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Redazione
ANNO XIVsabato 7 Novembre 2026
intervista

“L’America si è ribellata”: la giornalista Diane Guerrazzi racconta a La Gazzetta il voto che cambia gli Stati Uniti

Diane Guerrazzi è una giornalista americana di lunga esperienza, vincitrice di un prestigioso Emmy Award e professoressa emerita di giornalismo alla San José State University, in California. Nel corso della sua carriera ha lavorato per importanti emittenti televisive statunitensi, dedicandosi successivamente anche all’insegnamento universitario e alla formazione di giornalisti in diversi Paesi del mondo, maturando una significativa esperienza internazionale.

Diane ha anche un legame familiare con chi scrive: è infatti figlia di Clotilde Particelli Guerrazzi, cugina di mia madre, Italia Lucchesi. Un rapporto di parentela che rende questa intervista particolarmente significativa anche sul piano personale, offrendo l’occasione di approfondire, attraverso la voce autorevole di una giornalista americana, la situazione politica e sociale degli Stati Uniti.

Con lei abbiamo parlato dei recenti risultati elettorali, del futuro del Partito Democratico, del presidente Donald Trump e delle profonde trasformazioni che stanno attraversando la società americana.

Diane, partiamo dai recenti risultati elettorali negli Stati Uniti. Come interpreti il successo del Partito Democratico? Si tratta di una ritrovata fiducia degli elettori oppure, soprattutto, di un voto di protesta nei confronti del presidente Donald Trump?

«Penso che questo sia soprattutto un voto per ripristinare la democrazia, il nostro sistema di governo che, sotto Donald Trump, ha rischiato l’estinzione. Siamo una repubblica democratica, ma negli ultimi due anni ci siamo ritrovati sempre più sotto un regime repressivo, che ci ha privato di molti diritti».

Quali sono, secondo te, le ragioni principali che hanno spinto tanti americani a votare per i Democratici? Quanto hanno inciso il costo della vita, l’economia, l’immigrazione e le politiche dell’amministrazione Trump?

«Ho percepito un cambiamento profondo e tangibile negli ultimi mesi. Nella società americana sta crescendo un’ondata di forte indignazione per quella che molti avvertono come una progressiva privazione della libertà, in particolare per quanto riguarda il diritto fondamentale a elezioni libere e regolari. Fino a poco tempo fa, in America davamo per scontata la legittimità del nostro sistema elettorale: era un pilastro indiscutibile della nostra democrazia. Di recente, invece, abbiamo assistito a minacce inedite e inquietanti. Si è parlato di posizionare agenti dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, fuori dai seggi per intimidire gli elettori e persino di intercettare e aprire le schede dei Democratici prima del conteggio. Oggi, tra i sentimenti prevalenti, c’è sicuramente una forte tensione, ma anche un enorme senso di sollievo. La gente è sollevata nel vedere che, alla fine, questi tentativi di interferenza non hanno prevalso e che il sistema ha tenuto».

Conosci profondamente la società americana. Hai percepito, negli ultimi mesi, un cambiamento nell’atteggiamento dei cittadini nei confronti della politica? Quali sentimenti prevalgono oggi tra gli americani?

«L’economia, la guerra in Iran e il trattamento riservato agli immigrati hanno avuto un impatto enorme. I programmi concepiti per aiutare gli americani a pagare l’assistenza sanitaria vengono ora smantellati dall’amministrazione Trump. Al contrario, i cittadini si stanno rendendo conto che soltanto i più ricchi stanno prosperando, favorendo la crescita di una classe di oligarchi. Trump si è presentato in campagna elettorale come un presidente di pace, ma la realtà è che ha scatenato una guerra senza alcuna ragione legittima e uno dei maggiori beneficiari del conseguente aumento del prezzo del carburante è stato il presidente russo Putin. Gli americani sono rimasti scioccati dalla creazione della milizia nota come ICE, Immigration and Customs Enforcement, che ha portato alla morte e alla deportazione di molte persone innocenti. L’ICE riceve più fondi governativi dell’FBI, che invece è stato drasticamente ridimensionato. Non dimentichiamo, inoltre, i documenti relativi al caso Epstein. L’America vuole conoscere l’entità dell’eventuale coinvolgimento di Trump».

