L’estate a Londra non inizia con il primo gelato o con un picnic a Hyde Park. Per me comincia quando le strade si riempiono di colori. E io, lo sapete, sono una persona “peace and love”: i colori mi attirano sempre.
Con l’arrivo della bella stagione, la città si veste d’arcobaleno. Victoria Street si riempie di bandiere che ondeggiano tra i palazzi, le vetrine cambiano faccia e Londra sembra voler ricordare un messaggio semplice: qui c’è spazio per essere sé stessi. Non sono solo i locali della comunità LGBTQ+ a colorarsi. Anche negozi, musei, teatri, grandi aziende e spazi pubblici partecipano, ognuno a modo suo. È uno di quei momenti in cui la città sembra parlare con un’unica voce, pur restando fatta di tante differenze.
Confesso una cosa: fino a qualche anno fa il Pride era una realtà che osservavo da lontano. Non perché fossi contraria, ma semplicemente perché non faceva parte della mia quotidianità. Crescendo in Toscana avevo conosciuto persone con storie e orientamenti diversi, ma certi temi non erano così presenti come lo sono qui.
Poi è arrivata Londra. E questa città ha una capacità particolare: rendere visibili realtà che magari avevi già incontrato, ma di cui si parlava meno apertamente. A essere sincera, la novità non sono mai state le persone omosessuali. In contesti internazionali si incontra davvero un piccolo mondo intero: culture, idee e modi diversi di vivere la propria identità. Per questo gay, lesbiche o persone trans non mi hanno mai sorpresa. Quello che negli ultimi anni ho iniziato a notare di più è stato un altro cambiamento: il linguaggio. Parole come pansessuale, asessuale, non binario o genderfluid sono entrate sempre più nel quotidiano. Più che le persone in sé, è cambiato il modo in cui oggi si racconta l’identità.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi cosa significhi la sigla che si vede spesso durante il Pride. LGBTQIA+ raccoglie diverse identità e orientamenti: L per lesbiche, G per gay, B per bisessuali, T per transgender. Nel tempo si sono aggiunte la Q per queer o questioning, la I per intersessuali, la A per asessuali e il simbolo + per tutte le altre identità che non rientrano nelle categorie precedenti. Dietro questa sigla c’è un’idea semplice: non esiste un solo modo di vivere l’identità o l’amore.
Una curiosità che mi ha colpito è che molte di queste parole sono relativamente recenti. I termini “omosessuale” ed “eterosessuale” si sono diffusi tra Ottocento e Novecento, quando si è iniziato a classificare la sessualità. Prima queste etichette non esistevano, anche se le persone e le loro storie sì.
Molti pensano che il Pride sia solo una festa colorata o una sfilata estiva. In realtà nasce come movimento per i diritti delle persone LGBTQ+ e affonda le sue radici nei moti di Stonewall, a New York nel giugno 1969. All’epoca l’omosessualità era fortemente stigmatizzata e, in molti casi, criminalizzata. Da quella protesta nacquero le prime marce dell’orgoglio. Quelle proteste segnarono un punto di svolta nella storia dei diritti civili e portarono, negli anni successivi, alla nascita dei Pride in diverse città del mondo. Da allora, quello che era nato come movimento di protesta si è trasformato anche in una forma di visibilità pubblica e collettiva, capace di unire dimensione politica e celebrazione.
Il termine “Pride” significa orgoglio: non inteso come superiorità sugli altri, ma come diritto di esistere senza paura. Se si guarda ancora più indietro, si scopre che relazioni tra persone dello stesso sesso esistevano già nell’Antica Grecia e nell’Antica Roma. Non si tratta quindi di una novità moderna, ma di qualcosa che nel tempo è stato raccontato e interpretato in modi diversi. Forse è anche per questo che Londra è diventata un punto di riferimento per molte persone della comunità LGBTQ+.
Nel tempo il Regno Unito ha introdotto tutele contro le discriminazioni e riconosciuto diritti che in altri Paesi sono arrivati più tardi o non sono ancora arrivati. Questo non significa che non esistano problemi o tensioni, ma che il contesto permette a molte persone di vivere la propria identità con maggiore serenità. Camminando per Londra questa sensazione si percepisce. Non solo durante il Pride: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei negozi e perfino sui mezzi pubblici. Le bandiere arcobaleno non sono solo decorazioni: raccontano una città che prova a fare spazio alle differenze.
Io continuo ad avere domande. Tante. Se c’è una cosa che Londra mi ha insegnato è che non bisogna avere tutte le risposte per iniziare a capire. Basta essere disposti ad ascoltare. A volte mi perdo tra sigle che sembrano lunghe quanto la fila al banco del mercato il sabato mattina. A volte devo cercare il significato di parole nuove. A volte sbaglio anche. Ma ho capito una cosa. Non serve comprendere ogni definizione per rispettare una persona. Perché dietro ogni parola, ogni etichetta e ogni bandiera c’è sempre qualcuno che vuole essere visto per quello che è.
Forse, alla fine, il senso più semplice del Pride — e del modo in cui oggi parliamo di identità — è proprio questo: la libertà di essere sé stessi senza togliere libertà agli altri. E forse “peace and love”, detto così, in modo semplice e un po’ ingenuo, resta ancora una delle definizioni più vere: vivere e lasciar vivere, senza paura e senza giudizio. Rispettare non significa capire tutto subito. Significa riconoscere che davanti a noi c’è una persona, non un’etichetta. E da lì, si può sempre partire.
E forse, in fondo, è proprio questo che Londra continua a insegnarmi ogni giorno.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R