Ieri sera, nell’atmosfera sospesa della fortezza di Mont’ Alfonso, incoronata dalle montagne e abbracciata da un cielo stellato, ha risuonato la voce di Cristiano De André che ha condotto il pubblico attraverso alcuni dei capolavori che Fabrizio ha lasciato in eredità.
“Stiamo facendo un viaggio nella poesia e nella musica di mio padre – ha spiegato il cantante – È un piacere e un dovere, come figlio, esibirmi per dare l’opportunità di ascoltarlo dal vivo a tutti coloro che non hanno potuto”.
Cristiano, con la sua voce intensa e consapevole della grande eredità che porta, ha accompagnato il pubblico in un itinerario di canzoni che, in qualche modo, fanno parte di tutti noi, “Legate dal filo rosso della coerenza – ha aggiunto Cristiano – Quella di stare sempre dalla parte degli ultimi, degli esclusi, in un mondo che può essere salvato solo da amore e compassione”.
Il concerto, che ha spaziato tra i vari album del cantautore ligure, è iniziato con due canzoni in dialetto genovese: “Mégu megún” e “Â çìmma”, per proseguire con “Ho visto Nina volare”, brano intenso in cui sono affrontate le tematiche dell’infanzia, del rapporto col padre e del tempo che fugge.
La musica si è fatta d’un tratto più ritmica e gli spettatori hanno immediatamente riconosciuto le celebri note di “Don Raffaè” battendo le mani a tempo con la band tra entusiasmo e applausi.
Si sono susseguite canzoni dai temi e dalle melodie più diversi, da “Se ti tagliassero a pezzetti” un ode alla libertà, all’inno di tutti coloro che “viaggiano in direzione ostinata e contraria”, “Smisurata preghiera”. E ancora Cristiano ha scavato nelle convenzioni della vita borghese e nella fragilità dei rapporti umani col brano “Amico fragile”, nella cronaca trasformata in poesia con “La canzone di Marinella” e nell’amore omosessuale che si trasforma in lutto con “Andrea”.
Durante l’esibizione, Cristiano ha voluto parlare con sentimento della tragedia che coinvolge la Palestina “Mio padre ha scritto diverse canzoni contro la guerra – ha spiegato il cantane – La più lontana nel tempo è quella che parla dei bambini trucidati da Erode, la seconda che racconta il massacro del Sand Creek e la terza è quella più attuale, quando nel 1982 le armate di Israele bruciarono la città di Sidone, in Libano. Le immagini di quell’attacco sono le stesse che vediamo oggi ripetersi sulla Striscia di Gaza, in questo silenzio vergognoso che permette un genocidio alla luce del sole”, dopodiché ha intonato “Disamistade” che ha proprio come tema quello della faida, della lotta tra gruppi opposti, di “questa gente divisa”.
Cristiano ha poi introdotto “Il testamento di Tito” con un commovente discorso su religione e amore : “Cristo è stato il più grande rivoluzionario d’amore e l’amore per il prossimo è l’impulso di cui una società ha bisogno e non deve essere mai ignorato – ha dichiarato tra gli applausi – Bisogna essere partecipi, l’indifferenza è una bruttissima malattia, forse la peggiore. Ogni concerto che faccio è una messa laica, mi sento come un sacerdote che porta la parola di mio padre”.
Dopo una pausa durante la quale la platea si è alzata in piedi incitando a gran voce l’artista di ritornare, Cristiano ha fatto di nuovo la sua apparizione sul palco con una bandiera palestinese, deliziando i presenti con tre brani intensi e meravigliosi: “Creuza de mä”, “Il pescatore” e la struggente “Canzone dell’amore perduto” che ha commosso e incantato il pubblico.
Per una sera le parole di Fabrizio De André sono tornate a toccare i cuori grazie a Cristiano che non canta solo per ricordare, ma per custodire e tramandare l’identità del padre a cui si accosta senza mai sovrapporsi, con la devozione che solo un figlio può avere.
Come sempre accade con la vera poesia, quelle canzoni non hanno mai smesso di parlarci e, grazie a Cristiano, hanno una voce nuova.
Foto di Nicola Tognetti
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Cristiano canta Fabrizio De André: musica e poesia in Fortezza
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