Scopriamo oggi un nuovo racconto dalla nostra comunità. In questi ritratti ho scelto di non indicare date di nascita o di morte: ciò che conta è la vita vissuta, il ricordo e il segno lasciato nella comunità.
Oggi voglio ricordare Matilde Poli, una figura che nella nostra comunità ha lasciato un segno profondo, fatto di fede, dedizione e presenza quotidiana.
Matilde era la moglie di Sandro, cugino della mia mamma, e proprio per questo il legame con la mia famiglia è stato sempre molto stretto. Era di casa: la sua presenza era quotidiana, anche perché la mia mamma Italia e la mia nonna Ancilla l’hanno aiutata nel far crescere i suoi figli, mentre Sandro era impegnato nel lavoro. Era una presenza naturale, familiare, e proprio per questo il mio affetto per lei nasce da quei momenti semplici vissuti insieme giorno dopo giorno.
Ma se c’è un tratto che più di tutti la rappresenta, è la fede. Una fede profonda, autentica, che ha accompagnato tutta la sua vita e che lei ha saputo testimoniare con i fatti, prima ancora che con le parole.
Tutti ricordano i pellegrinaggi che organizzava a Lourdes e nei vari santuari d’Italia: per lei non erano semplici viaggi, ma momenti di condivisione e di testimonianza, un modo concreto per vivere e trasmettere il Vangelo.
Ricordo ancora quel febbraio del 1995, quando aprimmo la casa famiglia per anziani, proprio vicino alla sua abitazione. Nella cappella, insieme a don Angelo, portammo il Santissimo Sacramento nel tabernacolo. Le sue parole furono semplici ma profondissime: “Mi hai fatto un regalo così bello, avere nostro Signore qui a due passi.” E quelle parole dicevano tutto della sua fede.
Ho condiviso con lei anche momenti difficili, come i viaggi della speranza verso Milano, all’ospedale Niguarda, quando il marito Sandro era ricoverato. Durante quei viaggi, la sua fede non veniva mai meno: pregava, con fiducia, senza mai lamentarsi, affidando tutto alla Vergine Maria e al Signore. E quella speranza non l’ha mai abbandonata.
Matilde è stata anche una presenza fondamentale nella vita della parrocchia. Ha animato per anni il coro parrocchiale e quello dei giovani, coinvolgendo tante persone e creando un gruppo che è durato nel tempo, lasciando un segno nelle nuove generazioni.
Ma il suo impegno andava anche oltre. Era molto attiva nell’assistenza a persone con gravi disabilità che, ogni anno nel mese di agosto, venivano a Corsagna per trascorrere un periodo di vacanza. Per circa venti giorni si dedicava a loro con una presenza continua, fatta di attenzione, cura e disponibilità. Non era un servizio facile: richiedeva pazienza, forza e grande sensibilità. Eppure lei lo viveva con naturalezza, perché anche in quelle persone vedeva il volto di Gesù.
Aveva anche una grande manualità: lavorava con passione alla preparazione dei personaggi del presepe, li dipingeva, li rendeva vissuti, quasi antichi. Questo lavoro lo svolgeva anche per conto di una importante azienda della zona, segno della sua capacità e della qualità di ciò che realizzava. Ricordo quegli anni in cui, mentre io lavoravo il legno, lei era lì accanto, immersa nel suo lavoro, con la stessa cura e la stessa dedizione.
È stata una persona presente anche nei momenti importanti della mia vita. Ricordo quando mi innamorai di Emanuela: lei fu tra le prime a condividere quella gioia, perché aveva sempre avuto stima per lei ed era sinceramente felice per me.
Il suo carattere era accogliente, capace di mettere a proprio agio chiunque. Ma quando c’era da dire le cose, sapeva essere anche ferma: parlava con chiarezza, a volte con durezza, ma sempre con rispetto e con quella gentilezza che la contraddistingueva.
Purtroppo la sua vita è stata breve: una brutta malattia, nel giro di pochi mesi, se l’è portata via. È partita con quella serenità che l’ha sempre accompagnata, con la stessa fede con cui aveva vissuto.
Con la sua morte, così improvvisa e prematura, si è aperto un vuoto profondo nella sua famiglia e nella comunità. Ha lasciato il marito e i suoi tre figli, Francesco, Sabatino e Grazia, ancora bisognosi del suo affetto, della sua presenza e di quella guida silenziosa che ogni giorno sapeva donare.
Un vuoto che non si colma, ma che continua a vivere nell’amore che ha saputo lasciare.
Matilde è stata una di quelle persone che non fanno rumore, ma che lasciano un’impronta profonda nella comunità. Una presenza discreta, ma continua.
E oggi, nel ricordo, la sua fede continua a parlare. Parla nei gesti che ha compiuto, nelle preghiere che ha donato, nelle persone che ha aiutato. E soprattutto nei suoi figli, che portano dentro di sé ciò che lei ha seminato ogni giorno: una fede semplice, silenziosa, ma capace di illuminare la vita.