Un viaggio tra gli stereotipi che vogliono le donne stupide, inferiori rispetto all’uomo, maligne e che mostra come certi luoghi comuni abbiano contaminato il pensiero di tutti, la medicina, il diritto e siano arrivati in qualche modo anche ai nostri giorni.
Ieri sera il Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana si è riempito di pubblico per accogliere sul suo palco una straordinaria Veronica Pivetti accompagnata dal musicista Cristian Ruiz. Lo spettacolo, scritto da Giovanna Gra, deve il suo titolo “L’inferiorità mentale della donna” ad un manuale pubblicato nel 1900 da Paul Julius Möbius, lo psichiatra e neurologo tedesco sostenne in questo libro l’idea di una “deficienza mentale fisiologica” della donna.
L’attrice ha accolto il pubblico con un “Benvenuti nel Novecento!” e ha accompagnato i presenti, con ironia, in una serie di orribili stereotipi attingendo non solo dagli scritti di Möbius, ma anche da altri studiosi dell’epoca, come ad esempio il criminologo Cesare Lombroso.
Il monologo, scandito dall’esecuzione di canzoni e da divertenti siparietti con Anselmo Luisi, ironizza mostrando l’illogicità di certe teorie, spesso sostenute da proverbi popolari, a sottolineare la poca scientificità di certi pensieri.
Perché far leggere una donna, se incapace di comprendere i concetti come un uomo? Perché consentirle di alzare gli occhi al cielo per contare le stelle, se può benissimo abbassarlo per contare le uova sul tavolo di una cucina? Le limitazioni che le donne hanno dovuto affrontare nei secoli vengono snocciolate con talento dalla Pivetti facendo sorride, ma con l’amarezza della consapevolezza che bussa alla coscienza di tutti e risveglia un profondo senso di dolore e vergogna.
Tutto quello che l’attrice ha raccontato sul palco è stato ritenuto vero per secoli, teorizzato da neurologi e psichiatri, senza alcun diritto di replica da parte delle donne. Idee che ad oggi ci suonano assurde, vecchie, ma che hanno lasciato il segno anche ai tempi d’oggi. Quando certi pensieri vengono consolidati per secoli entrano a far parte della tradizione e diventano certezze, come confermano gli studiosi stessi che hanno attinto dai detti popolari per dare autorevolezza alle proprie teorie. Per questo è così difficile soppiantare un paradigma, è necessario prendere coscienza del problema, analizzarlo e tentare di estirpare il pensiero comune con fatica e pazienza.
Veronica Pivetti ha poi abbandonato i panni del Novecento ed è tornata nel presente per raccontare quanto gli stereotipi siano ancora in grado di ferire e umiliare. L’isteria, condizione psichiatrica considerata legata all’utero, è stata rimossa dai manuali di medicina nel 1952, solo nel 1980 è nata la medicina di genere che, fino ad allora, aveva usato prevalentemente modelli maschili per studiare malattie e farmaci; ma bisognerà attendere il 2000 per l’inserimento delle donne nei protocolli di ricerca dei farmaci generici.
I pericolosi stereotipi sono entrati anche nelle aule di tribunale, per questo l’attrice ha snocciolato le sentenze più assurde in seguito a casi di stupro: pena ridotta, o addirittura imputato assolto, perché la ragazza non era in grado di esprimere un dissenso chiaro, perché indossava i jeans o le mutande rosse; addirittura nel 2014 una sentenza definì uno stupro meno grave perché la vittima non era vergine.
Un momento toccante e profondamente doloroso che ha lasciato la sala avvolta in un silenzio duro e consapevole. Alla fine della rappresentazione sorge spontaneo domandarsi: quei libri così superati, quelle teorie così assurde, quanto male hanno fatto e continuano a fare? Non servono altre dimostrazioni per comprendere quanto sia difficile debellare le credenze comuni e quanto esse, infimamente, continuino ad appartenerci.
Con questo spettacolo Giovanna Gra dà uno scossone alle coscienze di tutti, apre gli occhi, sostenuta dal talento di Veronica Pivetti e della sua spalla, Cristian Ruiz, accolti alla fine da un lunghissimo applauso.