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Redazione
ANNO XIVmartedì 27 Ottobre 2026
intervista

Senza studio né lavoro, la voce dei giovani della Valle del Serchio: “Ascoltateci, non giudicateci”

Dopo aver approfondito i dati relativi ai giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano percorsi di formazione, ho pensato che non fosse sufficiente fermarsi soltanto alle statistiche.

Avendo lavorato per molti anni nelle politiche attive del lavoro, prima nei servizi della Regione Toscana e successivamente come dipendente di ARTI, l’Agenzia Regionale Toscana per l’Impiego, continuo ancora oggi a seguire con interesse i temi del lavoro, dell’orientamento e delle difficoltà incontrate dalle nuove generazioni.

Pur essendo ormai in pensione, considero questa attenzione quasi un hobby, ma anche un modo per offrire ancora un piccolo contributo al territorio e, nel mio piccolo, cercare di migliorare qualcosa. Per questo ho chiesto di incontrare alcuni ragazzi e alcune ragazze della Valle del Serchio. Alcuni li conoscevo già, altri li ho incontrati per la prima volta proprio in questa occasione.

Ci siamo ritrovati nel tardo pomeriggio in un bar della zona, uno di quei locali diventati un punto d’incontro per i giovani, dove ci si ferma per un aperitivo, un cocktail o semplicemente per stare un po’ insieme. Essendo abbastanza conosciuto nel territorio, quando ho proposto questa chiacchierata ho trovato subito grande disponibilità e sensibilità. Così, al fresco, prima di cena, fra una bevuta, un cocktail e un drink, abbiamo parlato di scuola, formazione, lavoro, difficoltà e futuro.

Davanti a me non c’erano giovani spenti o privi di speranza. C’erano ragazzi sorridenti, spiritosi e pieni di vita, insieme a ragazze simpatiche, vivaci e desiderose di costruire un futuro bello. Qualcuno sarebbe disposto anche a partire per un’altra città o perfino per l’estero, ma il passo è grande: significa lasciare la famiglia, gli amici, le proprie abitudini e il territorio nel quale si è cresciuti.

Per rispetto della loro riservatezza non riporto nomi, età precise o Comuni di residenza. Le risposte sono state raccolte e riordinate in forma collettiva, cercando di conservarne il significato.

Come siete arrivati a trovarvi senza lavoro e senza frequentare un percorso di studio o di formazione?

«Le situazioni sono diverse. Alcuni hanno terminato la scuola e non sono riusciti a trovare un’occupazione stabile. Altri hanno interrotto gli studi perché il percorso scelto non sembrava adatto. C’è anche chi ha lavorato per qualche mese e poi si è ritrovato nuovamente a casa. Non è stata una scelta precisa: ci siamo arrivati gradualmente.»

Pensate che abbia inciso anche una scelta scolastica poco adatta?

«Per qualcuno sicuramente sì. Dopo la scuola media abbiamo dovuto scegliere un indirizzo quando eravamo ancora molto giovani e non conoscevamo bene né noi stessi né il mondo del lavoro. Alcuni hanno seguito gli amici, altri i consigli della famiglia, altri ancora hanno scelto la scuola più vicina. Poi si sono accorti che quel percorso non corrispondeva alle proprie capacità o ai propri interessi.»

Questa risposta mi ha fatto riflettere. Per tanti anni ho organizzato iniziative dedicate proprio alla scelta della scuola superiore, cercando di aiutare ragazzi e famiglie a conoscere l’offerta formativa. Una scelta poco consapevole può portare a insuccessi, abbandoni e perdita di fiducia.

Ricordo ancora una delle rassegne che avevamo organizzato, dal titolo volutamente simpatico e diretto: “E ora che cavolo scelgo?”. Dietro quella frase scherzosa c’era però una questione molto seria. A tredici o quattordici anni non è facile decidere quale strada seguire, e l’orientamento non dovrebbe limitarsi a una semplice giornata informativa, ma aiutare davvero ogni giovane a comprendere le proprie attitudini, capacità e possibilità professionali.

Vi riconoscete nella definizione di NEET?

«Molti di noi non conoscevano neppure questa parola. Non ci piace essere definiti con una sigla, perché ogni ragazzo e ogni ragazza ha una storia diversa. Essere senza lavoro in questo momento non significa non avere capacità o voglia di impegnarsi.»

Avete cercato concretamente un lavoro?

«Sì. Abbiamo inviato curriculum e partecipato a colloqui. Spesso, però, non riceviamo alcuna risposta. Dopo tanti tentativi e tanti silenzi è facile perdere fiducia.»

Quali sono le difficoltà principali?

«Molte aziende chiedono esperienza anche ai giovani. Ma l’esperienza non si può acquisire se nessuno offre una prima possibilità. Nella Valle pesa molto anche il problema dei trasporti: chi non ha la patente o un’automobile è fortemente limitato.»

Avete mai rifiutato un’offerta di lavoro?

«Qualcuno sì, ma non per mancanza di volontà. Alcune offerte erano troppo lontane, altre avevano orari impossibili da conciliare con i mezzi pubblici. In certi casi la paga era troppo bassa rispetto alle spese necessarie per raggiungere il posto di lavoro.»

