Sul Cammino succede anche questo: ti passano le vesciche e comincia a farti male il ginocchio, soprattutto in discesa, come se il corpo trovasse sempre un modo nuovo per ricordarti quanti chilometri hai già percorso.
Ma ormai Santiago è vicina e, passo dopo passo, affrontiamo gli ultimi chilometri che ci separano dalla meta, incoraggiati anche dalle persone che incontriamo lungo la strada. Ci vedono passare con gli zaini, ci sorridono e ci dicono: “Forza, manca poco!”. Sono parole semplicissime, ma in quel momento riescono davvero a scaldarti il cuore.
Continuiamo a camminare e, quando mancano circa due chilometri, Tommaso mi indica qualcosa davanti a noi: le guglie della Cattedrale. Le vedo e mi sale immediatamente il magone. “Ce l’abbiamo fatta”, penso. È difficile spiegare cosa succeda in quel momento, perché insieme alla soddisfazione di essere arrivati compare anche una strana nostalgia per qualcosa che, in realtà, non è ancora nemmeno finito. Ti rendi conto che quei giorni, che fino a poche ore prima sembravano fatti soltanto di chilometri ancora da percorrere, stanno per diventare un ricordo.
Poi arriva la gratitudine: per il corpo che, nonostante tutto, ti ha portato fin lì, per le persone incontrate, per quelle che hanno camminato accanto a te e perfino per ogni “Buen Camino” ricevuto da uno sconosciuto. Santiago fa questo effetto, quasi inspiegabile. Hai camminato per giorni lasciando a casa tutto ciò che non ti serviva davvero, portando con te soltanto quello che poteva entrare in uno zaino e avendo, per ore, un’unica occupazione: mettere un piede davanti all’altro. Nel frattempo hai ascoltato il tuo corpo, i tuoi pensieri, il silenzio e il mondo intorno a te; hai conosciuto persone che fino al giorno prima non sapevi nemmeno esistessero e con alcune di loro hai condiviso fatica, pasti, dolori, risate e chilometri.
Adesso, finalmente, eccola lì: Santiago, la meta. Gli ultimi due chilometri li percorro così, con molte lacrime a bagnarmi il viso e il cuore pieno di emozioni diverse e fortissime, tanto che quando entriamo finalmente nel centro storico e la Cattedrale si avvicina sempre di più, fino a trovarcela davanti, mi accorgo di aver già pianto tutto quello che avevo da piangere lungo la strada.
A quel punto mi limito a guardarla e a godermi la sua maestosità. Come da tradizione, ci sdraiamo per qualche minuto nella piazza davanti alla Cattedrale, semplicemente per restare lì e renderci conto che sì, siamo davvero arrivati. Poi arrivano le foto di rito e subito dopo ci dirigiamo verso l’Oficina de Acogida al Peregrino, l’Ufficio di Accoglienza del Pellegrino, dove si ritira la Compostela.
Prendo il mio numero: 746. Questo significa che, prima di me, solo in quella giornata altri 745 pellegrini hanno già raggiunto l’ufficio per certificare il proprio Cammino. Aspetto il mio turno e, quando finalmente arriva, sono agitata. Mi reco allo sportello e ad accogliermi c’è una signora che, per la prima volta durante tutto il viaggio, mi parla in inglese, piccola sorpresa dopo giorni nei quali abbiamo comunicato quasi sempre in spagnolo o in italiano. Mi chiede quale Cammino io abbia percorso, come sia andata, se mi sia trovata bene e se penso che un giorno ne farò un altro; nel frattempo controlla la credenziale e tutti i timbri raccolti lungo il percorso.
Poi arriva finalmente il momento tanto atteso: mi consegna la mia Compostela. La guardo e mi sembra quasi strano pensare che dentro quel foglio siano racchiusi tutti quei chilometri, le salite, le vesciche, le risate, le persone incontrate e tutto ciò che è successo nei giorni precedenti.
A quel punto resta soltanto una cosa da fare: festeggiare. Raggiungiamo il nostro ostello a Santiago, concediamo alle gambe un po’ di riposo e poi usciamo di nuovo per incontrare Alessia e Davide in un pub, dove brindiamo con una Estrella Galicia. La serata continua poi a cena, naturalmente tutti insieme, tra le ultime capesante, la tortilla, le polpette di queso e anche un passaggio, per qualche minuto, in un locale frequentato soprattutto da giovani.
Non possiamo però fare troppo tardi perché la mattina successiva Alessia e Davide ripartiranno presto, questa volta a piedi, verso Finisterre. Anche noi raggiungeremo quella che per secoli è stata considerata la “fine del mondo”, ma lo faremo in pullman, perché il nostro volo di ritorno non ci lascia abbastanza giorni per aggiungere altri chilometri al viaggio.
Torniamo quindi in ostello e arriva un momento che, forse, avevamo cercato di non pensare troppo: quello dei saluti. Soltanto pochi giorni prima Alessia e Davide erano due sconosciuti incontrati per caso alla stazione dopo aver perso un treno; adesso, invece, salutarli fa uno strano effetto. Abbiamo preparato per loro due piccoli pensieri: una shopper a tema Santiago per Alessia e una calamita per Davide con scritto “Aquí vive un peregrino”. Ce li scambiamo, ci abbracciamo e poi ognuno torna verso il proprio letto.
Il Cammino Inglese, almeno per noi, finisce così: con Santiago alle spalle, Finisterre davanti e quattro persone che cinque giorni prima non avrebbero mai pensato di arrivare fin qui insieme. Andiamo a dormire con il cuore pieno, con la sensazione che la meta sia stata importante, sì, ma non quanto tutto quello che è successo per raggiungerla. Succede questo: parti pensando che la cosa importante sia arrivare a Santiago e, quando finalmente ci arrivi, capisci che la parte più grande della storia è successa lungo la strada.
Eppure, per me, l’avventura non è terminata. Sono arrivata a Santiago, ho ritirato la Compostela, ho visto finalmente la Cattedrale che per giorni era stata soltanto una meta lontana. Ma manca ancora qualcosa. Devo entrare in Cattedrale, arrivare fino a quell’abbraccio che, mesi prima, leggendo una guida, aveva acceso dentro di me il bisogno così forte di partire.
Il Cammino forse è finito. Il mio viaggio, ancora no.