Dopo queste elezioni, come cambieranno i rapporti tra il presidente Trump e il Congresso? Quali difficoltà potrebbe incontrare la Casa Bianca nel portare avanti il proprio programma?

«Dopo queste elezioni, i rapporti tra il presidente Trump e il Congresso cambieranno radicalmente, mettendo la Casa Bianca in una posizione di forte debolezza. Trump è ormai quello che in America definiamo un lame duck, letteralmente “anatra zoppa”: un presidente la cui efficacia politica è drasticamente ridotta. Non può ricandidarsi e l’elettorato generale ha chiaramente perso fiducia in lui. La Casa Bianca incontrerà enormi difficoltà nel portare avanti il proprio programma per due ragioni principali. La prima riguarda il potere di veto. Sebbene Trump abbia minacciato di porre il veto sulle leggi approvate, il Congresso potrebbe cercare di superare i suoi veti, riducendo così una delle principali armi di pressione del presidente. La seconda è la crisi di credibilità all’interno del suo stesso partito. Trump ha perso autorevolezza anche nel proprio schieramento. Il Partito Repubblicano si è ormai identificato totalmente con il movimento MAGA, ma quest’ultimo esce fortemente indebolito da questa tornata elettorale. Senza più il controllo assoluto sulla propria base e con un Congresso pronto a rivendicare la propria autonomia, l’agenda della Casa Bianca rischia una sostanziale paralisi».

Il Partito Democratico ha ottenuto importanti risultati elettorali, ma deve anche costruire una prospettiva politica credibile. Ritieni che abbia già una leadership riconoscibile oppure debba ancora individuare una figura capace di unire le diverse anime del partito?

«Il Partito Democratico non si è ancora stabilito dietro a una persona che lo guiderà in futuro. L’ex leader della maggioranza al Senato, il senatore Chuck Schumer, ha fatto molto lavoro in vista di queste elezioni. Ha individuato candidati democratici in grado di sfidare i Repubblicani in varie elezioni congressuali e governatoriali. Quei candidati hanno avuto grande successo. Ma a questo punto non c’è un leader chiaro. Dipenderà da chi sarà il candidato alla presidenza».

Guardando alle elezioni presidenziali del 2028, quali personalità democratiche ritieni particolarmente interessanti e quali caratteristiche dovrebbe avere il futuro candidato alla Casa Bianca?

«I potenziali candidati che mi colpiscono a questo punto includono il senatore della Pennsylvania Mark Kelly, il governatore della California Gavin Newsom e l’ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg. I candidati devono essere sostenuti per la loro integrità. Sai, quest’epoca è un po’ come gli anni Settanta in America. Dopo il Watergate, il Paese bramava onestà. Fu allora che Jimmy Carter fu eletto presidente».

Negli Stati Uniti la contrapposizione tra Democratici e Repubblicani è diventata molto forte. Questa divisione riguarda soltanto la politica oppure attraversa anche le famiglie, le comunità e la vita quotidiana degli americani?

«Questi ultimi anni, incluso il primo mandato di Trump, sono stati un periodo altamente divisivo in America. Anche all’interno delle famiglie, molte persone sono rimaste fedeli alle proprie convinzioni. Ma ora, guardando i risultati delle recenti elezioni, con la schiacciante “onda blu”, sarà interessante vedere come evolveranno i rapporti tra Repubblicani e Democratici. Chiaramente molti Repubblicani non sono soddisfatti del loro partito ora».

Vorrei porti una domanda legata alla tua lunga esperienza professionale. Come è cambiato il giornalismo americano negli ultimi anni? I grandi mezzi di informazione riescono ancora a garantire un confronto equilibrato oppure i social network hanno modificato profondamente il rapporto tra politica e cittadini?

