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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

Londra non ti accoglie: ti affitta

Quando arrivi in Inghilterra, e soprattutto a Londra, impari subito una cosa: l’abitazione non è un rifugio, è un ostacolo da superare. Prima ancora del lavoro, prima ancora delle amicizie, c’è una domanda che ti martella: dove dormo?

Noi italiani con la casa abbiamo un rapporto quasi sentimentale. È protezione, comfort, rifugio. È il posto dove torni e puoi smettere di recitare. Dove lasci cadere le maschere della giornata, un po’ come fanno i bambini davanti alla mamma: o si scatenano o si calmano, ma sono finalmente loro. Per noi è anche una promessa: studi, lavori, ti sistemi, magari un giorno la compri. Non è solo un tetto, è un’idea di stabilità.

Qui tutto cambia. Il mercato abitativo britannico è uno dei più costosi d’Europa. A Londra, un bilocale in zona centrale può costare tra le £2.500 e le £3.000 al mese; spostandosi verso le zone esterne o periferiche, si scende ma raramente sotto le £1.500. Nel 2025 i dati di Rightmove e Zoopla mostrano che i prezzi delle abitazioni in affitto sono aumentati tra il 10% e il 15% rispetto al periodo pre-pandemia.

Gli stipendi, invece, non hanno tenuto lo stesso passo.

In un mercato dove il costo della vita cresce più rapidamente dei salari medi, la casa diventa un fardello. Serve a stare, non a restare. Quando siamo arrivati abbiamo cercato casa come fanno tutti: prima una stanza, poi qualcosa di più. Cercavamo spazio per una coppia. Ed è stato lì che abbiamo scoperto una delle regole non scritte – ma scrittissime – del mercato immobiliare londinese: no couples. Gli annunci sono espliciti. Le coppie sono considerate una complicazione. Meglio una persona sola: entra, paga, dorme, esce, non fa domande.

È stato difficile, frustrante, a tratti scoraggiante. Alla fine siamo stati fortunati: si è liberato un appartamento della nonna. E qui “fortuna” non è un modo di dire. Se hai un appoggio, una conoscenza, un’eredità, resisti. Altrimenti, combatti.

E non è solo una questione di prezzo. Il Regno Unito ha una percentuale di affittuari molto più alta rispetto all’Italia: secondo l’Office for National Statistics, oltre il 30% delle famiglie britanniche vive in affitto privato — una percentuale che continua a crescere soprattutto nelle grandi città. In Italia, malgrado tutto, chi vive in affitto resta una minoranza: oltre il 70% delle famiglie vive in case di proprietà. È una differenza culturale enorme.

E poi c’è un altro aspetto che colpisce noi italiani: il rapporto con gli edifici stessi. Qui si demolisce e si ricostruisce con una rapidità impressionante. Dove c’era un palazzo, domani ce n’è uno più alto, più nuovo, più redditizio. In Italia questo sarebbe impensabile: vincoli, storia, patrimonio, memoria. Da noi le abitazioni si conservano, anche quando sono scomode.

Eppure, paradossalmente, in Inghilterra capita spesso di entrare in appartamenti in condizioni discutibili. Muri sporchi, cucine lasciate a metà, ambienti che sembrano pronti per essere abitati “così come sono”. Qui il concetto non è “ti consegno un’abitazione”, ma “ti affitto uno spazio”. Al resto pensaci tu.

Molti, soprattutto all’inizio, finiscono a condividere alloggi con sconosciuti. È normale, quasi inevitabile. Ma per noi italiani pesa di più. Se il luogo in cui vivi non è un posto dove stai bene, dove ti senti al sicuro, allora tutto il resto diventa più faticoso. Tornare a casa dovrebbe essere una pausa, non un’altra prova di resistenza.

E qui si vede il lato sociale, economico e politico della questione abitativa: non è solo una faccenda privata. È un meccanismo che decide chi può permettersi di restare, chi è costretto a spostarsi sempre più lontano, chi, alla fine, molla. È il mercato che parla, ma sono le persone che pagano.

Alla fine, però, casa resta dove ti senti a casa.
Non per forza tua, con un indirizzo preciso e le tende giuste.
È dove scegli di mettere radici — leggere, temporanee, senza garanzie. Un rifugio.
Il posto in cui smetti di sentirti straniero, dove puoi stare senza spiegarti troppo.
Dove c’è conforto. E basta.

Alla prossima,

Lovely to see you!

T&R

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