Negli ultimi anni, soprattutto nella scuola secondaria di primo grado e di secondo grado ma in parte anche nella scuola primaria, cresce il numero degli studenti che scelgono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Un fenomeno che interessa molte realtà italiane e che solleva interrogativi sul rapporto tra le nuove generazioni, la fede, la cultura religiosa e più in generale i valori della società contemporanea.
La diminuzione degli studenti che scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione, rappresenta uno dei segnali dei profondi cambiamenti che stanno attraversando la società italiana. Un fenomeno che merita di essere osservato senza pregiudizi e senza polemiche, cercando piuttosto di comprendere come stanno cambiando i giovani, le famiglie e il loro rapporto con i valori che per generazioni hanno accompagnato la crescita delle persone.
Forse la vera domanda non è soltanto perché molti ragazzi rinunciano all’ora di religione, ma quale spazio trovino oggi, nella loro vita quotidiana, il dialogo, la riflessione e la ricerca di senso. Una sfida educativa che riguarda non solo la scuola, ma l’intera comunità.
Per approfondire questo tema, La Gazzetta del Serchio ha raccolto le considerazioni della prof.ssa Emanuela Citti che, per ben 43 anni, ha insegnato religione nelle scuole della Valle del Serchio, accompagnando generazioni di studenti nel loro percorso di crescita umana e culturale.
Perché, secondo lei, sempre più ragazzi scelgono di non avvalersi dell’ora di religione?
“Le motivazioni sono diverse e non sempre legate a una scelta contro la religione. Molti ragazzi vivono oggi in famiglie dove la pratica religiosa è diminuita rispetto al passato. Se i genitori non frequentano la chiesa, non partecipano alla vita della comunità e non parlano di questi argomenti in casa, è naturale che anche i figli percepiscano la religione come qualcosa di distante. C’è poi un cambiamento culturale molto profondo. I giovani vivono in una società caratterizzata dalla velocità delle informazioni, dai social network e da ritmi sempre più frenetici. In questo contesto diventa più difficile fermarsi a riflettere sulle grandi domande della vita, sul senso dell’esistenza, sui valori e sul rapporto con gli altri”.
Esiste anche una scarsa conoscenza di ciò che realmente rappresenta l’ora di religione?
“Sì, spesso accade. Molti pensano che sia una forma di catechismo scolastico. In realtà non è così. L’insegnamento della religione cattolica affronta temi culturali, storici, artistici, etici e sociali. Si parla delle grandi religioni del mondo, delle tradizioni che hanno contribuito a formare la nostra civiltà, dei valori della convivenza e della solidarietà. L’obiettivo non è convincere qualcuno a credere, ma aiutare gli studenti a comprendere meglio il mondo nel quale vivono”.
Nelle scuole superiori quali sono le motivazioni che emergono più frequentemente?
“Talvolta la scelta è semplicemente pratica. Alcuni studenti vedono quell’ora come un’opportunità per entrare più tardi o uscire prima. È una possibilità prevista dalla legge e assolutamente rispettabile. Tuttavia non sempre è accompagnata da una vera riflessione sul valore educativo che la materia può offrire”.
Nel corso della sua lunga esperienza ha insegnato anche a ragazzi appartenenti ad altre religioni. Come è riuscita a conquistarne la fiducia?
“Credo che il segreto sia stato il rispetto. Ho sempre cercato di accogliere ogni studente per quello che era, senza pretendere di convincerlo o di fargli cambiare le proprie convinzioni. Quando un ragazzo si sente rispettato e ascoltato, ricambia con la fiducia. Nel corso degli anni ho avuto studenti musulmani, ortodossi, evangelici e ragazzi che si dichiaravano non credenti. Ho sempre considerato la loro presenza una ricchezza per tutta la classe. Spesso li invitavo a raccontare le loro tradizioni, le loro feste religiose e il modo in cui vivevano la fede nelle loro famiglie. Ricordo molti studenti musulmani che partecipavano attivamente alle lezioni, portando il loro punto di vista su temi come la famiglia, la solidarietà, la preghiera e il rispetto degli altri. In quei momenti si creava un dialogo autentico e costruttivo”.
Che cosa le hanno insegnato questi ragazzi?
“Mi hanno insegnato che il dialogo nasce dall’ascolto. Dietro ogni ragazzo c’è una storia diversa, una famiglia diversa e una sensibilità particolare. Questa esperienza mi ha arricchita molto sia come insegnante sia come persona. Ho imparato che i valori fondamentali, come il rispetto, la solidarietà, l’amicizia, la pace e l’attenzione verso il prossimo, sono condivisi da persone appartenenti a culture e religioni differenti. È da qui che nasce una vera inclusione”.
Negli ultimi anni si parla molto di educazione all’affettività. Quale contributo può offrire l’ora di religione su questo tema?
“L’educazione all’affettività è sempre stata presente, in forme diverse, anche nell’insegnamento della religione. Non si tratta soltanto di parlare di sentimenti o di relazioni di coppia, ma di aiutare i ragazzi a comprendere il valore della persona, il rispetto reciproco, la capacità di ascoltare gli altri e di costruire rapporti sani. Durante la mia esperienza ho visto che molti giovani hanno bisogno di essere ascoltati e accompagnati nella crescita. Spesso dietro comportamenti apparentemente superficiali o violenti si nascondono fragilità, insicurezze e domande profonde. L’ora di religione ha sempre cercato di offrire uno spazio sereno dove riflettere sul valore dell’amicizia, della famiglia, dell’amore, della responsabilità e del rispetto delle differenze. Sono temi che appartengono alla formazione integrale della persona e che aiutano i ragazzi a diventare adulti più consapevoli. Credo che educare all’affettività significhi soprattutto educare al rispetto di sé stessi e degli altri. È un percorso che non può essere affidato soltanto alla scuola, ma che richiede la collaborazione delle famiglie e dell’intera comunità educante”.
Dopo 43 anni di insegnamento, quale ritiene sia ancora oggi il valore dell’ora di religione?
“Credo che la scuola abbia ancora bisogno di spazi dedicati al dialogo, al confronto e alla riflessione. Al di là della fede personale, i ragazzi hanno bisogno di strumenti per comprendere il mondo, rispettare le differenze e costruire relazioni autentiche.
L’ora di religione può rappresentare un’occasione importante per affrontare temi che riguardano la crescita umana, la convivenza civile e la ricerca di un significato più profondo della vita”.
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La prof.ssa Emanuela Citti: “Perché sempre più ragazzi rinunciano all’ora di religione”
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