Un’esperienza artistica che intreccia voce, corpo e simboli, e che apre una riflessione sul significato personale di una canzone capace di attraversare generazioni.
Nel viaggio tra terra e spirito de “L’Adunata”, andato in scena il 24 ottobre (leggi qui), Sara Conte ha dato voce a una figura femminile libera e indomita. Cantando, accompagnata dal suono del tamburo, ha interpretato “Savage Daughter”, brano che ha sentito vicino per la forza delle parole e per la sua sonorità particolare: un canto di libertà e sorellanza, diventato nel tempo un inno alla forza collettiva delle donne.
La sua presenza sul palco è stata accompagnata anche da una danza ispirata alla danza del ventre, con una grande luna a fare da sfondo. A partire da questa interpretazione, La Gazzetta del Serchio ha voluto approfondire il percorso personale e artistico di Sara.
Il suo intervento per lo spettacolo “L’Adunata” ha unito musica, voce e danza: come ha immaginato e costruito questa performance?
“Fin da piccola il mio sogno era cantare e ballare, esprimere la mia vera essenza attraverso l’arte. Per l’Adunata ho pensato di unire queste due passioni, portando al centro del palco la donna: il vero cuore pulsante, così come lo immagino io”.
Ha scelto di interpretare “Savage Daughter”, un brano dal significato molto forte, che viene spesso associato alla libertà e alla forza femminile. Che cosa l’ha colpita maggiormente di questa canzone?
“La prima volta che ho ascoltato questa canzone, circa un anno fa, me ne sono innamorata all’istante, come se parlasse alla mia anima ancor prima di comprenderne le parole. Successivamente ho letto la traduzione del testo e ho capito il motivo di tanta risonanza. Fin da piccola sono stata una piccola ribelle amante della libertà; ho sempre ascoltato il mio cuore, reprimendo raramente quell’istinto che mi ha permesso di scoprire un mondo interiore profondo. Un mondo che mi ha aiutato — e continua ad aiutarmi — ad affrontare il presente, a vivere il mio tempo senza farmi condizionare dal giudizio degli altri. Per questo mi sono specchiata totalmente in quel testo”.
Nell’interpretazione, ha accompagnato la voce con il tamburo. Che ruolo ha questo strumento nell’esibizione e che cosa aggiunge alla forza evocativa della canzone?
“Il tamburo, per me, è il battito della terra e del mio cuore. Quello che ho suonato l’ho costruito con le mie mani, con la guida di un maestro: è parte di me, è l’espressione del fuoco della mia anima. Quando lo suono, mi connette all’intero universo”.
Durante la serata, si è esibita anche in un ballo ispirato alla danza del ventre, con una grande luna sullo sfondo. Che cosa rappresentava, per lei, quel momento?
“L’energia femminile è la Luna, un’energia che ci guida nella parte più profonda di noi, uomini e donne. È sensualità, bellezza, specchio della nostra anima, insieme al tamburo, al canto e alla danza. In particolare amo la danza del ventre, espressione di una bellezza e di una sensualità femminili intense ma lontane da ogni volgarità”.
Lei è operatrice olistica e performer. Come si incontrano queste due dimensioni del suo percorso?
“Prima di diventare un’operatrice olistica ho intrapreso un profondo percorso di crescita personale, in cui la danza e il canto hanno avuto una funzione terapeutica. Ognuno di noi possiede un potenziale inespresso che attende solo di manifestarsi”.
Che cosa spera sia arrivato al pubblico attraverso la sua esibizione?
“Spero che sia arrivato l’amore che porto dentro e che questa performance di canto, suono e danza abbia acceso una scintilla nel cuore di chi era presente”.
Foto di Roberto Rocchiccioli
