È l’arte che imita la vita o la vita che imita l’arte? Dubbio amletico. Si pensi ad un attore, o ad un’attrice, che deve cimentarsi con un testo teatrale: per entrare nella parte, deve prima lasciare aperto un varco nella sua biografia.
Calarsi nel ruolo, in fondo, significa questo: permettere alla maschera di “smarcherarci”. Un procedimento faticoso, perché contrario alla naturale (e comoda) tendenza all’autonarrazione di sé, ma imprescindibile per chiunque voglia confrontarsi con il personaggio che deve interpretare.
Lo spettacolo “Amleto nel bel mezzo di un gelido inverno“, messo in scena ieri sera al Teatro “Idelfonso Nieri” di Ponte a Moriano dalla Compagnia Teatro della Fama di Gubbio nell’ambito del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano promosso dalla F.I.T.A., parte dal tòpos shakespeariano del “teatro nel teatro” e lo eleva al quadrato: si assiste, infatti, alla rappresentazione di una rappresentazione che, a sua volta, è rappresentazione nella rappresentazione. In pratica, un gioco di scatole cinesi: più che di mèta-teatro, qui, si parla di matriòska.
Il regista (quello vero) è Riccardo Tordoni. È lui a dirigere questa labirintica, e infinita (durata: due ore e mezzo, sic!), trama che, inevitabilmente, porta il pubblico a tirare i remi in barca a circa metà dell’opera.
Poi ce n’è un altro, aitante e ancora in erba, che, però, è un attore sulla scena: Joe (Luca Bianchini). Lui si trova a dover dirigere un gruppo di strambi attori – Terry (Roberto Berrettoni), Carnforth (Francesco Ceccarelli), Henry (Angelo Mischianti), Nina (Giulia Nardi) e Tom (Michele Pastorelli) impegnati in un originale allestimento dell’Amleto di William Shakespeare. Per farlo, si avvale di una stravagante scenografa: Fadge (Maddalena Vantaggi).
Il livello di recitazione, in questo caso, è abbastanza omogeneo. Il grado di follia, è altissimo. Le prove degli attori non sono altro che una terapia di gruppo, dove – attenzione – il medico non è il regista (paziente, al pari degli altri), bensì il teatro che, assegnando una maschera, fa emergere la vera faccia di colui (o colei) che la indossa. E lo cura.
Poi c’è un terzo regista, più noto degli altri: Shakespeare, l’autore dell’Amleto. La storia è nota a tutti e non è davvero il caso di ricordarla. Ci sono Regina Gertrude (Daniela Berettoni), Orazio (Greta Carletti), Laerte (Klarens Dhima), Re Claudio (Matteo Fofi), Amleto (Simona Minelli), Polonio (Elena Rocchi) e Ofelia (Camilla Tasso). Il livello recitativo, qui, è mediamente omogeneo, anche se nettamente inferiore rispetto al primo gruppo. Non si capisce, però, la scelta registica di concedere così tanto spazio a questa sotto-trama che, in fondo, poteva benissimo ridursi a qualche flash.
Infine c’è il quarto – ed ultimo – regista: Amleto. Come si sa, infatti, il dramma shakespeariano si risolve con il disvelamento dell’intrigo attraverso la messa in scena dello stesso da parte di una compagnia di attori reclutati dal vendicativo protagonista: Re Claudio e Regina Gertrude non sopportano di assistere alla rappresentazione del loro atto criminale e, giunti alla fatidica somministrazione del veleno nell’orecchio della vittima, la loro plateale reazione si traduce in una manifesta ammissione di colpa. Ancora una volta, l’allegoria del teatro che “smaschera” la realtà.
Quattro registi in un solo spettacolo. Davvero troppi. La complessità dell’intreccio non si risolve con una dinamica gestione dello spazio, né con un ritmato incedere delle scene, né con un azzeccato utilizzo delle percussioni (Michele Fondacci) fuoricampo. Le parti assegnate sono troppe: alcune superflue, altre poco più che abbozzate.
Ma, forse, la complessità del teatro è anche la complessità della vita. E la tentazione di ridurre, espone al rischio di appiattire. In fondo, è preferibile rimanere col dubbio: essere (prolissi) o non essere? Questo è il problema.
Foto di Domenico Bertuccelli
ponte a moriano












