché. Londra, rispetto all’Italia, è molto più meritocratica. Qui se vedono che hai voglia, che sei sveglia, che vuoi imparare, e se sei presentabile e hai un buon carattere, ti danno una chance. Non importa se non hai esperienza. Tanto in ogni posto ci sono sempre tre mesi di prova – quindi anche per loro è un test: se non vai bene, ti salutano; ma anche tu capisci se quel posto fa per te.
A me andò bene. Il team era pieno di italiani, ma c’era voglia di fare, ci prendevamo sul serio, e anche se parlavamo la stessa lingua, al lavoro ci tenevamo a mantenere un certo livello. È lì che ho imparato tutto: le basi, il servizio cinque stelle, i cocktail, il mixing, il modo giusto di relazionarsi con gli ospiti. Fino a quel momento, le mie esperienze non avevano responsabilità vere. Al Bulgari è iniziata davvero la mia carriera.
Una volta che sentii di aver preso tutto quello che potevo da quella compagnia, mi spostai all’Artesian Bar del Langham Hotel. Lì sì che fu un salto. L’Artesian è un’istituzione: per cinque anni è stato eletto miglior bar al mondo. Quando sono entrata lì, mi sembrava di avercela fatta. Era solo mixologist, di altissimo livello.
La cosa che mi colpì subito fu il tipo di servizio: completamente diverso. Non c’erano i soliti bicchieri. Un cocktail si chiamava The Broken Glass e veniva servito in un bicchiere apposta rotto, con tutta una storia dietro. Un altro era servito dentro una mega nuvola illuminata, e si beveva con la cannuccia nella nube. Era tutto storytelling, teatralità, esperienza sensoriale. Mai visto niente del genere.
Mi divertivo, anche se le responsabilità crescevano. Sempre più standard, sempre più attenzione, ma c’era spazio per esprimersi. E per me quello è sempre stato fondamentale. È stato lì, dopo circa un anno, che ho ottenuto la mia prima posizione da supervisor. Lì ho capito che non era solo un lavoro, ma una vera strada.»
L’anno scorso sei stata premiata Manager of the Year: cosa ha significato per te questo riconoscimento?
Mi sorride dolcemente prima di rispondere. Poi, con fermezza, dice:
«Ok, io dico sempre che… per una donna prendere un riconoscimento del genere significa che hai dovuto fare dieci passi in più di un uomo. Questo perché il mondo dell’hospitality è, ancora oggi, più duro per noi. E nel bar lo è ancora di più. È un ambiente fortemente maschile: tra staff e manager, più o meno il 95% sono uomini.
Farsi strada in un mondo così non è semplice. Per questo, per me, quel premio è stato come un “grazie” collettivo. Un riscatto. Un modo per dire: ce l’ho fatta anche per tutti quelli che mi hanno detto che non ci sarei riuscita, che tanto non era roba per me. È stato uno schiaffo di rivalsa, dato con il sorriso.
Ho partecipato alla pari, senza scorciatoie, e non mi aspettavo una vittoria così. Ma la soddisfazione più grande è stata vincere contro il mio avversario, che era un uomo, con più anni di esperienza di me e nella mia stessa posizione.
Quella vittoria mi ha confermato che sto andando nella direzione giusta. Che il lavoro duro, la passione, la tenacia e anche un po’ di sana testardaggine… alla fine pagano.
E poi, la cosa che più mi ha toccato è stato il riconoscimento dell’umanità. Perché sì, ok la tecnica, l’impegno, la leadership. Ma essere manager per me vuol dire prima di tutto saper stare accanto alle persone. Essere presente, creare un ambiente in cui chi lavora con te si senta visto, ascoltato, valorizzato. Non si tratta solo di far girare un bar, ma di costruire qualcosa insieme. E sapere che anche questo è stato notato, per me ha avuto un significato enorme.»
Oggi gestisci il Guards Bar all’interno del Raffles The OWO: che tipo di esperienza offrite e qual è il tuo approccio come manager?
«Per me tutto parte dalla comunicazione, in tutte le sue sfumature. A volte scherzo dicendo che siamo quasi più psicologi che bar people o camerieri. Quando ti trovi a gestire un team di 18-20 persone, ti accorgi che molte delle conversazioni quotidiane non riguardano direttamente il lavoro: spesso si tratta di capire cosa c’è dietro, cosa passa per la testa di una persona, come puoi aiutarla a stare meglio.
