Domani sera (sabato 24 ottobre), alle ore 20.40, andrà in scena all’auditorium del centro parrocchiale di Ghivizzano, nel comune di Coreglia Antelminelli, lo spettacolo “L’Adunata – Monologhi tra Terra e Spirito”.
La Gazzetta del Serchio, media partner dell’evento, ha voluto intervistare l’ideatore Salvatore Liggeri a poche ore dall’apertura del sipario.
In questi 33 anni di vita, ti sei trovato ad affrontare periodi difficili?
“Certo, momenti bui ce ne sono stati. E ce ne sono ancora”.
Come hai imparato a superarli?
“Sicuramente serve tanta consapevolezza. Soprattutto, tanta responsabilità. La maggior parte dei problemi che affrontiamo nella vita, non riusciamo a risolverli perchè diamo la colpa agli altri o alle cose. E’ molto importante, invece, assumerci la responsabilità dei nostri limiti, dei nostri errori, delle nostre paure. Riconoscere le nostre debolezze e le nostre fragilità è il primo passo per guardare in faccia tutte quelle parti oscure che, spesso, addebitiamo ad eventi esterni, mentre partono, in primis, da noi”.
Cosa ti aiuta in quei momenti?
“A me ha salvato sicuramente un percorso psicologico che continuo a non trascurare; è molto importante, oggi, prendersi cura del proprio benessere mentale. Cosa che, invece, spesso trascuriamo. Soprattutto mi ha salvato il cammino, il movimento fisico, il contatto con la natura; ma anche l’aver avuto la fortuna e la possibilità di scegliere dove poter vivere. Nel mio caso la Garfagnana. Per trasferirmi in questo luogo, ho fatto delle scelte: ho rinunciato ad un lavoro stabile e, con i risparmi che avevo, ho comprato una piccola casa qui. Non uso il gas, ma la legna. E ho l’orto, le galline. Insomma, cerco di essere autosufficiente per diversi mesi all’anno”.
C’è una pratica di benessere che vorresti di nuovo sperimentare?
“Un’esperienza che vorrei assolutamente ripetere – e che, in realtà, continuo a fare – è il cammino. Ho iniziato nel 2018 i pellegrinaggi con il Cammino di Santiago. Ed è un’esperienza che ha creato, in me, una sorta di dipendenza: nel senso che adesso non riesco più a immaginarmi una vita in cui non cammino. Ho bisogno di andare a piedi. Ed è diventato, per me, come mangiare o bere. E’ un’esperienza che cerco. Costantemente. E che oggi continuo a fare, sulle Apuane o in Appennino, anche con pellegrinaggi spirituali e storici. A settembre, ad esempio, ho percorso la via Vandelli”.
Cosa vuol dire camminare per te?
“Vivere. Perchè è la prima cosa che impariamo a fare quando nasciamo e, forse, è una delle ultime che smettiamo di fare”.
E la montagna come te la rappresenti?
“Per me è una divinità. Io la vedo come una maestra che ci insegna, salendoci sopra, ad essere umili; ci fa abbandonare ogni forma di ego. Mi fa sorridere il termine che spesso viene usato: “sfidare la montagna”. La montagna è troppo più grande di noi per essere sfidata; è una divinità e, come tale, è lei che ci concede di arrivare o di non arrivare in vetta. Ci insegna l’umiltà. Le montagne che noi guardiamo oggi, negli anni 2000, sono rimaste uguali a quelle che guardavano i nostri antenati. E sono rimaste come erano secoli fa”.
Cosa ci dice la montagna oggi?
“E’, prima di tutto, la testimonianza che l’ambiente è ancora vivo. Che esiste ancora una fauna. Che esiste ancora la natura. E dobbiamo preservarla, lasciarle spazio. Vorrei invitare i frequentatori della montagna a lasciarla respirare, rispettarla. E se dobbiamo andarci, facciamolo come si fa quando si entra in un tempio, in una chiesa. La montagna è divina. Non dobbiamo mai smettere di ricordarci che finché la montagna sta bene, stiamo bene anche noi”.
Cosa significa, per te, camminare in montagna?
“Esiste una grossa differenza fra camminare in montagna per raggiungere una vetta e camminare in pellegrinaggio. Innanzitutto ci sono varie ragioni per cui si va in pellegrinaggio o in cima a una vetta. C’è, come dicevo prima, chi lo fa per sfida personale, chi perché sta soffrendo e chi per fare un’esperienza di viaggio. Diciamo che l’intenzione con cui si fanno le cose è molto importante. Io invito tutti a fare le proprie esperienze, senza aspettative: perché ci si illude se si pensa che un cammino guarisca la sofferenza o se arrivare in vetta ci faccia sentire i campioni del mondo”.
Quindi cosa aiuta?
