Alcuni giorni fa, passando da via Venezia, a Borgo a Mozzano, mi sono sentito chiamare. Mi sono voltato e ho riconosciuto subito quella voce: era Assuntina Paoli.
Mi sono fermato e, sorridendo, le ho detto: «Assuntina, presidente ormai non lo sono più». Lei mi ha guardato e mi ha risposto con una di quelle frasi semplici che, proprio perché dette spontaneamente, riescono a rimanerti dentro: «Le cariche, anche quando non si hanno più, si continuano ad avere. Soprattutto per chi ti ha conosciuto».
Devo confessarlo: mi ha fatto estremamente piacere. Perché in quel suo chiamarmi ancora “Presidente” non c’era soltanto il ricordo di una carica ricoperta tanti anni fa. C’erano la conoscenza reciproca, la stima e, soprattutto, l’affetto. Sono seguiti baci, abbracci e tanti sorrisi.
Assuntina ha novant’anni e posso dire di conoscerla da sempre. I miei ricordi tornano soprattutto agli anni in cui lei e suo marito Giacinto erano dei grandi camminatori. Partivano da Borgo a Mozzano, salivano lungo la vecchia mulattiera, raggiungevano i monti di Ventoso e la zona di Veca e poi proseguivano fino a Corsagna. Su quei monti camminavo anch’io e spesso le nostre strade si incrociavano. Quando accadeva, non c’era fretta. Bastava trovare un poggio, mettersi a sedere e cominciavano i racconti. Giacinto mi parlava del suo mestiere di falegname. Assuntina, invece, raccontava del suo lavoro nelle fabbriche di statuine, quelle che dalle nostre parti tutti conoscevano come i “mammalucchi”, un’attività che per tanti anni ha dato lavoro a molte famiglie della zona.
Io li ascoltavo affascinato. Quelle storie mi entusiasmavano. Forse allora non me ne rendevo pienamente conto, ma Assuntina e Giacinto mi stavano già consegnando piccoli frammenti delle loro vite e di un mondo del lavoro e della società che lentamente stava cambiando. Poi riprendevano il cammino. Arrivati a Corsagna, qualche sosta era quasi d’obbligo: una bevuta al bar Branduzzi, oppure una chiacchierata a casa di mia zia Albertina e di mio zio Peppe, ai quali erano legati da una grande amicizia.
Oggi Giacinto non c’è più. Quando Assuntina parla di lui, i suoi occhi si fanno un po’ lucidi. E non servono tante domande per comprenderne il motivo. Giacinto è stato il compagno di una vita, il padre dei loro figli, l’uomo con il quale ha condiviso la famiglia, il lavoro, le gioie e le difficoltà. Ma è stato anche il compagno di quelle lunghe camminate sui monti, chilometri percorsi fianco a fianco fino a Corsagna.
Forse è anche per questo che la vecchia mulattiera, per Assuntina, non è soltanto una strada. Dopo i saluti mi ha invitato a salire in casa sua per il classico caffè. E così abbiamo cominciato ad affrontare quelle lunghe rampe di scale: lei davanti e io dietro. Ripensandoci, è una scena che mi fa ancora sorridere. Io, forse, cominciavo ad avere un po’ d’affanno; Assuntina, a novant’anni, saliva davanti a me con una leggerezza sorprendente. Sembrava quasi volasse.
Arrivati nel suo appartamento, davanti a quel caffè sono cominciati i racconti. Abbiamo parlato di Borgo a Mozzano, di Corsagna, delle persone conosciute e di tanti episodi ormai lontani. Alcune storie le ricordavo anch’io, altre erano nuove perfino per me. Mentre l’ascoltavo, mi è tornata alla mente un’immagine di tanti anni fa: io, Assuntina e Giacinto seduti su un poggio, sui monti, a parlare. Allora erano in due a raccontarmi le loro storie. Oggi davanti a me c’era Assuntina, inevitabilmente il pensiero è tornato anche a Giacinto.