Londra, da questo punto di vista, è molto avanti: si parla tanto di mental health, di equilibrio vita-lavoro, di lifestyle. E io cerco di portare questo approccio ogni giorno sul campo.
Al Guards Bar offriamo un’esperienza che unisce l’eleganza classica a uno spirito giovane e rilassato. È un ambiente raffinato ma accogliente, svecchiato nel modo giusto, ispirato alla tradizione inglese ma con una vibrazione più fresca e stimolante. Ogni singolo dettaglio è studiato per come verrà percepito dal cliente: dal servizio all’ambiente, dal profumo al suono, fino al sapore del drink.
Il nostro obiettivo è creare un’esperienza a 360 gradi, che vada oltre il semplice consumo: vogliamo costruire un rapporto autentico con il cliente, affinché torni non solo per ciò che beve, ma per le persone che lavorano lì. Perché, alla fine, gli esseri umani associano le emozioni ai sapori. Se ripenso alle vacanze che ho fatto in giro per il mondo, associo sempre un luogo a un gusto o a un’emozione. È su questo che dobbiamo puntare, soprattutto quando ci rivolgiamo a un pubblico di fascia alta.
Nel mondo dell’high luxury, spesso ti relazioni con persone che hanno già tutto, che si sono potute permettere ogni bene possibile. E proprio per questo, per farle davvero emozionare, devi saper giocare con le sensazioni, sorprenderle, toccare qualcosa di più profondo.»
Qual è stata la lezione più preziosa che ti sei portata dietro dal tuo percorso e che vorresti trasmettere al tuo staff?
«Io ho sempre imparato di più dal peggio che ho vissuto. Perché solo dal peggio capisci davvero come diventare migliore.
Nel mio percorso ho avuto tanti esempi di persone da cui non volevo imparare: atteggiamenti, modi di fare, stili di gestione che ho capito non facevano per me. E proprio riconoscendo ciò che non voglio essere, riesco a definire con più chiarezza chi voglio diventare, che tipo di leader voglio essere.
Per me la parte tecnica del lavoro si impara, quella è la parte facile. Ma la vera sfida è personale: capire chi vuoi essere, ogni giorno, e restare fedele a quella visione.
Io ho imparato tanto anche dalle “coltellate”, dalle delusioni. Ma non ho mai cambiato la mia indole: metto sempre gli altri al primo posto. Lo so che è un’arma a doppio taglio, ma non potrei fare altrimenti.
Una cosa che faccio ogni singolo giorno è ringraziare il mio team prima di andarmene. Perché il tempo che passiamo insieme, e come lo passiamo, è fondamentale. È vitale. E voglio sempre poter andare a letto con la coscienza a posto.»
Sei considerata un’esperta di spirits: come nasce questa passione? Hai un distillato del cuore?
«La passione nasce… bevendo!
Sembra banale, ma è così. A me piace assaggiare, esplorare, capire cosa c’è dietro un prodotto — anche perché, onestamente, come potrei vendere qualcosa se non l’ho mai provato? Non avrebbe senso, non avrebbe validità. Più testi, più provi, più impari: ti si affina il palato, riconosci le sfumature, diventa quasi un istinto.
Il mio spirito preferito? Il whisky, senza dubbio. E il dark rum, che ha un’anima profonda, calda, avvolgente. Sono quelli che mi rappresentano di più.»
Cara Alice, ci addentriamo un po’ nella tua sfera personale: sei legata a qualcuno? E cosa ami fare nel tempo libero?
Sì, sono felicemente fidanzata da nove anni… anche lui lavora nel settore. Nel tempo libero vado in palestra, ma la cosa che amiamo di più è viaggiare. Appena abbiamo un giorno libero saliamo su un aereo — per noi è ispirazione pura. All’inizio non era semplice far combaciare i turni, ma col tempo ci siamo organizzati bene. Lavorare nello stesso ambito ci ha sicuramente uniti ancora di più: ci confrontiamo, ci stimoliamo a vicenda, e questo ci rende complici. Devo dire che io non sarei qui senza di lui — e vale anche il contrario.
Come riesci, come donna, a conciliare un lavoro così impegnativo con la vita privata, la casa e il tempo per la coppia?
