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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
borgo a mozzano

Amerigo Andreuccetti, detto ‘Mero’: da muratore emigrante a protagonista della Corsagna del Novecento

Dall’inizio del Novecento e fino alla fine del XIX secolo, l’emigrazione segnò un punto di svolta in Italia: molti italiani lasciavano il paese alla ricerca di fortuna all’estero, spesso in giovane età. Anche a Corsagna e nel comune di Borgo a Mozzano si verificarono diversi casi di emigrazione; giovani lasciavano le loro famiglie per cercare lavoro e migliori opportunità in paesi come Brasile, Stati Uniti e altre stati d’Europa. Questo fenomeno rappresentava una risposta alle difficoltà economiche locali e alle scarse opportunità, e influenzò profondamente la vita e la struttura sociale delle comunità.

Amerigo Andreuccetti, detto Mero, proveniva da una famiglia modesta di muratori, i cui antenati erano da tempo conosciuti per la loro abilità nel settore edilizio. Intorno al 1885, quando un fulmine colpì e danneggiò il campanile della chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo di Corsagna, furono proprio i muratori della famiglia Andreuccetti a occuparsi della ricostruzione di una parte della struttura, dimostrando competenza tecnica e guadagnando prestigio all’interno della comunità locale.

Amerigo nacque nel 1880 e, a soli sedici anni, emigrò all’estero, prima in Brasile e successivamente negli Stati Uniti d’America. In America trovò lavoro in una fabbrica di mattoni, dove, grazie a impegno, sacrificio e spirito di adattamento, riuscì ad accumulare una somma considerevole di denaro. Nel 1921 fece ritorno in Italia portando con sé circa cinquecentomila lire in contanti, una somma eccezionale per l’epoca, equivalente al patrimonio di più famiglie e sufficiente a garantirgli una posizione economica di assoluto rilievo nel contesto locale. Il suo rientro avvenne in un momento particolarmente favorevole: disponendo di liquidità, riuscì a evitare le perdite economiche causate prima dalla crisi americana degli anni Venti e poi dalla grande crisi finanziaria del 1929, conservando intatto il proprio patrimonio. Per l’epoca, Amerigo risultava quindi un uomo molto benestante.

Una volta tornato in Italia, investì parte della sua ricchezza acquistando diversi edifici e metati nel paese di Corsagna, diventando una figura di riferimento a livello locale proprio grazie alla sua solida disponibilità finanziaria.

Nel 1930, in pieno regime fascista (consolidatosi dal 1925-1926), e mentre il governo promuoveva in tutta Italia la costruzione dei circoli dopolavoro per organizzare il tempo libero dei lavoratori e diffondere la propaganda, Amerigo venne coinvolto nella realizzazione di una struttura simile a Corsagna. Egli curò direttamente la costruzione materiale dell’edificio, che fu inaugurato nel maggio del 1936, in data non precisata, e divenne il dopolavoro di Corsagna, edificio ancora oggi adiacente alla piazza del paese. Con la caduta del regime fascista, lo stabile passò in sua proprietà.

La collocazione dell’edificio non era casuale: oltre a trovarsi in posizione centrale, a ridosso della piazza, il dopolavoro sorgeva proprio all’arrivo al paese dalla vecchia mulattiera, principale via di accesso a Corsagna. In questo modo l’edificio si imponeva immediatamente allo sguardo di chi giungeva in paese, funzionando come un vero e proprio segnale di comando e di presenza del regime. Fin dall’ingresso a Corsagna, la popolazione percepiva chiaramente l’importanza e il ruolo istituzionale di quella costruzione, la cui posizione, unica nel contesto urbano, ne amplificava il valore simbolico e propagandistico.

Va sottolineato che Amerigo Andreuccetti non era un uomo politico e non aveva legami con i gerarchi fascisti. Il suo interesse principale era il lavoro e la gestione economica del proprio patrimonio: la sua disponibilità a finanziare la costruzione del dopolavoro derivava esclusivamente dalla possibilità di ottenere un ritorno economico, affittando l’edificio al regime, senza alcuna adesione ideologica.

L’edificio realizzato da Amerigo Andreuccetti rappresenta un chiaro esempio di architettura e simbologia fascista. Sopra l’ingresso principale era collocato il fascio littorio, composto da un fascio di verghe legate attorno a un’ascia, simbolo di autorità, forza dello Stato e unità del popolo secondo l’ideologia del regime. Accanto alla porta si trovava una lapide commemorativa in pietra chiara, con iscrizione in lettere maiuscole, tipica del periodo. Durante il regime era infatti comune apporre lapidi con la data di costruzione o con frasi propagandistiche, come “Opera realizzata sotto il Governo Fascista”, allo scopo di legittimare l’edificio come simbolo della nuova ideologia.

La porta in legno massiccio, sobria ma monumentale, rifletteva la filosofia architettonica del regime: edifici solidi, austeri e duraturi, capaci di comunicare stabilità e ordine. La scelta di materiali pesanti e di forme essenziali trasmetteva un senso di autorità e permanenza. Vicino all’ingresso era inoltre appesa la bandiera tricolore, accompagnata dal simbolo fascista, a rafforzare ulteriormente il messaggio politico e a marcare l’edificio come luogo istituzionale. In una fotografia storica si nota anche la presenza di un militante in camicia nera davanti alla struttura, elemento che simboleggiava la sorveglianza e la rappresentazione ideologica del regime, incarnando il controllo dello spazio pubblico.

L’inaugurazione, del dopolavoro fu celebrato alla presenza di autorità civili e militari. La cerimonia fu animata dal Corpo Musicale Giuseppe Verdi. Inizialmente era prevista la benedizione di Don Bachini, prete molto particolare con cui Amerigo non aveva ottimi rapporti; già a suo tempo il paese si era diviso tra chi sosteneva il sacerdote e chi gli era contrario. Tuttavia, all’ultimo momento Don Bachini non partecipò alla benedizione, suscitando grande sconcerto tra i presenti. All’inaugurazione era presente anche il podestà Giuseppe Bacci, originario di Corsagna, che aveva svolto il ruolo di organizzatore e rappresentava la mente della realizzazione del dopolavoro, coordinando il progetto e la cerimonia.

Quel giorno Amerigo fu molto contento e orgoglioso della costruzione, che finalmente aveva potuto realizzare con le proprie mani, ma il suo intento primario restava quello di ottenere un ritorno economico dall’edificio, affittandolo al regime.

Sul piano familiare, Amerigo sposò inizialmente una donna originaria di Villa Basilica, dalla quale ebbe tre figli: Pacino, Germano e Fiorina, uno dei quali nato in America e gli altri due in Italia. Per aiutare la famiglia nelle faccende domestiche, si recava spesso presso la loro casa una donna del paese chiamata Mariuccia. Dopo la morte della prima moglie, Amerigo si innamorò di Mariuccia, molto più giovane di lui, e la prese in sposa. Da questo secondo matrimonio nacquero altri quattro figli: Albertina, Andreina, Teresa e Giuseppe.

Nota di ringraziamento:

Questo scritto è stato possibile grazie al racconto di mio cugino Roberto Alberigi, nipote di Amerigo, che con orgoglio mi ha trasmesso ogni dettaglio delle storie che gli raccontava il nonno. La fotografia storica del dopolavoro mi è stata gentilmente fornita da Gabriele Brunini, di Borgo a Mozzano, mentre la fotografia di Amerigo è conservata dalla famiglia.

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