Coreglia Antelminelli è un luogo di tranquillo ritrovo, di verde e fresca e delicata pace. “A Coreglia quasi ogni casa ha, dietro, un suo usciolo che dà nella selva […] e ognuno è pago di quanto giova ad una vita di lavoro tranquillo, senza sforzo e senza sfoggio. […] so che in nessun’altra regione io ho trovato mai tanta e così diffusa e comune signorilità d’animo e finezza di educazione e di modi” scrive Manara Valgimigli “Luogo di ritrovo placido, Coreglia. Di climatico si, c’è l’aria […] e ci sono le selve. Per le quali uno può andare ore e ore, in piano o su lievi pendii, lungo l’Ania o lungo il Segone. E di terapeutico c’è lo striscino. […] il vinellino di Coreglia , rosato, fresco, acidulo, leggerissimo. A berne desinando a mezzodì con l’arsura, è una delizia e uno ne può bere quanto vuole, perché entra e passa.” E ancora “Tutto a Coreglia è e diviene più leggero. […] I monti di roccia dura paiono fatti d’aria, talvolta in quella trasparenza. E anche il bagaglio della vita, che assai pesa e assai spesso, mi pare che a Coreglia si possa portare indosso un po’ meno pesantemente” (G.Lera, Manara Valgimigli e Coreglia, Matteoni stampatore, 1977)
Coreglia Antelminelli, nella prima metà del ‘900, è crocevia di arte e parole, capace di creare un proficuo dialogo tra pittura, poesia, scrittura. Le conversazioni intellettuali sulla letteratura classica, la luce e l’aria del borgo divennero elemento catalizzatore per la presa creativa di molte produzioni artistiche.
E’ l’estate del 1923 (l’anno prima che Puccini si spegnesse a Bruxelles) quando Carlo Carrà, affermato maestro del Novecento italiano, giunge a Coreglia su invito di Manara Valgimigli e Umberto Vittorini. Lontano dai clamori delle avanguardie milanesi, Carrà è in cerca di solidità e di pace, di qualcosa che stesse fermo. Non si tratta di una villeggiatura oziosa, ma di una sorta di ritiro creativo, una rivelazione di paesaggi interiori in un’estate di sguardi lunghi e pensieri verticali, come i monti. In quel momento Carrà è ad un punto critico nella sua carriera pittorica ed ha bisogno di silenzi. Chiuso un ciclo è in difficoltà nell’iniziare un nuovo corso. E’ a Coreglia che Carrà ricomincia a fare pittura e nel suo periodo di rinascita realizza “Il leccio”, opera cardine del suo nuovo corso tematico, ma anche “Il molino delle castagne” e alcune vedute del borgo, realizzati nell’estate 1925 a segnare la scoperta del paesaggio toscano.
Sono oltre venti i quadri di Carrà che parlano di Coreglia, realizzati nelle due estati di permanenza nella Valle. Come Giovanni Pascoli, era giunto alla ricerca del bello e del buono e in quelle estati la sua pittura diventa più solenne.
Non bastava però. Non bastava vedere, serviva condividere. Così Carrà, colto da quell’energia raccolta e potente, scrive ad un amico, Giuseppe Ungaretti, poeta e viandante dell’anima. “Qui si sente il vero. Non come a Parigi o Milano. Vieni. Qui si lavora e si tace.” E Ungaretti arriva. Resta pochi giorni, ma abbastanza da lasciare annotati su un taccuino versi che non pubblicò subito ma che germinarono anni dopo in nuove interpretazioni creative. A Coreglia il poeta trova una lingua che somiglia al silenzio e un silenzio che parla. Ancora oggi restano le tracce di quel fermento culturale: nelle case che hanno ospitato quei dialoghi, nelle mulattiere che hanno visto passeggiare i pensieri, nei silenzi del tardo pomeriggio che ancora sanno di poesia, di pittura, di parola scavata. Restano tracce nei premi che portano il nome di Valgimigli, nelle pennellate di Carrà, nelle targhe sulle case di paese.
Così, come in un’opera di Verdi, o di Puccini, la scena si riempie di personaggi diversi ma uniti da un destino comune: raccontare. Raccontare di un paese che canta e che scrive, che dipinge e che combatte, che racconta di sé anche nei paesi sospesi nel verde dove il tempo sembra rallentare per rispetto della luce e delle stagioni. Un mondo in cui la civiltà si misura in presenza, in relazione, in memoria. Tutti parte di un’epopea culturale che ha attraversato due secoli portando con sé bellezza, sperimentazione, identità profonda. In un luogo che non corre ma custodisce, dove il tempo, cristallizzato nei riti quotidiani, diventa sacro.
Lucia Morelli
Storica dell’arte. Educatrice museale e formatrice nell’ambito della pedagogia delle arti. Consulente per istituzioni culturali, scuole, enti pubblici e fondazioni private. Presidente dell’associazione culturaleVenti d’Arte APS, impegnata a dar forma e sostanza ad iniziative a carattere culturale, artistico, sociale ed educativo. Specializzata in Storia dell’architettura vernacolare, collabora con l’Università di Pisa a progetti di ricerca sullo studio del patrimonio. Autrice di articoli per volumi e riviste specializzate, è recentemente uscito il libro “Architettura vernacolare in Garfagnana”, a cura di D.Ulivieri, di cui è coautrice.