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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
traguardo

10 anni di giornalismo in Valle del Serchio: un brindisi, una riflessione e un monito

Proprio ieri mi è arrivato il bollino, dall’ordine dei pubblicisti della Toscana, da applicare sulla tessera di giornalista. Il decimo. Una cifra tonda che, se da una parte merita – come ogni traguardo raggiunto nella vita – un brindisi, dall’altra induce ad una piccola riflessione sul breve percorso professionale intrapreso fin qui.

Dieci anni che, bene o male, coincidono con l’apertura – quasi obbligata, oggi, per chi decide di cimentarsi in questo (tanto affascinante quanto difficile) mestiere – della partita Iva. Dieci anni senza alcuna certezza, se non quella di essersi guadagnato ogni singolo millimetro di strada.

La prima considerazione che mi viene da fare è che, questa professione, non l’avevo nel sangue. Non ero un predestinato. Il mio percorso di studi è stato, in qualche modo, strabico: diplomato in ambito scientifico, laureato in quello umanistico. Nessuna idea precisa sul mio futuro fino ai 22 anni quando, per puro caso, sono incappato nel progetto editoriale de La Gazzetta del Serchio che, proprio in quel fatidico 2012, prendeva vita sotto la direzione dell’allora proprietario e – come lui stesso si definisce – (ir)responsabile Aldo Grandi.

L’inizio della mia collaborazione con il giornale – che, oggi, mi onoro di dirigere – risale, quindi, ai suoi albori. A 14 (circa) anni fa. E se oggi celebro i 10 anni di iscrizione all’ordine, vuol dire che quasi quattro li ho trascorsi in quel limbo indefinito che, con una formula romantica, chiamiamo “gavetta”: tra tira e molla con la redazione, ripresa degli studi universitari e lavoretti part-time.

Le strade che portano a ciò a cui il cuore anela sono sempre lunghe e tortuose” scriveva Conrad.

È buffo, ma la consapevolezza che, nella vita, il mio mestiere sarebbe stato il giornalista l’ho avuta solo di recente. Quando ormai, compiuti i 35 anni, mi sono accorto di non essere più un under 35, che in Italia – triste a dirsi – coincide (almeno nei bandi governativi) con la soglia della gioventù.

Essere un giornalista – e, nello specifico, essere un giornalista in una zona decentrata come la Valle del Serchio – non è facile. Per niente. Così come non è facile essere un fotografo, un videomaker, un social media manager. Richiede una buona fiducia nei propri mezzi, una massiccia dose di intraprendenza, un’abbondante quantità di coraggio e un pizzico di sana follia.

Lo scrivo, soprattutto, per i miei collaboratori. Quelli più giovani. O, comunque, per chi volesse provare ad avvicinarsi al giornalismo. Non ci sono scorciatoie in questo settore. Raramente vedrete contratti. Sarete quasi sempre sottopagati rispetto a quanto valete. Dovrete rinunciare a gran parte dei “lussi” di cui un impiegato o un operaio gode.

La passione è, certamente, il motore di tutto. Ma anche la creatività e la libertà di espressione. In più il sorriso stampato in faccia, il lunedì mattina, quando vi svegliate. Che non è roba da poco. Certo, arrivare alla vetta non è per niente semplice. E non tutti (anzi) ci riescono. Però, a vent’anni, è comunque un tentativo che – al netto di tutto – vale la pena provare se si ha la tenacia e la forza di crederci fino in fondo.

Il monito è questo: fare il giornalista (il fotografo, il videomaker, il social media manager…) non deve avvelenarvi l’esistenza. Non deve costringervi a rinunciare alle cose della vita che più vi piacciono. Non deve obbligarvi ad una quotidianità di stenti. Occhio, quindi, a sacrificare l’insacrificabile (la felicità) per un’ossessione nociva.

Godetevi il viaggio, il resto verrà col tempo. E se non verrà, fate sì di non avere rimpianti o rimorsi. Nel giornalismo, come nella vita.

Allenate la pazienza, ma date valore al tempo.

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