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Redazione
ANNO XIVmartedì 15 Settembre 2026
valle del serchio

Emigrazione, le balie della Valle del Serchio: lasciavano i propri figli per nutrire quelli degli altri

Da sempre sono appassionato della storia dell’emigrazione. Mi piace ricercare, ascoltare testimonianze e riportare alla luce vicende che rischiano di essere dimenticate. Proprio in questi giorni, approfondendo ancora una volta il tema delle partenze dalla nostra terra, ho scoperto meglio un mestiere poco conosciuto: quello delle balie emigranti.

Erano donne della Garfagnana e della Valle del Serchio che lasciavano i propri paesi per andare a lavorare presso famiglie benestanti, in Italia o all’estero. Il loro compito non era soltanto accudire i bambini, ma anche allattarli. Erano giovani madri che avevano da poco avuto un figlio. Per partire dovevano quindi affrontare un sacrificio enorme: lasciare il proprio bambino per nutrire quello di un’altra famiglia. Il figlio rimasto a casa veniva affidato al padre, ai nonni o alle altre donne della famiglia. Dietro quella scelta non c’era certamente mancanza d’amore, ma la povertà, la scarsità di lavoro e il bisogno di garantire un futuro ai propri cari.

Nella seconda metà dell’Ottocento il fenomeno fu particolarmente diffuso in Garfagnana e venne definito, con un’espressione molto dura, “baliatico mercenario”. È facile giudicare quelle donne con gli occhi di oggi. In realtà, esse mettevano a disposizione la propria forza, il proprio tempo e perfino una parte della propria maternità per sostenere economicamente la famiglia. Il lavoro di balia era spesso meglio retribuito rispetto ai lavori agricoli e domestici disponibili nei nostri paesi. Il denaro guadagnato poteva servire per pagare debiti, riparare la casa, acquistare un piccolo terreno o aiutare i figli.

Quando pensiamo all’emigrazione, immaginiamo quasi sempre uomini diretti verso miniere, fabbriche e cantieri. Molto meno spesso ricordiamo le donne. Eppure anche quella era emigrazione. Le balie affrontavano viaggi lunghi, la lontananza, ambienti sconosciuti e spesso una lingua diversa. Alcune venivano trattate con rispetto, altre conoscevano solitudine e umiliazioni. In molti casi, però, nasceva un legame profondo con il bambino affidato alle loro cure.

Oggi si parla molto di immigrazione, ma non dovremmo dimenticare che anche noi siamo stati migranti. Anche i nostri nonni e le nostre nonne hanno lasciato la propria terra per cercare lavoro, aiutare la famiglia e costruire un futuro migliore. Anche loro sono stati stranieri.

Per questo mi piacerebbe approfondire la storia delle balie partite dalla Valle del Serchio. Negli archivi e nei cassetti delle nostre case potrebbero ancora esistere fotografie, lettere, passaporti o racconti tramandati nelle famiglie.

Rivolgo quindi un appello ai lettori de La Gazzetta del Serchio: qualcuno ricorda una donna della propria famiglia partita come balia? Esistono fotografie, documenti o testimonianze?

Ogni ricordo potrebbe aiutarci a ricostruire una pagina importante della nostra storia. Una storia di povertà e sacrificio, ma anche di lavoro, coraggio e straordinaria forza femminile.

Perché, quando oggi parliamo di migrazione, non dovremmo mai dimenticare che un tempo, con una valigia in mano e la speranza nel cuore, a partire eravamo noi.

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