A un certo punto ha preso un foglio e, con grande soddisfazione e un pizzico di orgoglio, me lo ha mostrato: in alto c’era scritto: “Corsagna e la mulattiera”. Era una sua poesia. Assuntina ha cominciato a illustrarmela passo dopo passo. E mentre parlava sembrava quasi che quell’antica strada che univa Borgo a Mozzano a Corsagna tornasse a vivere davanti ai nostri occhi. Dentro quei versi c’è un mondo: c’è il posatoio, la tettoia dove un tempo chi affrontava il percorso poteva fermarsi a riposare. Ci sono uomini e donne che salivano e scendevano portando fascine di legna e sacchi di carbone. Ci sono le tante ragazze che da Corsagna raggiungevano Borgo a Mozzano per andare a lavorare e che quella mulattiera la percorrevano mattina e sera, con il sole o con la pioggia. C’è la fatica di una generazione, ma anche la dignità di un tempo nel quale ogni passo aveva un peso e ogni viaggio aveva una ragione. Poi arrivò la strada asfaltata e la vecchia mulattiera, poco alla volta, venne abbandonata. Assuntina, però, non l’ha dimenticata.
Mentre mi spiegava quei versi ho capito che non mi stava semplicemente mostrando una poesia, mi stava consegnando un piccolo pezzo della nostra memoria. Perché su quelle pietre sono passate generazioni di uomini e donne diretti al lavoro, persone cariche di legna e carbone, ragazze che scendevano verso Borgo. Ma su quella stessa strada sono rimasti idealmente anche i passi di Assuntina e Giacinto, compagni nella vita e compagni di tante camminate.
Poi Assuntina mi ha fatto conoscere Chicca, la sua gattina. Chicca era randagia. Assuntina l’ha accolta con affetto, le ha aperto la porta di casa e oggi è diventata la sua piccola compagna di vita. Vederle insieme fa tenerezza: Assuntina ha dato a Chicca una casa e Chicca, a modo suo, le restituisce ogni giorno presenza e compagnia. Anche questo piccolo gesto racconta qualcosa della donna che avevo davanti. Assuntina ha lavorato, ha cresciuto i suoi figli, si è occupata della famiglia e ha attraversato tante stagioni della vita conservando quella semplicità e quella concretezza che ancora oggi la contraddistinguono.
A via Venezia c’è poi un altro luogo che parla di lei: la cappellina della quale è custode e che continua a seguire con cura. Un piccolo luogo di devozione che appartiene alla storia del quartiere e alla vita di tante persone. C’è un’altra Assuntina che molti abitanti di Borgo a Mozzano ricorderanno sicuramente con un sorriso: la Befana. Per tradizione, il 5 gennaio era lei a vestire quei panni e a passare per le vie del paese, regalando soprattutto ai bambini uno di quei momenti semplici che, con il trascorrere degli anni, diventano ricordi.
Poi è arrivato il momento di salutarci, sono sceso da quelle scale pensando a quanto può regalarti un incontro nato per caso. Ero passato da via Venezia e avevo sentito una voce chiamarmi: «Presidente, Presidente!». Mi ero fermato per un saluto e, poco dopo, mi ero ritrovato dentro novant’anni di vita. Mi è tornata davanti agli occhi un’immagine lontana: Assuntina e Giacinto seduti con me su un poggio, sui monti di Ventoso e Veca, mentre mi raccontavano le loro storie. Oggi Giacinto non c’è più, gli occhi di Assuntina diventano lucidi quando lo ricorda, ma quelle storie continuano a vivere nelle sue parole.
E io, dopo tanti anni, continuo ad ascoltarle con lo stesso entusiasmo. Perché ci sono persone che custodiscono la memoria senza nemmeno sapere quanto sia preziosa. Assuntina è una di queste. A novant’anni continua a salire le scale quasi volando, portando con sé i ricordi di una vita e quelli di chi ha camminato al suo fianco.


