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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

Pizza Calling: storie di lievito, nostalgia e topping sbagliati

Allora, diciamocelo fra noi: la pizza è sacra. Una di quelle cose su cui non si transige, tipo l’olio bono o il pane senza sale – che se lo dici fuori dalla Toscana ti guardano storto.
Ora, io la pizza l’ho conosciuta nel 1992, che ancora non ero toscana. Ero piccina e vivevo a Napoli – sì, lo so, partenza col botto. Una bambina semplice, coi gusti chiari e già col palato esigente.  Prima pizza: margherita. Un capolavoro semplice, con quel bordo un po’ bruciacchiato, la mozzarella che fila, il pomodoro serio. Gusto pulito, essenziale, come un proverbio toscano: poche parole, ma giuste.

Poi la vita ti porta altrove, cresci, traslochi, cambi dialetto, e un giorno ti ritrovi a Londra con una voglia matta di pizza e il terrore di trovarti davanti una specie di focaccia gommosa con sopra del “cheese blend”. Si, ci sono versioni estere che andrebbero denunciate al tribunale del Gusto (se esistesse, io sarei giudice onoraria).

 Ma la volete sapere una cosa?

Io appartengo alla categoria di persone che davanti a un menù fitto vanno in crisi esistenziale. Margherita? Marinara? Bufalina? Una con i funghi o una con la nduja?
Quando sono troppo indecisa – e succede spesso – tiro fuori l’asso dalla manica: guardo il mio fidanzato e gli dico “Te piglia quell’altra che poi si fa metà e metà!”. Funziona quasi sempre… tranne quando lui, senza pietà, polverizza la sua metà in tre morsi mentre io ancora sto scegliendo da che lato iniziare. E lì mi parte un “O che l’hai scambiata per una gara, te?!”.

 La pizza: un bene universale… ma non scontato!

La pizza è democratica, globale, personalizzabile, felice. Può essere comfort food, cena elegante, pranzo da schiscetta, colazione post-serata (eh sì, qualcuno lo fa). È il piatto che mette d’accordo quasi tutti.

In Inghilterra è arrivata tardi, e pure un po’ spaesata. Fine Ottocento, primi ristoranti italiani, ma la vera svolta è nel Novecento, con la diffusione della cucina italiana e la sacra arte del forno a legna. Oggi a Londra la pizza la trovi in ogni quartiere: a volte è un capolavoro, altre volte… lasciamo perdere, che c’è da piangere. Però – e qui va detto – dopo tanti tentativi, qualche posticino bono l’ho trovato. Di quelli dove la pizza è fatta come si deve, a un prezzo giusto, senza dover vendere un rene per una margherita con la burrata.

E poi c’è casa: se ho tempo, una volta a settimana impasto io. Farina sparsa ovunque, lievitazione lenta e profumo che fa tanto casa della nonna. C’ho il forno che fa quello che può, ma la soddisfazione è tanta.

🇮🇹 VS 🇬🇧 – La disfida della pizza

Forma:
🇮🇹 Rotonda, fiera, col bordo un po’ bruciato – come il pane quando scappa di mano alla mamma.
🇬🇧 A volte ovale, a volte quadrata, servita “for sharing” su taglieri da 80 cm – tipo tombola.

Mozzarella:
🇮🇹 Fusa, filante, saporita.
🇬🇧 “Cheese blend” – una roba misteriosa che non osa dire da dove viene.

Toppings:
🇮🇹 Al massimo 3, scelti con l’attenzione di chi impasta la torta co’ bischeri.
🇬🇧 Mais, pollo tandoori, salsiccia vegana, ananas, e pure ketchup. Chi più ne ha, più ne metta (purtroppo).

Dove si mangia:
🇮🇹 Al tavolo, con coltello e forchetta o piegata a portafoglio in piedi.
🇬🇧 In metro, sul divano, davanti a Netflix, fredda la mattina – roba da stomaci forti.

Reazione emotiva:
🇮🇹 Gratitudine.
🇬🇧 Sopravvivenza.

Filosofia:
🇮🇹 “Meno è meglio.”
🇬🇧 “More is… weird but okay?”

Dopo questo breve confronto ..vi racconto questo anedotto, tranquilli sarà breve..

Una volta, io e la mia amica Mari siamo andate a trovare un amico a Stoccolma. “Vi porto a mangiare una pizza!”, ci fa. Io e Mari ci si guarda: “Oddio… ci tocca”. Invece no! Meno Male – Pizza Napoletana, forno a vista, impasto giusto, ingredienti veri. Una sorpresa bella, come trovare i ricciarelli buoni a luglio. Ci pareva d’esse’ di nuovo nel tinello della mi’ mamma. È stata forse la pizza più buona mangiata fuori Italia – e lo dico con la bocca piena di nostalgia (e mozzarella filante).

In conclusione a Londra ho imparato a cercare il giusto compromesso: qualità vera, un prezzo onesto e magari anche un forno a legna, se si può. E quando rimetto piede in terra toscana, una capatina in pizzeria la faccio sempre. Perché alla fine, che tu sia cresciuta a Napoli, emigrata a Londra, o adottata dalla Toscana, la pizza resta casa. E se la condividi – anche con chi mangia troppo veloce – è ancora più buona.

Credo che sia l’ora di salutarvi, perché sono sicura che vi sia venuta fame.

Alla prossima girata,

Un bacio con le mani infarinate!

T&R

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