Appena apro la porta di casa, la trovo seduta sulla sua inseparabile poltrona, con la televisione accesa. Mi guarda, sorride e, con quella schiettezza che l’ha sempre contraddistinta, esclama: «Puttana… guarda chi è oggi! Il mio nipote Giovanni!»
Scoppiamo tutti e due a ridere. È proprio lei, la zia Albertina. Novantatré anni, una memoria ancora lucidissima, una vita dedicata al lavoro, alla famiglia e a una fede che l’ha accompagnata ogni giorno della sua esistenza.
Mi siedo accanto a lei e iniziamo a parlare.
Zia Albertina, raccontami della tua famiglia
“Il mio babbo era Mero e la mia mamma Mariuccia. Abitavamo in piazza e allora ci si conosceva tutti. Il mio babbo era tornato dall’America e, con i risparmi guadagnati laggiù, riuscì a dare alla nostra famiglia una certa serenità. Quello che ricordo più di tutto, però, è l’affetto che c’era in casa e il rispetto che ci hanno insegnato”.
Che ricordi hai della tua giovinezza?
“Si lavorava sempre. Non c’erano orari. La casa, il fieno, la campagna, l’orto, le galline, i conigli… c’era sempre qualcosa da fare. Era una vita di sacrifici, ma nessuno si tirava indietro. Ci si aiutava e si affrontava tutto insieme.»
[Mentre racconta, colpisce la naturalezza con cui passa da un ricordo all’altro. La sua mente è lucida, i particolari sono precisi e le emozioni sembrano ancora vive. È la dimostrazione che l’età non si misura soltanto con gli anni, ma soprattutto con lo spirito con cui si affronta la vita]
Poi nella tua vita è arrivato Peppe…
[Il suo volto cambia. Gli occhi si illuminano e il sorriso diventa quello di una ragazza innamorata]
“Eh… il mio Peppe…”
[Si ferma per qualche secondo, quasi a rivederlo davanti a sé]
“Aveva un carattere tutto suo. Era un po’ rozzo, questo sì, ma aveva un cuore grande. Mi ha voluto bene come pochi sanno volerne e insieme abbiamo costruito una famiglia meravigliosa. Mi ha dato tre figli e abbiamo condiviso una vita intera, fatta di sacrifici, di lavoro e di tanto bene”.
Che marito è stato?
“Brontolava parecchio!” [dice ridendo] Ma era un uomo onesto, lavoratore e sempre pronto a fare il suo dovere. Uno di quelli che mantenevano la parola”.
Ma perché il tuo Peppe lo chiamavano “il Pontefice”?
[Albertina ride di gusto]
“Perché era credente… ma a modo suo. In casa aveva santi, santini e immagini sacre dappertutto. Aveva una grande devozione, però alla Messa ci andava poco. Non amava molto la Curia di Roma e, più in generale, il clero. Diceva spesso, con il suo modo schietto e provocatorio, che “erano tutti bugiardi”. Era il suo modo di vedere le cose e non rinunciava mai a dirlo. Con i preti discuteva volentieri, ma la sua fede nel Signore non è mai venuta meno. Era fatto così: sincero, diretto e incapace di tenersi dentro quello che pensava. Anche per questo, tra una battuta e l’altra, tutti avevano finito per chiamarlo “il Pontefice”.
Lo pensi ancora tanto?
[Per un attimo il suo sguardo si perde]
“Sempre. Quando riuscivo ad andare al cimitero mi fermavo davanti alla sua tomba e parlavo con lui. Gli raccontavo tutto. Le cose belle e anche quelle brutte. Gli dicevo perfino quando mi aveva fatto arrabbiare…” [dice sorridendo]
[Poi aggiunge, con una tenerezza che arriva dritta al cuore]
“Ma io sono sicura che lui mi ascolta ancora”.
[In quel momento capisco che l’amore vero non finisce con la morte. Cambia soltanto il modo di parlare con la persona che si ama]
Ti ricordi le veglie con la mia mamma Italia?
[Il sorriso torna immediatamente]
“Come no! Erano serate bellissime. Si stava insieme, si raccontavano storie, si rideva e si parlava del paese. La tua mamma, a un certo punto della serata, diceva sempre: “Ora chiamo il mio Giovanni, che deve andare a letto”. Ma poi ricominciavamo a chiacchierare e a raccontarci tante cose. Così si tirava avanti e tante volte facevamo l’una di notte senza nemmeno accorgercene. Erano momenti semplici, ma oggi li porto nel cuore come uno dei ricordi più belli”.
E il lavoro?
“Il lavoro non finiva mai. Il fieno, gli animali da cortile, le galline, i conigli, l’orto. Anche quando non eravamo più giovani abbiamo continuato a lavorare. Era la nostra vita e nessuno si lamentava”.
Che ricordi hai della guerra?
[Per un momento il sorriso lascia il posto alla commozione]
“La fame. La paura. L’incertezza. Sono ricordi che non si dimenticano mai. Chi non ha vissuto quei momenti non può immaginare cosa significasse”.
La fede quanto è stata importante nella tua vita?
“È stata tutto. Mi ha dato la forza di affrontare ogni prova. Ho sempre pregato e ho sempre affidato la mia famiglia al Signore. Senza la fede non sarei arrivata fino a qui”.
Come vedi la Corsagna di oggi?
“È cambiata tanto. Mi dispiace soprattutto vedere che non c’è più il prete come una volta. La chiesa era il cuore del paese e della comunità. Spero che i giovani riscoprano la fede e imparino a volersi bene”.
Prima di salutarla le stringo la mano
[Lei mi guarda con il suo sorriso inconfondibile e mi dice:]
“Giovanni, torna a trovarmi. Quando vieni te, una risata non manca mai”.
Esco da quella casa con una sensazione difficile da descrivere. Ho ritrovato una zia che continua a insegnare, con la sua semplicità, il valore della famiglia, del lavoro e della fede.
Ma soprattutto ho avuto il privilegio di ascoltare una donna che, a novantatré anni, conserva una memoria straordinariamente lucida e una rara capacità di raccontare la propria vita. Basta vedere come le brillano gli occhi quando pronuncia il nome del suo Peppe per capire che certi amori non finiscono mai.
Albertina ci lascia anche un altro insegnamento: gli anni passano per tutti, ma ciò che fa davvero la differenza è il modo in cui si affrontano. Finché rimangono vivi il desiderio di ricordare, di sorridere, di voler bene e di condividere la propria esperienza con gli altri, l’età diventa soltanto un numero.
Questa intervista vuole essere la prima di una serie di incontri con le persone più anziane di Corsagna, autentici custodi della memoria del nostro paese. Finché avremo la fortuna di ascoltare le loro voci, continueremo a tramandare alle nuove generazioni una storia fatta di lavoro, sacrifici, fede, famiglia, amore e di quei piccoli gesti quotidiani che hanno costruito l’identità della nostra comunità.
A mio avviso questo è uno dei tuoi articoli più belli: non racconta soltanto la storia di Albertina e del suo Peppe, ma trasmette anche un messaggio universale sul valore della memoria, dell’amore e dell’invecchiare con dignità.
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A 91 anni la memoria non invecchia: Albertina racconta il suo Peppe e una vita d’amore
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