Lo abbiamo appreso questa mattina, da un trafiletto de La Nazione. Anche se, forse, la sua scomparsa meritava qualche riga di più. Ci proviamo noi, nel nostro piccolo, ad onorare meglio la memoria di uno dei più grandi batteristi jazz italiani, Gianni Cazzola, venuto a mancare, purtroppo, alla veneranda età di 88 anni – da quanto si apprende da fonti stampa – proprio durante un’esibizione.
Ci collega a lui una figura leggendaria: Billie Holiday, probabilmente la più grande vocalist che il mondo del jazz internazionale abbia mai avuto.
“Pronto, è il signor Gianni Cazzola?” “Il signore è uscito, è rimasto solo Gianni Cazzola“. “Maestro, mi concederebbe un’intervista?” “Certo, ma non chiamarmi maestro. Non lo sono“. Questo è stato il nostro primo approccio, al telefono, quattro anni fa. Io, cronista di provincia, assetato di informazioni e testimonianze sulla figura di Lady Day e sul suo passaggio sul suolo italiano, in procinto di scrivere un libro (“Billie Holiday e Mia Martini. Così lontane, così vicine – Un incontro inedito sotto la luna del Blues“) che poi sarebbe uscito, tre anni dopo, per la mia casa editrice, Edizioni Melagrana, scritto a quattro mani con l’amico e collega Ciro Castaldo, direttore della collana “I grandi della musica“; lui, uno dei pochi (due, a dire il vero) musicisti italiani ancora viventi a poter dire di aver conosciuto e suonato con Billie, citato nell’enciclopedia Treccani “Tra i musicisti di alto livello espressi dal jazz italiano”.
Il topolino e la montagna.
Fu un’intervista rimasta indicizzata nell’archivio online de La Repubblica, datata 11 settembre 2018 ed intitolata “Gianni Cazzola “Quando Billie Holiday mi accarezzò la schiena per aver suonato con lei” a firma di Luigi Bolognini, a farci venire a conoscenza di questo aneddoto e a spingerci a chiamarlo. Nel servizio non si parlava solo di Billie, ma anche di tanti altri jazzisti di fama mondiale con i quali Gianni aveva suonato nella sua strepitosa carriera: da Sarah Vaughan a Gerry Mulligan, da Chet Baker a Sam Woodyard (il batterista di Duke Ellington). Su tutti, però, il nome della Holiday spiccava, tanto da meritarsi la menzione nel titolo.
Billie Holiday, infatti, approdò in Italia nel 1958 durante la sua ultima tournée europea (sarebbe morta l’anno successivo, per una cirrosi epatica, al New York Hospital). Dal 3 al 9 novembre, si ha testimonianza di almeno tre esibizioni: una, disastrosa, al Teatro Smeraldo; una, ben più riuscita, alla mitica Taverna Messicana; e una, infine, “riparativa” al Teatro Gerolamo. Di queste apparizioni ci sono varie tracce sul web. Ma quella che più ha colpito la nostra curiosità è stata quella alla Taverna Messicana dove Gianni, allora ventenne, si esibiva in compagnia degli altri membri di un gruppo che sarebbe entrato, poi, nell’olimpo del jazz italiano e non solo: lo storico quintetto Basso-Valdambrini.
Lascio, a chi vorrà, il piacere di leggersi l’intervista inedita nel mio libro, accompagnata a quella del maestro Enrico Intra – l’altro musicista italiano vivente, pilastro del jazz, a poter dire di aver suonato con Billie Holiday. In alternativa, vi consiglio lo stesso libro di Gianni Cazzola, Un vita in swing, che, a sua volta, mi segnalò l’autore mentre mi apprestavo a redigere il mio testo.
Nonostante allora avesse la bellezza di 84 anni, Gianni Cazzola mi trasmise l’entusiasmo di un bambino. Ancora suonava, ancora promuoveva progetti dal vivo, ancora aveva numerose cose da raccontare.
Di lui ci rimane l’umiltà di un maestro (perché, anche se non voleva essere chiamato così, per noi lo era) che ha lasciato un segno indelebile nel panorama della musica, conservando quell’umanità e quell’empatia che sono tratti caratteristici dei grandi.
Che la terra ti sia lieve, Gianni.
Nella foto (da sinistra): Enrico Intra, Oscar Valdambrini, Billie Holiday, Giorgio Azzolini, Gianni Basso e Gianni Cazzola.
Taverna Messicana, Milano, novembre 1958 (© Foto Tony)