Il Nataleccio nasce a Gorfigliano, piccolo paese della Garfagnana dove le tradizioni non sono mai state solo folklore, ma vita vissuta davvero.
Un tempo i rioni erano sei: Culiceto, F’nalo, Bagno, Grotta, Novelli e Groppaia. Ognuno costruiva il proprio fuoco rituale. Con il passare degli anni, però, la popolazione è diminuita e con lei anche le braccia, il tempo, le forze. Oggi i rioni rimasti sono tre. Meno fuochi, forse, ma non meno significato.
La preparazione comincia l’8 dicembre, giorno della Tempia. La Tempia è il cuore di questo rito: un albero tagliato, privato dei rami, scelto il più possibile diritto. Può essere di castagno o di farnia, ma deve essere verde, perché non bruci subito. Su di essa viene messo un pennacchio di ginepro.
La Tempia è imponente: solitamente alta tra gli 8 e i 10 metri, ma in passato si è arrivati anche a 17, persino 20 metri. Per reggerla vengono fissati i tiranti, fili d’acciaio tesi in diagonale a diverse altezze, a tenerla salda.
Poi inizia la tessitura, la fase più lenta e paziente. Fascine e ginepro vengono intrecciati intorno alla Tempia fino a creare un grande cilindro, largo circa due metri. È un lavoro paziente, fatto nei fine settimana, quando la gente è più libera. Ogni rione ha il suo tessitore, ma il Nataleccio non è mai opera di uno solo: è un lavoro collettivo, di mani che cooperano, di tempo condiviso.
Il momento culminante arriva la sera della Vigilia di Natale. Il 24 dicembre, alle sei in punto, quando suona l’Ave Maria, la gente si ritrova davanti alla chiesa. Da lì si vedono tutti e tre i Natalecci. È un attimo sospeso. Poi, ognuno dal proprio rione, si dà fuoco alla struttura, aiutandosi con gasolio o benzina. Le fiamme salgono alte, si accendono le fiaccole, e le persone si dispongono tutto intorno.
La tradizione dice che il fuoco serva a scaldare Gesù Bambino. Ed è bellissimo pensarlo così. Ma è altrettanto affascinante sapere che le origini di questo rito potrebbero risalire a molto prima del Cristianesimo, addirittura a circa cento anni prima della nascita di Cristo. Il Nataleccio, come molti grandi fuochi rituali, porta con sé un’eco pagana: il fuoco come purificazione, come passaggio, come promessa di rinascita.
Forse è proprio questo il suo segreto. Un rito che unisce sacro e antico, fede e terra, cristianesimo e memoria arcaica. Si brucia il vecchio per fare spazio al nuovo. Si accoglie una nascita, ma anche una ripartenza.
Io a questo rito ho partecipato da grande. E posso dirlo: stare intorno a quel falò è qualcosa che va oltre le parole. C’è un calore che non è solo fisico. C’è una magia lenta, profonda, che ti entra dentro. Le fiamme illuminano i volti, il silenzio pesa quanto il fuoco, e per un attimo il tempo sembra fermarsi.
Una volta si premiava il fuoco più bello. Poi hanno smesso: le competizioni finivano spesso in litigi e scazzottate. Oggi niente premi. Solo una bevuta insieme. Ed è forse la scelta più giusta. Perché non è una gara. È un gesto collettivo. È un modo per dire che, nonostante tutto, ci siamo ancora. Che la comunità esiste. Che il fuoco, acceso una volta all’anno, continua a raccontare chi siamo stati — e chi vogliamo essere.
Alla prossima,
Lovely to see you!
Merry Christmast e Buone feste!
T&R
tea & ribollita



