Durante una passeggiata lungo il Tamigi, all’altezza di Greenwich, mi sono imbattuta in Nelson.
Voi ora vi starete chiedendo: “Nelson chi? Ma le ha dato di volta i’ cervello?” E in effetti… un po’ sì. Perché se non vi ricordate della battaglia di Trafalgar, della Royal Navy o del buon Horatio Nelson che sfidava Napoleone con una mano sola e l’occhio bendato, allora vi siete persi un pezzo di Inghilterra.
Tra una pinta e l’altra — e no, non sono una pub crawl seriale, lo giuro — mi piace fermarmi a osservare la gente che entra: chi si gode il pranzo della domenica, chi sbircia curioso nelle salette, chi si affaccia alle grandi finestre cercando il profilo di Londra oltre il fiume.
È così che ho scoperto la Trafalgar Tavern: un luogo che non è solo un pub, ma un piccolo teatro della storia britannica, con tanto di bandierine all’ingresso e un Nelson in uniforme a fare gli onori di casa.
Sulla riva sud del Tamigi, a pochi passi dall’Old Royal Naval College, c’è un luogo che sembra resistere al tempo. La Trafalgar Tavern non è solo una locanda: è legno che scricchiola sotto i passi, vetri ambrati affacciati sull’acqua, memoria sospesa tra il profumo del fish & chips e il tintinnio dei bicchieri di gin.
Inaugurata nel 1837, lo stesso anno in cui la regina Vittoria salì al trono, la Trafalgar divenne subito un ritrovo per marinai e ufficiali, grazie alla sua posizione strategica nel cuore navale di Greenwich. Si racconta che i marinai venissero qui a bere l’ultima pinta prima di salpare — o la prima, appena tornati.
Al bancone si incrociavano racconti di tempeste, rotte lontane, porti esotici e ferite aperte. Ma non solo marinai: qui si davano appuntamento anche i politici liberali dell’Ottocento, che organizzavano le celebri whitebait dinners a base di pesciolini fritti e decisioni ufficiose.
E poi gli scrittori. Charles Dickens amava talmente questo posto da ambientarvi il banchetto di nozze in Our Mutual Friend. Non è difficile immaginarselo in un angolo della Hawke Room, taccuino alla mano, intento a cogliere gesti, brindisi, silenzi.
Classificato come edificio di Grado I, il pub conserva molte caratteristiche originali: splendide finestre georgiane che si aprono sul fiume, pavimenti in legno e un’atmosfera che profuma d’epoca. Impossibile non notarlo: la facciata è adornata da bandiere colorate che sventolano al vento come saluti festosi, mentre all’ingresso troneggia la statua del suo eroe, Horatio Nelson.
Il locale si snoda in diverse sale, alcune con vista diretta sul Tamigi, e ospita anche uno spazio dedicato a cerimonie private. Il menù è un omaggio alla tradizione britannica più autentica: dal bianchetto di Greenwich, in carta fin dal XIX secolo, al pasticcio di carne e rognone, fino alle classiche salsicce con purè.
La domenica, il roast è sacro: spalla d’agnello a cottura lenta, pollo ruspante con ripieno di maiale avvolto nella pancetta, verdure e gravy come si deve.
Il Trafalgar non vive solo di gloria passata: è un luogo ancora vivo e pulsante. Ospita serate comiche, quiz da pub, musica dal vivo e eventi stagionali che attirano una clientela variegata — dai turisti affascinati agli habitué del quartiere.
E a proposito di Nelson, ecco una chicca che merita di essere raccontata: l’ammiraglio — sì, proprio lui, mano amputata e occhio bendato — soffriva di mal di mare. Ma tale era il suo amore per l’oceano da continuare a navigare, contro ogni logica e nausea.
E non finisce qui: era talmente affascinato dal territorio siciliano di Bronte da firmarsi spesso “Nelson Bronte”, immaginandosi quasi un moderno Ulisse tra i miti del Mediterraneo. Un inglese col cuore un po’ italiano, forse.
Se capiti a Greenwich, devi entrarci. Anche solo per affacciarti alle finestre e lasciarti sfiorare dal tempo. Perché qui ogni bicchiere, ogni quadro, ogni cimelio racconta qualcosa. Basta solo ascoltare.
Spero come sempre che non vi siete annoiati!
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R
Josette Sedami Agbo








