Ci sono mattine d’autunno, nei nostri paesi, che cominciano quando è ancora buio. Una luce accesa presto in cucina, il caffè, gli scarponi, il cane che sembra aver già capito tutto. Poi la strada verso il bosco, il silenzio e l’attesa.
Domenica 20 settembre prende ufficialmente il via in Toscana la stagione venatoria 2026-2027 e anche nella Valle del Serchio, terra nella quale la caccia conserva radici profonde, per molti appassionati torna un appuntamento atteso da mesi.
Lo vedo bene a Corsagna, il paese dove vivo e dove i cacciatori sono sempre stati numerosi. Molti di loro sono miei amici e quella passione, in fondo, la conosco anch’io da vicino.
Sono stato cacciatore negli anni Settanta, dal 1975 al 1978. Ricordo ancora quelle mattine, l’attesa, le camminate e tutto quel piccolo mondo che accompagnava una giornata di caccia.
Poi, nell’ottobre del 1978, accadde qualcosa che cambiò improvvisamente le mie priorità: incontrai una giovane ragazza che mi piaceva parecchio. Evidentemente mi attirava più lei della caccia. Così il fucile finì da una parte e io cominciai a dedicare il mio tempo a lei.
Quella ragazza era Emanuela, che sarebbe poi diventata mia moglie.
Da allora non ho più ripreso a cacciare, ma sono rimasti gli amici, i ricordi e la conoscenza di un mondo che a Corsagna, come in tanti paesi della Valle del Serchio, appartiene alla storia di molte famiglie.
Con l’autunno arriva il tempo del capanno. Le lunghe attese e gli occhi rivolti verso il cielo per scorgere il passaggio dei colombacci sono immagini familiari a generazioni di cacciatori. Ci sono il tiro a volo, il lavoro dei cani e le diverse forme nelle quali si esprime la passione venatoria.
E poi c’è il cinghiale.
Nella Valle del Serchio questa caccia ha una storia particolare. La squadra, in molti paesi, è ancora un piccolo mondo fatto di amicizia, esperienza e conoscenza dei luoghi. Ci sono persone che frequentano gli stessi boschi da decenni e ne conoscono sentieri, fossi e vallate quasi metro per metro.
Ma sarebbe sbagliato raccontare la caccia di oggi soltanto attraverso la tradizione e la nostalgia.
Il territorio è cambiato e, soprattutto, è cambiato il modo di frequentarlo. Negli stessi boschi possono trovarsi cacciatori, escursionisti, cercatori di funghi, ciclisti, famiglie e semplici appassionati della natura.
Questa convivenza richiede attenzione, prudenza e rispetto reciproco.
La sicurezza deve venire prima di tutto.
Chi utilizza un’arma porta con sé una responsabilità particolare e il rispetto scrupoloso delle regole, delle distanze e delle altre persone deve essere sempre al primo posto. Non è una critica al mondo venatorio: è un principio che i cacciatori responsabili conoscono bene.
C’è poi la questione ambientale.
Gli ambientalisti richiamano l’attenzione sulla tutela della fauna, sulla biodiversità e sugli equilibri naturali. Il mondo venatorio sottolinea il proprio rapporto con il territorio e il ruolo previsto nell’ambito della gestione faunistica programmata.
Le posizioni possono essere anche molto lontane. Eppure esiste un punto sul quale tutti dovrebbero incontrarsi: il rispetto del territorio.
Il bosco non è del cacciatore e non è dell’ambientalista. Non è dell’escursionista né del cercatore di funghi.
È un patrimonio di tutti.
Quest’anno c’è inoltre un problema che richiede particolare attenzione: la peste suina africana.
È una malattia virale che colpisce suini e cinghiali e non si trasmette all’uomo. La situazione viene costantemente monitorata e attualmente in Toscana alcuni territori sono sottoposti a specifiche misure di restrizione, comprese zone della provincia di Lucca.
Questo non significa che tutta la Valle del Serchio sia interessata dalle stesse misure, ed è importante evitare inutili allarmismi. Significa però che il problema è vicino e richiede comportamenti responsabili.
La biosicurezza assume quindi un’importanza particolare. Il virus può essere trasportato involontariamente attraverso materiali contaminati presenti su scarpe, attrezzature e veicoli. L’attenzione riguarda il mondo venatorio, ma anche chiunque frequenti boschi e campagne nelle aree interessate.
Cambiano anche gli strumenti. La tecnologia è ormai entrata nell’attività venatoria attraverso il tesserino digitale TosCaccia e sistemi sempre più precisi di registrazione e monitoraggio dei prelievi.
Dietro calendari, applicazioni e regolamenti, però, rimane qualcosa che difficilmente può essere raccontato attraverso una norma.
È l’emozione di chi continua a svegliarsi prima dell’alba per raggiungere il capanno. È l’attesa silenziosa del passaggio dei colombacci, il richiamo di un cane che arriva da lontano, una compagnia di amici che si ritrova e che, terminata la giornata, continua magari davanti a un tavolo a raccontarne gli episodi.
Sono immagini che a Corsagna conosciamo bene e che appartengono a tanti paesi della Media Valle e della Garfagnana.
La caccia continuerà a far discutere. È naturale che sia così, perché nel rapporto fra l’uomo, gli animali e l’ambiente esistono sensibilità differenti, che meritano di essere ascoltate quando vengono espresse con rispetto.
Non credo però che queste differenze debbano necessariamente trasformarsi in una contrapposizione.
Il bosco nel quale il cacciatore aspetta il colombaccio è lo stesso attraversato dall’escursionista e da chi vi entra semplicemente per ascoltarne il silenzio. È quello che abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto e che dovremo lasciare a chi verrà dopo di noi.
Per questo agli amici cacciatori della Valle del Serchio rivolgo un sincero augurio di buona stagione venatoria: che sia vissuta con passione, prudenza e rispetto delle regole.
E a tutti, cacciatori e non, un augurio ancora più grande: continuiamo a voler bene alle nostre montagne.
Possiamo viverle in modi diversi. Ma abbiamo tutti la stessa responsabilità di rispettarle.