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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

NHS: il sistema sanitario britannico tra fragilità e speranza

Il National Health Service, conosciuto come NHS, è il sistema sanitario pubblico del Regno Unito. Nasce con un’idea semplice: cure gratuite per tutti.

In pratica, chi vive nel Paese può rivolgersi a un medico di base, il cosiddetto GP (General Practitioner), che valuta sintomi e indirizza verso specialisti o ospedali. È un sistema pensato per essere equo e accessibile, ma negli ultimi anni ha mostrato fragilità significative.

Già prima della pandemia, il NHS versava in condizioni di forte pressione: personale insufficiente, tempi di attesa lunghi, servizi saturi. Con la pandemia (Covid-19), il collasso è stato sfiorato. Secondo un’inchiesta riportata da The Guardian, il sistema è riuscito a reggere solo grazie agli sforzi “quasi sovrumani” del personale sanitario. Heather Hallett, presidente della commissione d’inchiesta sul Covid-19, ha parlato di un impatto “devastante” su un sistema già fragile, con pazienti che non sempre ricevevano le cure necessarie in tempo.

Nonostante alcune storie positive di pazienti seguiti con competenza, le critiche e i feedback negativi sono numerosi. Tempi di attesa estenuanti, comunicazioni frammentate, difficoltà nell’accesso ai servizi: tutto contribuisce a un senso di precarietà che molti avvertono ogni giorno.

In questo contesto, gli immigrati che vogliono vivere e lavorare nel Regno Unito devono contribuire direttamente al sistema sanitario. L’Immigration Health Surcharge prevede un pagamento anticipato — per un visto di circa due anni, la somma complessiva può superare le 5.000 sterline, tra costo del visto e contributo sanitario. Una misura che evidenzia come, anche in un Paese ricco, il sistema debba cercare risorse aggiuntive per sostenersi.

Vivere nel Regno Unito senza avere realmente a che fare con il sistema sanitario è possibile. Ed è esattamente la mia situazione. Vivo qui, ma il mio medico resta in Italia. Quando si tratta di salute, il mio punto di riferimento è ancora lì, e forse è proprio per questo che faccio fatica a capire fino in fondo come funzioni davvero il NHS.

Quello che so lo vedo intorno a me. Amici, famiglie, persone che con questo sistema convivono davvero. Le storie si assomigliano: tempi lunghi, accesso complicato, attese che pesano più di quanto dovrebbero.

E poi c’è un aspetto che cambia tutto: il rapporto con il medico.
In Italia, hai un medico tuo, lo scegli, lo conosci. C’è continuità. Qui, invece, spesso no. Ogni visita può significare ricominciare da zero. La medicina non è solo diagnosi: è qualcuno che sa da dove parti.

Negli ultimi anni, poi, qualcosa si è rotto. La pandemia ha aggiunto filtri, passaggi e distanza, e questa distanza si sente. Un esempio semplice: un amico fa degli esami. Gli dicono: “ti richiamiamo a breve”. La prima risposta arriva. Poi silenzio. Richiama lui, il fascicolo non si trova subito. Quando finalmente riesce a parlare con qualcuno, gli rispondono: “è in lista”. Quanto deve aspettare? Non si sa. E nel frattempo resta fermo lì. In sospeso.

Ed è questa la parte più difficile da spiegare: non è solo aspettare, è non sapere cosa succede mentre aspetti. Anche un sistema con tutti i suoi limiti, come quello italiano, riesce a garantire continuità: un medico che ti conosce e che non deve ricominciare da capo ogni volta. Qui, invece, tutto sembra frammentato.

La domanda cambia allora. Non è più solo: funziona o non funziona? È qualcosa di più diretto. E sia chiaro: non è per accusare qualcuno. Nessun sistema è perfetto. Uno spera sempre di non averne bisogno. Né per sé, né per le persone care. Ma siamo umani, e può succedere. E quando succede, non hai scelta: ci devi andare.

Il problema è la sensazione con cui ci arrivi. Per quello che vedo intorno a me, non mi sentirei al sicuro. Non davvero. Ti aggrappi a quello che puoi: speranza, fortuna, le persone che trovi quel giorno. Perché alla fine lo sai: dipende tutto da chi ti capita davanti. E questa non dovrebbe essere una variabile.

Quando entri in ospedale non cerchi un miracolo, cerchi un luogo che ti protegga. Ho visto cosa può succedere quando dall’altra parte trovi persone competenti, che ti guardano davvero e si prendono responsabilità: cambia tutto. Ti affidi. Ma la domanda resta: se mi servisse davvero, mi sentirei al sicuro? La risposta, oggi, per me è no.

Perché alla fine, quando ti trovi lì dentro, qualcosa a cui aggrapparti lo cerchi comunque.
Forse è proprio questo che resta.

Seneca diceva:
“Osserva bene paura e speranza, e ogni volta che sarai nell’incertezza, fatti un favore: abbi fiducia in ciò che ti fa stare meglio.”

Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R

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