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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
borgo a mozzano

Corsagna, il Venerdì Santo di una volta: il cammino delle sette chiese tra fede, memoria e vita di paese

Il Venerdì Santo era il giorno del silenzio. Un silenzio vero, profondo, che si sentiva dentro. Le campane tacevano, le chiese spoglie, e anche le parole della gente diventavano poche, quasi sussurrate. Si capiva, senza bisogno di dirlo, che non era un giorno come gli altri. Era il giorno della Passione di Cristo. E proprio in quel silenzio iniziava una delle tradizioni più sentite: la visita delle sette chiese.

Con la mia nonna Ancilla si partiva all’alba. Il paese era ancora mezzo addormentato, le strade vuote, l’aria fresca. La prima tappa era sempre la nostra chiesa, San Michele Arcangelo a Corsagna. Si entrava piano, quasi in punta di piedi.

Il sepolcro era già illuminato, le candele accese, i fiori disposti con cura. E c’era già gente. Persone in silenzio, raccolte. Qualcuno aveva trascorso tutta la notte a vegliare. Quell’atmosfera ti entrava dentro. E così iniziava la giornata: con una preghiera, con un canto sommesso, con quel senso di pace e di rispetto che non si dimentica. Poi si partiva.

La mulattiera scendeva verso Borgo a Mozzano, passando dalla Lezza. Era un cammino vero, non sempre facile: terreno bagnato, a tratti scivoloso, il passo attento. Ma si andava piano. Senza fretta. Il primo segno che si stava arrivando era vedere il fiume. E quando lo vedevi, tiravi quasi un sospiro: si era arrivati. A Borgo iniziava il giro delle chiese: San Rocco, con il suo sepolcro importante, fatto di gradinate, luci e fiori. Poi San Jacopo, anch’essa addobbata con il sepolcro illuminato e contornato da fiori. In piazza Garibaldi, la chiesa delle suore: la loro presenza silenziosa, il velo, l’abito, erano parte stessa della preghiera. Poi il convento di San Francesco, con i frati, e infine la chiesa del Santissimo Crocifisso, vicino alla Misericordia: semplice, accogliente, con il suo sepolcro e l’adorazione raccolta. In ogni chiesa c’erano fedeli. Silenziosi e raccolti.

La chiesa di San Michele Arcangelo al ritorno la sera era la settima chiesa, il settimo sepolcro. Ma con la mia nonna non era mai solo ritorno a Corsagna: lei era sarta, e a Borgo c’erano le sue commissioni. Si prendeva la via Umberto, e lì iniziava un altro mondo. Da Gigione, la colombina: un dolce a forma di mano, semplice, ma per me speciale. E poi la pasimata, da portare a casa. Poi i negozi: Mario Pistellone, con i tessuti da scegliere e contrattare. Clementina, con bottoni e fermagli. E ancora Romeo, in cima al Borgo con le sue stoffe. Infine la sosta da Pietro del Botti al Pescatore. Una piccola colazione, un sorriso, un gesto di amicizia con Peppa e Ornella. Anche questo faceva parte del Venerdì Santo. Si tornava su, per la mulattiera. E lungo la strada si incontravano le persone. Chi andava, chi tornava. Un saluto, uno sguardo, un augurio. Tutto aveva un tono diverso. Più lento. Più vero.

Arrivati a Corsagna, il giorno continuava nel silenzio. Poi, verso sera, il suono del traccolone. Secco, inconfondibile. Richiamava tutti alla Via Crucis. E la sera,
la celebrazione del Venerdì Santo con il rito della Passione, uno dei momenti più intensi era lo scoprimento della Croce.

La croce, coperta per tutta la Quaresima con un telo viola, veniva scoperta lentamente. Prima una parte, poi l’altra. Mentre don Sergio compiva quel gesto, nella chiesa si levavano i canti: O Croce fedele, Popule meus. Canti profondi. Canti che sembravano venire da lontano, con il bacio della Croce finiva il Venerdì Santo.

Una giornata lunga. Fatta di passi, di preghiere, di incontri, di piccoli gesti. Una giornata in cui il sacro e la vita camminavano insieme. E che ancora oggi, a distanza di anni, non si ricorda soltanto… si sente.

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