Ci sono artisti che non cantano soltanto canzoni, ma aprono varchi nell’anima. Riccardo Cocciante è uno di questi. Le sue parole arrivano dove pochi riescono ad arrivare: dentro, nel profondo, là dove vivono le emozioni più vere, quelle che non hanno bisogno di spiegazioni.
Ieri sera Lucca ha accolto Cocciante come si accoglie un vecchio amico che non si dimentica mai. Il Lucca Summer Festival si è acceso di nostalgia, poesia, intensità. Ed era davvero già tutto previsto: che ci saremmo emozionati, che avremmo cantato, che saremmo rimasti incantati.
Una serata intensa, piena, viva, attraversata da più di cinquant’anni di carriera che non sembrano pesare addosso al cantautore, ma che anzi gli danno la leggerezza di chi ha ancora qualcosa di urgente da dire. Accompagnato dal suo pianoforte a coda e da una band affiatata, ha regalato al pubblico un concerto che è stato molto più di una scaletta di canzoni: è stato un viaggio.
Ha aperto con “Siamo tutti ammassati, siamo tutti distanti”, presentandola come una riflessione sull’umanità di oggi, chiedendosi dove stiamo andando. Il pubblico, attentissimo, ha risposto con un ascolto quasi sacrale.
Poi si è raccontato, con quell’umiltà sincera che appartiene solo ai grandi:
“All’inizio non sapevano neppure come chiamarmi: Riccardo Conte? Richard Cocciante? Ma io sono semplicemente… Riccardo.” E proprio con “Semplicemente Riccardo”, ha sorriso e fatto sorridere, prima di emozionare tutti con “Un cervo in primavera”, introdotta con queste parole: “A volte si ha voglia di ricominciare tutto da capo. Succede. E si scoprono cose nuove che prima non c’erano”.
È stato un crescendo. L’arrivo del pianoforte ha segnato uno dei momenti più intensi con “Era già tutto previsto”, accolta da un applauso lunghissimo, quasi a voler fermare il tempo. Poi il ricordo dell’amico Rino Gaetano con la versione originale di “Mano a mano”.
Il viaggio musicale ha toccato anche radici internazionali: “Da ragazzo suonavo canzoni degli altri, ero affascinato dalla musica nera, dalla libertà che esprimeva. Così è nata “Jimi suona”.
Uno dei momenti più coinvolgenti è stato l’accenno al musical Notre Dame de Paris. Ha cantato “Il tempo delle cattedrali”, “Bella”, “I clandestini” spiegando il messaggio profondo dell’opera: “Notre Dame parla degli esclusi, di chi è ai margini. Difendo la diversità: è quella che crea la ricchezza di una nazione”.
Il pubblico ha cantato con lui “Celeste nostalgia”, emozionandosi ancora una volta con “La nostra lingua italiana”, brano dichiaratamente scritto per rendere omaggio alla bellezza della nostra lingua madre.
La serata è proseguita con alcuni dei suoi pezzi più iconici:
“Quando finisce un amore”, tra i più applauditi; “Vivi la tua vita”, dedicata al figlio appena nato; “La sincerità” e “Poesia”, nata – ha raccontato – da soli due accordi imparati sulla chitarra.
Il climax emotivo è arrivato con “Bella senz’anima”, accolta da un lunghissimo applauso, seguito da “Se stiamo insieme” con il pubblico che ha acceso le torce dei cellulari, creando un’atmosfera quasi da sogno. Poi “Margherita” ha chiuso, tra standing ovation e occhi lucidi.
Ma non poteva finire lì. Rientrato sul palco, ha cantato “Io canto”, rivolgendosi direttamente al pubblico: “Mi dicono sempre di continuare a cantare. Vorrei fermarmi, ma cantare è la mia vita. Lo farò finché la salute me lo permette, finché avrò la voce e l’anima. Canterò sempre.”
Il pubblico, tutto in piedi, ha risposto battendo le mani a tempo, accompagnandolo in un ultimo coro collettivo con “Questione di feeling”.
Poi il saluto finale, intimo e semplice, con “In bicicletta”. Una chiusura che ha lasciato il segno.
Le sue canzoni non passano mai di moda perché non raccontano un’epoca, ma l’essere umano nella sua fragilità e nella sua grandezza.
A Lucca ha trovato il suo pubblico: attento, affezionato, pronto a lasciarsi toccare.
E alla fine, sì, era davvero tutto previsto: che – ancora una volta – la musica avrebbe fatto il miracolo di unire tante anime in un’unica vibrazione.
Foto di Nicola Tognetti






