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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
ponte a moriano

“‘O Scarfalietto”, applausi e risate al Teatro Nieri: la legge (dell’amore) è uguale per tutti

Può una borsa dell’acqua calda essere la causa di un divorzio? Forse nell’ottocento. Ma, oggi, pare veramente assurda una simile eventualità.

La commedia ‘O Scarfalietto di Eduardo Scarpetta è del tutto surreale. A partire dalla trama. Difficile immedesimarsi in un contrasto che può scaturire, sotto le coperte, per un semplice scaldaletto. Più che di commedia, sa di farsa.

Ieri sera, al Teatro “I. Nieri” di Ponte a Moriano, la compagnia campana Gli Ignoti ha messo in scena – egregiamente – l’opera sotto la regia dei bravi Raffaele Di Stazio e Roberta Amoroso (protagonisti, essi stessi, della rappresentazione). Lo ha fatto nel contesto del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano organizzato dalla F.I.T.A., come portabandiera della propria regione.

Tutto è parodistico nella narrazione. I personaggi sono irreali. Delle maschere. Alla Pierrot. Caricaturali al massimo. Non c’è realismo nei loro comportamenti. Non c’è profondità. Sono come burattini mossi da fili invisibili che li manovrano dall’alto. Non a caso si prodigano in movenze meccaniche. Come fossero giocattoli. Marionette. Difficile – anzi, impossibile – empatizzare con loro. Si può solo riderne. Cinicamente.

Il set è scevro di qualsiasi orpello: il primo (un divanetto, una credenza, un tavolo e un quarto elemento decorativo, del tutto inutile alla scena, ma messo lì solo per ragioni di simmetria) è semplice e spartano; il secondo (un maxi-telo – stropicciato, soffocante e asfittico -, un tavolinetto e una sedia) ancora più minimale; il terzo, già visto numerose volte (anche all’interno di questa rassegna), è l’abbozzo di un tribunale.

Le musiche sono preponderanti. Proiettano in una dimensione che è quella circense. Interessante il gioco di luci sullo sfondo: tre fari posizionati a terra, che innalzano altrettanti fasci luminosi. D’effetto.

Gli attori sono bravi. Più o meno tutti. E questo per un fatto anche genetico. Sarà un luogo comune, ma è così: i napoletani, la recitazione, ce l’hanno nel sangue. C’è un che di teatrale nel loro linguaggio. Nelle loro movenze. Una fluidità nell’interpretare la parte che è un retaggio ancestrale.

Emblematico l’utilizzo del dialetto: quando gli attori parlano napoletano stretto, si avverte la loro sincerità; quando fingono, ricorrono all’italiano. Anche questo dettaglio è da cogliere per interpretare correttamente l’uso della lingua nella commedia partenopea.

E se la storia lascia a desiderare, il finale ha un sapore buonista che stucca. Molta morale. Molta semplificazione favolistica.

Alla fine si tratta di un inno alla frivolezza. Di teatro per il teatro. Una commedia “di maniera”. Che nulla aggiunge e nulla sottrae alle nostre vite. Rimane solo il ricordo di una piacevole serata. Tutto qui. De Filippo è un’altra cosa.

Foto di Domenico Bertuccelli

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