Si avvicina il week-end (16-17 maggio) di Fioriture di Primavera a San Romano in Garfagnana. Tra i protagonisti dell’aperitivo esperienziale “Wine in Art”, anche Manuel Luccarini, giovane sommelier residente nel comune, che, insieme ad alcuni giovani del territorio, ha recentemente ottenuto la qualifica AIS dopo un percorso di formazione dedicato alla cultura del vino e della degustazione. Una nuova generazione di professionisti che guarda al vino non solo come prodotto, ma come racconto del territorio, esperienza culturale e strumento di valorizzazione della Garfagnana.
All’interno del festival, Manuel Luccarini e Silvia Pellinacci guideranno la degustazione di vini durante “Wine in Art”, laboratorio che unirà vino, musica e pittura in un’esperienza immersiva pensata per coinvolgere anche chi si avvicina per la prima volta al mondo della degustazione.
Che ruolo può avere il vino nel raccontare il territorio e le sue storie?
“Il vino ha innanzitutto la capacità di raccontarsi da solo. È un prodotto profondamente legato al territorio e traduce naturalmente le caratteristiche climatiche, geografiche e culturali di una determinata zona. In questo senso il vino diventa una forma di racconto autentico: parla del paesaggio, del clima, della terra e del lavoro dell’uomo senza avere troppo bisogno di spiegazioni. Ogni vino porta dentro di sé l’identità del luogo da cui nasce”.
“Wine in Art” unisce degustazione, musica e pittura. Cosa vi ha colpito di questo format così diverso dal classico approccio al vino?
“Quello che mi ha colpito è proprio il coinvolgimento di linguaggi diversi come musica e arte, che fanno uscire il vino dai classici momenti di degustazione. Il vino, in questo caso, diventa quasi uno strumento per lasciarsi andare, un aiuto a far emergere emozioni e sensazioni che la musica e l’arte riescono a suscitare nelle persone. Lo vedo come un format che libera i pensieri, che permette di esprimersi in modo spontaneo, un po’ come accade nei momenti conviviali più belli. Esce dai canoni tradizionali della degustazione e crea un’esperienza molto più personale e creativa”.
Sempre più giovani si stanno avvicinando alla cultura del vino in modo consapevole. Sta cambiando anche il modo di vivere la degustazione?
“Sì, sta cambiando molto. I giovani che oggi si avvicinano al vino in modo consapevole cercano prodotti autentici, di qualità, piccole produzioni e viticoltori magari ancora poco conosciuti. C’è più attenzione alla sostanza che all’immagine. Spesso preferiscono vini che raccontano davvero qualcosa piuttosto che etichette blasonate scelte solo per apparire. Sta cambiando anche il linguaggio del vino. Alcuni termini troppo tecnici o antiquati rischiano di allontanare i giovani, facendo percepire il vino come qualcosa di elitario o distante. Oggi invece serve una comunicazione più semplice, più vera e più vicina alle persone”.
La Garfagnana non è ancora conosciuta da tutti come territorio legato al vino. Quali potenzialità ha oggi questo settore nella valle?
“La Garfagnana ha grandi potenzialità. Il problema principale è superare il vecchio pregiudizio secondo cui “qui non può nascere un grande vino”. È un’idea legata al passato, quando il vino veniva prodotto soprattutto per sostentamento e non con una ricerca qualitativa. Ma questo valeva ovunque, anche nelle zone oggi più famose. Oggi invece ci sono produttori che stanno lavorando molto bene, con competenza e qualità”.
Che particolarità può avere il vino della nostra terra?
“I vini della Garfagnana hanno identità, personalità e raccontano il territorio in maniera autentica. Quello che serve è crederci di più, anche da parte dei garfagnini stessi: scegliere e valorizzare i vini del proprio territorio invece di guardare sempre altrove. Noi sommelier della valle stiamo cercando di fare anche questo attraverso eventi e iniziative che portino attenzione sul vino garfagnino. Credo che negli ultimi anni qualcosa stia già cambiando”.
Durante il laboratorio guiderete i partecipanti in un percorso sensoriale molto libero e creativo. Che esperienza vorreste far vivere alle persone?
“Vorrei che le persone vivessero un’esperienza autentica e libera. Il vino non sarà l’unico protagonista, ma una sorta di spinta interiore capace di aiutare le persone a lasciarsi andare e ad esprimere quello che sentono. Non parlo dell’alcol in sé, ma del valore emotivo e sensoriale della degustazione: un’esperienza che accompagna l’introspezione e la creatività. L’arte, in fondo, è proprio questo: tirare fuori qualcosa che abbiamo dentro. E vorrei che durante il laboratorio ciascuno potesse sentirsi libero di far emergere emozioni, pensieri e immagini attraverso il colore, la musica e il vino”.
Dietro ogni vino ci sono paesaggio, clima, lavoro e relazioni umane. Quanto è importante oggi raccontare questa dimensione culturale del vino, soprattutto nelle aree interne?
“È fondamentale. Nel vino esiste il concetto di terroir, che racchiude proprio questi elementi: il territorio, il clima, il paesaggio e il lavoro dell’uomo. Raccontare il vino significa raccontare tutto questo insieme. Oggi non basta più produrre un buon vino: bisogna creare cultura attorno al territorio, costruire esperienze, ospitalità e relazioni”.
Che potenzialità ha l’enoturismo in Garfagnana?
“In molte realtà internazionali l’enoturismo è cresciuto proprio grazie alla capacità di offrire esperienze complete: degustazioni, soggiorni in vigna, attività immersive, percorsi sensoriali. Anche la Garfagnana potrebbe crescere molto in questa direzione. Negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo: alcuni ristoratori hanno iniziato a valorizzare i vini del territorio e si stanno creando eventi legati alla cultura enogastronomica locale. Serve continuare a credere in questa identità e trasformarla sempre più in una risorsa culturale e turistica per tutta la valle”.