«Ciò che è preoccupante è che i giornalisti diffondano informazioni false. Nelle scuole di giornalismo della mia epoca ci insegnavano a presentare “entrambe le versioni della storia”. Ma quando una parte è chiaramente falsa, come vediamo spesso nelle dichiarazioni del governo americano di oggi, dobbiamo ai nostri ascoltatori e lettori chiarire quali sono i fatti. Abbiamo assistito a situazioni in cui alcuni dei migliori giornalisti sono stati esclusi dalla Casa Bianca e dal Pentagono, mentre esponenti di testate vicine all’amministrazione hanno ottenuto maggiore accesso. Quanto riguarda i social media, è spaventoso pensare alla quantità di potere che sia nelle mani di Zuckerberg, Meta, Ellison, TikTok, e Musk, X».

Hai lavorato nella televisione americana e insegnato giornalismo all’università. Quanto è difficile oggi, per un giornalista negli Stati Uniti, raccontare la politica mantenendo indipendenza, obiettività e credibilità?

«Se un giornalista lavora per una rete di parte come Fox News, direi che è impossibile definirlo oggettivo. Ma c’è ancora molto buon giornalismo in America, come quello del New York Times, della CNN e di Politico».

Conosci bene anche l’Italia. Come viene percepita oggi l’Europa negli Stati Uniti? Ritieni che i nuovi equilibri politici americani possano avere conseguenze sui rapporti con il nostro continente e con l’Italia in particolare?

«Durante questi ultimi anni trascorsi negli Stati Uniti, quando dicevo a qualcuno che in realtà vivo la maggior parte del tempo in Italia, mi dicevano di essere invidiosi. L’Italia sembra una ventata d’aria fresca, rispetto alla soffocante riduzione delle libertà che la gente provava negli Stati Uniti. Gli americani hanno sempre avuto un’affinità per l’Italia e per il popolo italiano».

Da osservatrice della realtà americana, quali sono le questioni sociali che oggi ti preoccupano maggiormente? Penso soprattutto ai giovani, alle disuguaglianze economiche, alla sanità e alle opportunità di lavoro.

«A livello nazionale, molti giovani americani temono che l’intelligenza artificiale possa togliere loro le opportunità lavorative. Persone di tutte le età sono preoccupate per l’assistenza sanitaria. A differenza dell’Italia, dove esiste un servizio sanitario nazionale, un ricovero in ospedale negli Stati Uniti può costare decine di migliaia di dollari. L’Affordable Care Act, introdotto durante la presidenza Obama, ha aiutato molte persone, ma recentemente è stato indebolito dalle tasse introdotte da Trump. I giovani sono anche preoccupati per l’alto costo degli alloggi e si chiedono se potranno mai permettersi di possedere una casa propria».

Diane, vorrei concludere con una riflessione personale. Dopo tanti anni dedicati al giornalismo e all’insegnamento, come immagini l’America dei prossimi anni? Quale messaggio vorresti trasmettere ai lettori italiani che osservano con interesse, ma anche con qualche preoccupazione, ciò che accade negli Stati Uniti?

«Beh, posso almeno concludere con una nota positiva. Dopo anni passati a vedere la nostra democrazia deteriorarsi, questa settimana ha dato speranza a molte persone. Gli americani si sono mobilitati in numero record per votare perché hanno compreso l’importanza di preservare il sistema di governo che i nostri padri fondatori intendevano. Ora c’è molto lavoro da fare. Dobbiamo fermare questa guerra insensata in Iran. Dobbiamo porre fine a questi dazi folli e riparare i nostri rapporti con altri Paesi del mondo. Dobbiamo correggere i fallimenti sistemici negli Stati Uniti, come il Collegio Elettorale. Questo deve essere eliminato, poiché non prevede più un’elezione rappresentativa, come i nostri padri fondatori pensavano che sarebbe successo. Dobbiamo ricostruire agenzie governative cruciali che sono state svuotate, inclusi il Dipartimento di Stato, l’FBI e l’agenzia meteorologica NOAA. Per riprendere e rovesciare lo slogan di Trump, abbiamo molto lavoro da fare per “rendere di nuovo grande la nostra America”».

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