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Redazione
ANNO XIVmartedì 3 Novembre 2026
reportage

Santiago, l’abbraccio con San Giacomo: ora il “mio” Cammino è concluso

Giorno 7, l’ultimo

Siamo arrivati a Santiago, abbiamo ritirato la Compostela, raggiunto Finisterre e visto quella che per secoli è stata considerata la fine del mondo. Eppure, almeno per me, mancava ancora qualcosa: il motivo per cui, mesi prima, leggendo poche righe su una guida, avevo sentito nascere dentro di me quel bisogno quasi impellente di partire.

La Cattedrale di Santiago in questo periodo è interessata da alcuni lavori nella cappella maggiore e, proprio per questo, le Messe del Pellegrino delle 9:30, delle 12 e delle 19:30 sono state temporaneamente trasferite nella vicina chiesa di San Agustín. Quella delle 7:30, invece, continua a celebrarsi all’interno della Cattedrale, nella Cappella della Comunione, ed è proprio quella la Messa che ci aspetta.

Ci alziamo prestissimo. È il nostro ultimo giorno a Santiago e, questa volta, preparare gli zaini ha tutto un altro sapore, perché tra poche ore dovremo davvero lasciare la città.

Dal momento che non è possibile entrare in Cattedrale con gli zaini, chiediamo al proprietario dell’ostello se possiamo lasciarli lì ancora per qualche ora. Ci risponde subito di sì e così usciamo praticamente a mani vuote, solo con il nostro solo marsupietto, cosa che dopo giorni trascorsi con uno zaino sulle spalle ci fa sentire davvero leggeri.

Percorriamo le vie di Santiago quando fuori è ancora buio. La città sembra dormire, quasi tutte le attività sono chiuse e per strada incontriamo pochissime persone; in Galizia il sole sorge più tardi rispetto a quanto siamo abituati in Italia e quella mattina Santiago sembra concederci ancora qualche ora di silenzio.

In pochi minuti ci ritroviamo nuovamente davanti alla Cattedrale. Cerchiamo l’ingresso aperto a quell’ora, giriamo intorno all’edificio e finalmente entriamo, accolti immediatamente dalla maestosità dell’interno.

Lo sguardo viene inevitabilmente attirato verso la cappella maggiore, dominata dal grande baldacchino barocco dorato, sorretto da figure di enormi angeli. Al centro si trova l’immagine di Santiago, quella stessa statua che da secoli i pellegrini raggiungono al termine del loro viaggio per compiere il tradizionale abbraccio all’Apostolo.

Prima della Messa troviamo uno spazio dedicato alle candele. Sono tutte spente e Tommaso me lo fa notare: quella mattina saremo noi ad accendere la prima. Lo facciamo insieme e, per qualche secondo, ci stringiamo attorno al nostro intimo pensiero, ognuno il suo.

Poi raggiungiamo la Cappella della Comunione, dove sono già riuniti molti altri pellegrini, troviamo posto tra loro e poco dopo comincia la Messa.

A trent’anni devo confidarvi di non sapere ancora definire con certezza il mio rapporto con la fede. Non so dire se mi senta davvero cattolica, né posso affermare di possedere quella fede sicura e incrollabile che appartiene ad altre persone; eppure non posso neppure ignorare quella spinta che mi ha portata fin qui, perché qualcosa in me esiste. Non so darle un nome preciso, ma la sento e la percepisco.

Durante la celebrazione comincio così a emozionarmi, perché so che poco dopo accadrà ciò che avevo immaginato ancora prima di acquistare un biglietto aereo, preparare lo zaino o percorrere il primo chilometro: sarei salita dietro l’altare e avrei abbracciato la statua di San Giacomo.

Di lui, prima di partire, conoscevo in realtà molto poco. Santiago, Giacomo il Maggiore, fu uno dei dodici apostoli e, secondo gli Atti degli Apostoli, il primo di loro a subire il martirio, fatto uccidere a Gerusalemme da Erode Agrippa I nel I secolo.

La tradizione racconta poi che il suo corpo venne trasportato fino alle coste della Galizia e qui sepolto. Secoli dopo, tra l’820 e l’830, l’eremita Pelagio avrebbe assistito a un fenomeno luminoso sopra il luogo nel quale si trovava un antico sepolcro e avrebbe avvertito il vescovo Teodomiro. Da quella scoperta e dalla tradizione che identificò quelle spoglie con quelle dell’Apostolo sarebbe nato uno dei più importanti fenomeni di pellegrinaggio della storia cristiana: il Cammino di Santiago.

Una storia che, credenti o meno, conserva qualcosa di profondamente affascinante e che ancora oggi continua a richiamare persone da ogni parte del mondo. Io stessa non so spiegare perché proprio questa figura sia riuscita ad attirarmi così tanto, ma camminando ho scoperto di non essere affatto l’unica persona partita con il desiderio di portare fino a Santiago un pensiero, una richiesta, una speranza o semplicemente il nome di qualcuno.

Terminata la Messa, ci mettiamo in fila prima per raggiungere la cripta e poi per salire verso la statua dell’Apostolo. Più la fila procede, più mi agito, con una sensazione quasi buffa da raccontare: mi sembra davvero di essere sul punto di incontrare qualcuno di importante.

Tommaso se ne accorge e mi rassicura, dicendomi che salirà dopo di me, così non dovrò preoccuparmi di lui e potrò prendermi tutto il tempo di cui avrò bisogno.

Poi arriva il mio turno, salgo le scale e finalmente la vedo.

In quel momento sento davvero il cuore in gola e, per qualche secondo, dentro di me tornano tutti quei giorni insieme: la strada, le salite, le vesciche, il dolore ai piedi, le sveglie all’alba, le risate, le chiacchiere e i silenzi. Ripenso alle persone incontrate, ai “Buen Camino” degli sconosciuti, alla conchiglia dipinta dalla piccola Sabela, alle serate con Alessia e Davide, ai totem che ci hanno indicato la strada e a quelle guglie intraviste da lontano negli ultimi chilometri.

Ripenso soprattutto ai passi, a tutti quei passi che mi avevano portata esattamente lì.

Appoggio le mani sulle spalle della statua di San Giacomo, rivestite dalla mantellina, e finalmente lo abbraccio. Prima lo ringrazio per averci accolti a Santiago, per il viaggio che avevamo avuto la fortuna di vivere e per un’esperienza che so già che porterò dentro di me per sempre; poi, finalmente, gli affido il mio pensiero, quello che dal Giorno 0 avevo scelto di non raccontare e che rimane tra me e lui.

Scendo le scale e aspetto Tommaso. Quando arriva lo abbraccio e ancora una volta qualche lacrima mi bagna il viso, ma questa volta è una sensazione diversa da quella provata vedendo per la prima volta le guglie della Cattedrale: forse è liberazione, forse gratitudine, forse semplicemente la consapevolezza di essere arrivata esattamente nel luogo in cui sentivo di dover arrivare.

Questa volta posso dirlo davvero: il viaggio è finito.

Ma cosa rimane dopo Santiago?

Sono tornata a casa ormai da una settimana e ho avuto il tempo di ripensare a quei chilometri, alle persone incontrate e a quello che, in qualche modo, ho lasciato e riportato indietro con me. Per questo il viaggio è finito, ma questo reportage ancora no.

Ci sarà un ultimo appuntamento, perché dopo avervi raccontato la strada vorrei provare a raccontarvi quello che la strada mi ha lasciato.

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