È una sfida, perché noi donne abbiamo necessità diverse. Il momento in cui si fa famiglia, spesso siamo le prime a dover mettere in pausa la carriera. È ancora così: la maternità, il figlio che si ammala, gli orari scolastici… tutte cose che, nella maggior parte dei casi, ricadono sulla donna. E questo ci mette un passo indietro. Se i ruoli fossero invertiti, probabilmente l’uomo sarebbe visto come “quello limitato”. Ma la verità è che il sistema non è ancora equilibrato.
Per quanto riguarda la mia esperienza, io e il mio compagno non abbiamo ancora bambini, e siamo stati fortunati perché le nostre carriere sono cresciute insieme. È vero che più sali di livello più aumentano le responsabilità, ma ti prendi anche più libertà.
Riusciamo a gestire i nostri turni in modo che lavoriamo più o meno negli stessi orari: usciamo insieme la mattina e rientriamo insieme la sera, anche se siamo in posti diversi. Facciamo circa dieci ore al giorno, ma alla fine la sera è tutta nostra — per cenare, vedere un film o semplicemente uscire per una birra.
Quello che fa la differenza è la comunicazione, e il ritagliarsi tempo. È fondamentale.
Nella tua esperienza nell’hospitality, pensi ci sia ancora una disparità tra uomini e donne nei ruoli dirigenziali e decisionali?
Assolutamente sì. Un po’ le cose stanno migliorando, è vero, ma la realtà è che una donna deve dimostrare dieci volte di più rispetto a un uomo per ottenere la stessa posizione. Solo perché siamo viste come quelle “con più necessità”, come se potessimo dare di meno: la maternità, la gestione della casa, l’idea che potremmo prima o poi rallentare… Tutti fattori che pesano quando si tratta di scegliere chi promuovere o chi assumere in un ruolo di responsabilità.
Per quanto possiamo lottare per l’uguaglianza, la mentalità — purtroppo — è ancora quella. Non vuol dire che ci si debba arrendere, anzi.
Nella compagnia per cui lavoro ora, per fortuna, siamo tante donne a ricoprire ruoli decisionali. Ma dipende molto dalla cultura aziendale. Alcune realtà sono più avanti, altre ancora indietro.
Torneresti mai a vivere in Italia? E se sì, a fare cosa?
No, non per il momento. Non vedo ancora un’Italia pronta, dal punto di vista lavorativo, soprattutto in questo settore. È vero che stanno aprendo tanti hotel a cinque stelle, c’è movimento, stanno crescendo anche nell’ambiente dell’hospitality… quindi magari, chissà, in futuro.
Se dovessi rientrare, resterei comunque nel mio ambito. Dopo dieci anni, questo lavoro fa parte di me.
Se potessi servire un drink a chiunque – del passato o del presente – chi sceglieresti e che cocktail gli prepareresti?
Questa è una bellissima domanda. Se chiudo gli occhi, sceglierei senza dubbio una persona del passato: Simone Caporale. È stato lui a portarmi nei bar, la mia prima ispirazione, la scintilla che ha acceso in me l’idea di un bar diverso — giovane, leggero, divertente.
Simone lavorava all’Artesian prima ancora che io iniziassi lì, e per noi italiani nel settore è un po’ come un idolo. Lo guardi e pensi: “Quella persona è un genio”, per tutto ciò che ha fatto, per come ha rivoluzionato il mondo del bar.
Il drink che gli dedicherei? Un Daiquiri. Può sembrare semplice, ma solo se è fatto bene. Tre ingredienti, eppure quasi tutti lo sbagliano. Il mio è un po’ old school: niente sciroppi, solo zucchero di canna, lime fresco spremuto al momento e rum scuro. Sciolgo lo zucchero nel lime prima di aggiungere il rum — ed è fantastico. Il segreto? Tutto sta nel dosaggio.
Ultima domanda per la nostra rubrica: team tea o team ribollita?
“Team pizza!” – esclama ridendo di gusto. “Non sono una grande fan della pasta, ma la pizza… la adoro! Quella sottile, quella napoletana col cornicione, quella romana croccante… tutte!”
L’intervista si chiude con una risata complice. Beh, alla fine ha comunque scelto la sua parte di italianità.
In conclusione…La verità? Nessuno ti insegna davvero come diventare un buon leader.
Ma se impari ad ascoltare – gli altri, te stessa, i silenzi – allora stai già facendo la differenza.
E quella differenza, alla fine, è tutto.
Ringrazio di cuore Alice Taraschi, per la sua energia contagiosa e per averci lasciato un pezzettino di sé.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R







