Soddisfatti o rimborsati? Difficile dirlo. Quando la barriera della lingua si trasforma in un muro invalicabile, saltano tutti i parametri di giudizio.
Una riflessione, però, corre d’obbligo: quanto il dialetto stretto di una regione può essere funzionale alla comprensione di uno spettacolo che vorrebbe competere in una rassegna nazionale?
“Bruscerias“, la commedia – scritta, diretta e interpretata da Franco Bayre – messa in scena ieri sera dalla compagnia Joseph Theatrum Caputerra al Teatro “Idelfonso Nieri” di Ponte a Moriano nell’ambito del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano, è stata un enigma fin dall’inizio. Fin dal titolo.
La storia – per quel che si è potuto capire – riprende un topos di lunga tradizione che parte da Plauto (con il vecchio avaro, gretto e sospettoso Euclione dell’Aulularia), arriva a Molière (con il terribile Arpagone dell’Avaro), procede con Dickens (il perfido Scrooge de La Ballata di Natale) e finisce con Carl Barks (il tirchio Paperon de’ Paperoni della Disney): lo spilorcio e usuraio che mette al primo posto i soldi rispetto ai sentimenti.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Però… C’è un però: quando ci si inserisce in un filone letterario che vanta così importanti precedenti, il rischio è sempre quello di non aggiungere granché al ritratto di un archetipo inflazionato.
Cos’è che potrebbe salvare una rappresentazione che, nella trama, non presenta sorprese o colpi di scena? La risata o la commozione. Ebbene, l’impossibilità di decifrare il linguaggio degli attori in scena priva gli spettatori anche di questi due appigli. Tanto che viene da chiedersi: dove aggrapparsi allora?
Sicuramente il teatro – come l’arte, in generale – ha un lessico universale che va al di là delle parole: è presenza scenica, è movimento, è mimica. Questo sì, si può valutare. Gli attori protagonisti (il già citato Franco Bayre e Rita Frau) sono sicuramente nella parte. Una spanna (o due) sopra rispetto agli altri. Interessante anche l’interpretazione di Marina Piano.
Il set è scarno, anonimo, statico. Nulla cambia. Tutto rimane com’è. Immobile. Raramente un gioco di luce. Le musiche sono, per lo più, rumori di fondo. Solo una sigla, monotona, introduce le scene. Come una sorta di jingle che si ripete in maniera nauseante.
Troppo caricaturale la figura della dottoressa, troppo acerba quella strega, troppo retrograda (e offensiva) quella della “negretta” (sì, avete letto bene, negretta: possibile, nel 2025, riferirsi ancora così ad una donna di colore?) che non ha alcun ruolo sulla scena se non quello di indossare i panni di uno stereotipo triste e – perché non dirlo chiaramente? – razzista.
L’orgoglio sardo è ben noto. E ieri sera si è manifestato in tutto il suo patriottismo: bandiera dei quattro mori ben esposta sul palco, utilizzo quasi esclusivo dell’idioma isolano, addirittura un riconoscimento finale, da parte della stessa compagnia, a un conterraneo individuato tra il pubblico.
Certamente, tutto questo fa parte del folclore di un popolo attaccato visceralmente alle sue radici. Ma fa emergere anche un provincialismo, giustificato solo dal fatto che – come anticipato dalla compagnia madrina ad inizio serata – questa compagnia non si è mai esibita oltre i propri confini regionali.
Ma, alla fine, perché accanirsi tanto per questioni frivole? Una risata vi seppellirà, recita il detto. Attenti, però, ai cinici e venali: potrebbero risvegliarsi sul letto di morte con un mazzo di banconote da cento.
Foto di Domenico Bertuccelli
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