“Quello che veramente aiuta nel fare questo tipo di esperienze sono i passi, ma non il cammino intero. Ogni singolo passo è importante, sia che tu arrivi in vetta o alla fine del pellegrinaggio. Ogni passo offre una nuova prospettiva delle cose. Dà speranza. Dà fiducia ai passi che verranno dopo. Secondo me, camminare non serve ad accumulare esperienze o ricordi; serve piuttosto ad abbandonare alcune esperienze che, forse, hanno appesantito il nostro passato”.
Che invito faresti a chiunque voglia intraprendere un cammino?
“Invito tutti a fare più salite che discese, perché le salite, in realtà, ci invitano a capire che, forse, stiamo viaggiando troppo pesanti; e ogni tanto è bene lasciare andare il superfluo. Lasciarlo andare a valle, arrivare in vetta spensierati e non vederla come una conquista, ma come una rinascita. Un punto di partenza, da cui poi poter riprendere la vita di tutti i giorni, in maniera serena. E invito anche a fare i pellegrinaggi per cercare Dio; soprattutto il “divino” che è in noi, cercando di capire non cosa vogliamo fare dopo, ma chi siamo oggi”.
Domani, a Ghivizzano, assisteremo al tuo spettacolo: L’Adunata. Cosa aspettarci?
“Ho voluto realizzare il primo spettacolo che si chiama “L’Adunata”, con l’intento di fare una manifestazione – tra virgolette – artistica e poetica, dentro un teatro. Io credo che se vogliamo davvero cambiare le cose, in generale (parlo, ovviamente, anche alla luce delle proteste di piazza che ci sono in questi giorni), non si può partire soltanto dall’urlo o dalla violenza. È un’emulazione sbagliata. Vorrei ricordare a tutti che la rivoluzione francese ha partorito Napoleone e, se guardiamo le rivoluzioni antecedenti, la rivoluzione comunista ha portato poi a Stalin. Dalle rivoluzioni violente non è mai nata una grande filosofia di vita. Vorrei invitare tutti, quindi, a cambiare e a rivoluzionare non tanto la piazza, ma se stessi. Perché credo che il mondo migliora solo se migliorano gli individui”.
Gli individui, o la collettività?
“La collettività non esiste, è una concezione. La collettività è un’idea del voler stare insieme, ma si sta bene insieme solo se le persone, gli individui, stanno bene. La collettività è come una famiglia: se c’è un papà violento e alcolizzato, una mamma assente, non si può pretendere certo che i figli nascano e crescano con grandi valori morali. La stessa cosa vale per la società, nel caso ci sia un problema a livello gestionale e governativo. Anche noi cittadini rischiamo di essere competitivi o di rispondere con la violenza alla violenza. Io credo che la rivoluzione più grande, come diceva Terzani, sia “rivoluzionare” noi stessi: pensare bene, parlare bene, vivere bene, perché se noi non abbiamo il concetto di bello, nella nostra vita tutto sarà sempre brutto. Dobbiamo avere il coraggio di guardare alla vita come un’opportunità di bellezza ancora oggi, nonostante le difficoltà”.
Da qui la tua “adunata”?
“L’unità si chiama adunata. E’ un gioco di parole. Non vuole certo essere un’adunata militare, ma tutto il contrario. Sarà un’adunata di anime libere che credono ancora che ci sia del bello in questo mondo e che valga la pena di lottare. Ma in senso buono, artistico, poetico. E con i sogni, i sogni umani che non devono smettere di esistere. Con l’immaginazione. Ecco, questi sono gli elementi: gli ingredienti che penso facciano bene alla collettività. Ed è questo che voglio: il coraggio di poter immaginare sognare e vivere ancora, nonostante tutto”.
Churchill diceva “mai, mai arrendersi”. E’ anche il tuo motto?
“Tralasciando le ideologie politiche o quello che ha fatto, di Churchill io ho una grande stima da un punto di vista storico: nel difficile periodo della seconda guerra mondiale, con l’Europa totalmente occupata dai nazisti, poteva benissimo abbandonare l’impresa; invece disse che non si sarebbe mai arreso, che gli inglesi avrebbero lottato dappertutto. Sulle spiagge, sulle colline, sulle montagne, nelle foreste, nei campi. Senza mai arrendersi. Ecco perché Churchill, da questo punto di vista, è stato un grande. Perché, spesso, le avversità ci vorrebbero far nascondere, con la speranza che tutto passi senza uno nostro coinvolgimento; invece non è così. Quando arrivano grandi avversità e grandi problemi, è proprio lì che dobbiamo tirare fuori il meglio di noi. Sia a livello morale, sociale, psicologico, politico e filosofico”.
Non arrendersi, insomma. Mai
“Esatto. Non dobbiamo arrenderci alle avversità; non dobbiamo soccombere al male e all’oscurità. Dobbiamo alzarci in piedi e, pacificamente, con dignità dire: io non voglio questo; io non sono così. Credo che tanti giovani, oggi, lo stiano facendo. Sono molto felice di vedere ragazze e ragazzi diventare protagonisti della storia, alzando la testa e dicendo: io non sono questo; io non voglio essere così”.