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Redazione
ANNO XIVlunedì 5 Ottobre 2026
il senso invisibile

Quando il gusto diventa viaggio

C’è stato un tempo in cui, tornando da una vacanza, si raccontavano soprattutto i luoghi visitati. Una piazza, un museo, una spiaggia, un panorama.

Oggi, sempre più spesso, nel racconto entra ciò che abbiamo assaggiato, il produttore incontrato, la cantina scoperta lungo la strada, il formaggio conosciuto nel luogo in cui nasce, l’olio assaggiato appena uscito dal frantoio.

E non è soltanto una sensazione. Secondo un’indagine Coldiretti/Ixè riportata da WineNews, 25 milioni di italiani vivranno durante l’estate 2026 esperienze legate al turismo enogastronomico: dalle più tradizionali degustazioni e visite in azienda ai corsi di cucina e ai laboratori artigianali, fino alle proposte dedicate al benessere e allo sport all’aria aperta.

Un numero importante. Ma ancora più interessante è osservare come stanno cambiando queste esperienze. Accanto all’enoturismo si stanno infatti affermando nuove formule: oleoturismo, birraturismo e itinerari dedicati ai formaggi. Esperienze che permettono al visitatore di entrare in contatto diretto con i produttori e, qualche volta, persino di partecipare alle diverse fasi della produzione.

Il prodotto, insomma, sembra non bastare più. Vogliamo sapere dove nasce. E possibilmente arrivarci camminando, pedalando, attraversando un borgo, entrando in un laboratorio o incontrando chi quel prodotto lo realizza ogni giorno.

Non si visita più soltanto. Si partecipa

Forse è questa la trasformazione più curiosa. Nel mondo dell’olio crescono le esperienze legate alla raccolta delle olive, alla molitura e all’assaggio dell’extravergine. Nel settore della birra si entra nei birrifici, si incontrano i mastri birrai e si visitano i campi di orzo e luppolo.

E poi c’è il formaggio. Non soltanto da acquistare al banco o ordinare al ristorante, ma da conoscere entrando nei luoghi della produzione, incontrando i casari, osservando gesti e lavorazioni. È un cambiamento apparentemente piccolo, ma racconta una nuova idea di viaggio. Il turista non vuole necessariamente stare dall’altra parte del bancone. Vuole avvicinarsi. Capire perché quel sapore esiste proprio lì. Perché un formaggio cambia da una valle all’altra. Cosa raccontano un vigneto, un oliveto, un pascolo o un campo del paesaggio che abbiamo davanti. In altre parole, vuole conoscere ciò che sta dietro al gusto.

Un terzo della vacanza finisce a tavola

Poi un altro dato che merita attenzione: oltre un terzo del budget delle vacanze viene destinato alla tavola, tra pasti consumati in ristoranti, pizzerie, trattorie e agriturismi e l’acquisto di prodotti tipici e specialità enogastronomiche. Il cibo diventa così una delle principali porte d’ingresso di un territorio e, sempre più spesso, una vera motivazione di viaggio per italiani e stranieri.

Ed è qui che le aree rurali possono giocare una partita particolarmente interessante. Perché ciò che per chi abita un territorio appartiene alla quotidianità — una strada tra i campi, il profumo che esce da una cantina, il latte appena lavorato, una forma che riposa, un piccolo borgo attraversato in bicicletta — per chi arriva da fuori può diventare la ragione stessa per fermarsi. E magari per tornare.

Dal calice alle stelle

Il vino rimane il protagonista più conosciuto. Secondo una stima basata sui dati del Movimento Turismo del Vino riportata da WineNews, l’enoturismo vale oggi in Italia circa 3,5 miliardi di euro.

Ma persino il mondo della cantina sta cambiando. Alla degustazione tradizionale si affiancano attività che intrecciano vino, arte, movimento e benessere: pittura tra i filari, yoga, pilates, esperienze in realtà virtuale. Fino all’astrotasting: osservare il cielo stellato accompagnando l’esperienza con un calice di vino.

Ed è curioso, perché a cambiare non è necessariamente ciò che troviamo nel bicchiere. È quello che accade intorno al bicchiere. Un paesaggio, una storia, una camminata, un’opera d’arte, un incontro o una notte sotto le stelle possono trasformare una degustazione in qualcosa che ricordiamo molto più a lungo. E quello che avviene con il vino può accadere anche con un formaggio, con l’olio, con il pane e con qualsiasi prodotto capace di raccontare il luogo da cui proviene. A piedi, in bici. E con il gusto come bussola

Non sorprende allora che crescano anche i cammini rurali, da percorrere a piedi, in bicicletta o a cavallo. È probabilmente qui che turismo lento ed enogastronomia trovano uno dei loro incontri più naturali. Perché muoversi lentamente permette di fare qualcosa che in automobile spesso perdiamo: sentire il territorio mentre cambia. Cambiano il paesaggio, la vegetazione e i rumori. Cambiano persino i profumi. Poi ci si ferma. Si entra in laboratorio di un’azienda, si assiste alle fasi di trasformazione in prodotto finito, si assaggia ciò che nasce e improvvisamente il prodotto non è più separato dal paesaggio. Ne diventa una parte.

In Garfagnana, dal viaggio all’esperienza

Questo nuovo modo di viaggiare trova una sua interpretazione anche in Garfagnana con Ospitalità Culturale Marovelli, che mette in dialogo ciò che spesso il turismo propone separatamente: arte, borghi, cultura del cibo, cammino, bicicletta e calice.

Da questa idea sono nati Borghi Narranti, MAROVIGLIA e Le Vie del Latte: tre proposte che raccolgono complessivamente quattordici esperienze da vivere e che invitano a scoprire il territorio non soltanto guardandolo, ma attraversandolo. Alcune si percorrono a piedi con Nasi a Passeggio, dove anche l’olfatto diventa uno strumento per leggere un borgo, un’opera, la natura e le tracce lasciate dalla storia. Altre salgono in bicicletta con Bici & Tacchi, seguendo strade, paesi, paesaggi e luoghi del saper fare. La bici non è soltanto un mezzo per spostarsi: diventa un ritmo diverso con cui osservare ciò che normalmente attraverseremmo troppo velocemente.

E poi ci sono esperienze che iniziano quando una normale giornata turistica non è ancora cominciata. Come Alba Lattica. Si parte quando è ancora buio e il paesaggio quasi non si vede. Lo si attraversa aspettando che la luce inizi lentamente a restituirgli forme, profumi e colori, fino all’alba.

Anche questa è una maniera di raccontare il cibo da un punto di vista diverso. Perché prima del prodotto ci sono un luogo, un paesaggio, persone e saperi.

Forse stiamo imparando a viaggiare diversamente

I 25 milioni di italiani indicati dall’indagine raccontano allora qualcosa che va oltre il successo del turismo enogastronomico. Raccontano una curiosità nuova. Non viaggiamo più soltanto per vedere un luogo. Vogliamo conoscerlo. A piedi o in bicicletta. Seguendo un dipinto, attraversando un borgo, riconoscendo un profumo, incontrando un produttore, aspettando un’alba o alzando gli occhi verso le stelle con un calice in mano.

Il cibo può essere la destinazione. Ma può diventare anche il filo che ci conduce attraverso un territorio. E forse il souvenir più prezioso non è necessariamente quello che riportiamo a casa. È riuscire, una volta tornati, a ricordare un luogo non soltanto per quello che abbiamo visto, ma anche per il profumo che aveva, il sapore che ci ha lasciato e il modo in cui lo abbiamo vissuto.

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