Le imprese sostengono di non trovare personale. Come spiegate questa contraddizione?

«Le aziende cercano spesso persone già preparate e autonome, mentre i giovani hanno bisogno che qualcuno insegni loro il mestiere. Probabilmente domanda e offerta non riescono sempre a incontrarsi.»

Sareste disponibili a imparare un mestiere tecnico o manuale?

«Sì. Alcuni sarebbero interessati alla meccanica, all’elettricità, alla manutenzione, all’artigianato, al turismo, alla ristorazione o ai servizi alla persona. Anche molte ragazze sarebbero disponibili a valutare professioni tecniche, senza essere indirizzate soltanto verso i lavori tradizionalmente considerati femminili.»

Conoscete i servizi dei Centri per l’impiego?

«Alcuni sì, altri poco. Qualcuno si è iscritto e ha partecipato a colloqui o corsi di formazione. Però spesso non si comprende bene quali opportunità concrete possano essere offerte.»

I corsi di formazione sono utili?

«Possono esserlo, ma devono insegnare un mestiere realmente richiesto dalle aziende. Un corso dovrebbe portare almeno a un contatto concreto con le imprese o a una vera esperienza lavorativa.»

Accettereste un contratto a termine, un tirocinio o un lavoro stagionale?

«Sì, soprattutto per iniziare e acquisire esperienza. Ma vorremmo capire se esiste almeno una possibilità di continuare. Passare continuamente da un contratto breve a un periodo senza lavoro rende difficile costruire un progetto di vita.»

Vi siete mai sentiti giudicati?

«Sì. Si sente spesso dire che i giovani non hanno voglia di lavorare o che pretendono troppo. Sicuramente esistono anche giovani poco motivati, ma non è giusto considerare tutti allo stesso modo.»

Quanto pesa psicologicamente rimanere senza lavoro?

«Pesa molto. All’inizio si pensa che durerà poco. Poi, con il passare dei mesi, si comincia a dubitare delle proprie capacità. Vedere gli amici che lavorano o studiano può far sentire fermi e inadeguati.»

Che cosa chiedete alle aziende?

«Una prima possibilità vera, condizioni chiare, un contratto regolare e qualcuno disposto a insegnarci. Non pretendiamo subito il lavoro perfetto, ma vogliamo essere messi nelle condizioni di imparare.»

Che cosa chiedete alle istituzioni?

«Di ascoltare maggiormente i giovani, offrire un orientamento personale, organizzare corsi collegati ai bisogni reali delle aziende e migliorare i trasporti negli orari di lavoro.»

Rimarreste volentieri nella Valle del Serchio?

«Molti di noi sì, perché qui abbiamo la famiglia, gli amici e le nostre radici. Ma restare deve essere una scelta possibile. Se non esistono opportunità concrete, saremo costretti a cercare altrove.»

Sareste disposti ad andare all’estero?

«Qualcuno sì. L’idea di partire esiste, soprattutto quando vediamo amici che hanno trovato un lavoro fuori dall’Italia. Ma è un passo grande: bisogna allontanarsi dalla famiglia, imparare una lingua, adattarsi a un altro Paese e ricominciare quasi da zero.»

Che cosa vi servirebbe per ripartire?

«Una prima possibilità, qualcuno che ci dia fiducia, un percorso chiaro e un lavoro dignitoso che ci permetta di dimostrare quello che sappiamo fare.»

Ascoltare prima di giudicare.

L’incontro con questi ragazzi e queste ragazze è stato per me piacevole, quasi un divertimento, ma nello stesso tempo molto istruttivo. Ho trovato giovani disponibili, educati, sorridenti e sensibili. Alcuni erano scoraggiati, altri ancora incerti sulla strada da seguire, ma nessuno mi è sembrato privo di sogni o del desiderio di costruire qualcosa.

La parola NEET è utile per le statistiche, ma rischia di essere troppo fredda. Dietro quella sigla ci sono persone, famiglie, speranze, errori, difficoltà e capacità che spesso attendono soltanto di essere riconosciute.

Tra le cause può esserci anche una scelta scolastica non pienamente azzeccata. A tredici o quattordici anni non è semplice decidere quale percorso seguire. Proprio per questo scuola, famiglie, servizi di orientamento e mondo del lavoro dovrebbero collaborare maggiormente, aiutando i giovani a scegliere sulla base delle loro vere inclinazioni e non soltanto della vicinanza della scuola, delle amicizie o delle mode del momento.

Naturalmente anche i giovani devono fare la loro parte, dimostrando impegno, serietà, disponibilità a formarsi e rispetto delle regole. Ma istituzioni, scuole, servizi per il lavoro e imprese devono creare condizioni nelle quali questo impegno possa produrre risultati. Questi ragazzi e queste ragazze non chiedono assistenza permanente, chiedono ascolto, fiducia e una porta che finalmente si apra. E’ proprio da qui che dovrebbe partire una seria politica per il futuro dei giovani e della Valle del Serchio.

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